L'insensata, tragica fine di un uomo: Roberto Andò dirige Vincenzo Pirrotta in "Storia di un oblio"
Vincenzo Pirrotta in "Storia di un oblio"
Un uomo entra in un supermercato, ruba una lattina di birra. Accerchiato e catturato dagli agenti di sicurezza, viene ammazzato di botte. È la "Storia di un oblio" quella raccontata da Laurent Mauvignier e diretta per la prima volta in Italia da Roberto Andò.
Un'esclusiva per la nuova stagione del teatro Biondo di Palermo, un testo di rara sensibilità e potenza che vede in scena la forza e il talento di un attore come Vincenzo Pirrotta.
"Storia di un oblio" prende le mosse da un reale fatto di cronaca e ricostruisce la mezz’ora in cui è insensatamente raccolta la tragica fine di un uomo.
Teso quasi allo spasimo nel resoconto minuzioso di una morte assurda, il flusso di parole raduna impercettibilmente tutti i temi cari a Mauvignier. E torna così il suo sguardo purissimo su un universo di “umili”, che la scrittura rigorosissima accoglie senza una briciola di retorica, senza un’ombra di furbizia.
Raro, oggi, nel trionfo dei format narrativi nei quali la realtà diventa un reality, uno stile così impeccabilmente morale, una prosa così pudica e vera.
"Quel che io chiamo oblio" è il titolo originale di questo lungo monologo scritto in un’unica frase, senza un vero inizio, senza una vera fine, senza punteggiatura ma con una prosa perfetta, che in un crescendo emozionante risveglia in noi sentimenti di pietà e indignazione.
Un'esclusiva per la nuova stagione del teatro Biondo di Palermo, un testo di rara sensibilità e potenza che vede in scena la forza e il talento di un attore come Vincenzo Pirrotta.
"Storia di un oblio" prende le mosse da un reale fatto di cronaca e ricostruisce la mezz’ora in cui è insensatamente raccolta la tragica fine di un uomo.
Teso quasi allo spasimo nel resoconto minuzioso di una morte assurda, il flusso di parole raduna impercettibilmente tutti i temi cari a Mauvignier. E torna così il suo sguardo purissimo su un universo di “umili”, che la scrittura rigorosissima accoglie senza una briciola di retorica, senza un’ombra di furbizia.
Raro, oggi, nel trionfo dei format narrativi nei quali la realtà diventa un reality, uno stile così impeccabilmente morale, una prosa così pudica e vera.
"Quel che io chiamo oblio" è il titolo originale di questo lungo monologo scritto in un’unica frase, senza un vero inizio, senza una vera fine, senza punteggiatura ma con una prosa perfetta, che in un crescendo emozionante risveglia in noi sentimenti di pietà e indignazione.
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