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Sancte da Culto a Cult... Replay

  • Cantieri culturali alla Zisa - Palermo
  • - Palermo
  • Dal 6 aprile al 6 maggio 2013 (evento concluso)
  • Visitabile martedì, giovedì e sabato dalle ore 18.00 alle ore 19.00
  • Ingresso libero

 

Di Vittorio Riera
 
Successo di pubblico, di critica ed anche, perché non dirlo, di vendite ha riscosso la recente mostra di Antonio Nuccio ospitata nei locali della cappella Lo Bianco di via Isidoro La Lumia a Palermo il 9 e il 10 marzo scorsi e riproposta ai Cantieri Culturali della Zisa. Cento tele formato A4 hanno illuminato, è proprio il caso di dire, le pareti della Cappella, da un decennio recuperata, se non al culto, certamente a sito dove periodicamente si svolgono manifestazioni culturali di un certo spessore. L’ultima, in ordine di tempo, è stata proprio la quarta personale del Nuccio dal titolo Sancte … da culto a cult. Si tratta di cento raffigurazioni di sante appartenenti ai diversi periodi della storia della chiesa. Ancora una volta quindi è alla donna che volge la sua attenzione il giovane pittore che vanta peraltro, sia detto per inciso, una parentela con quella vera e propria dinastia di artisti che sono stati i Di Giovanni tra Otto e Novecento. Due le relatrici dell’evento presentate dall’Architetto Lelia Collura, gli storici dell’arte Anna Maria Ruta e Maria Antonietta Spadaro, figure tra le più note del panorama culturale cittadino e non soltanto cittadino.
 
Anna Maria Ruta ha avuto parole di elogio per il Nuccio di cui ha sottolineato la misurata ironia, che attraversa le cento tele, e soprattutto quella fantasmagoria di colori che sprizzano fuori da ogni tela: i verdi, i rossi, i rosa, il violetto, insomma, tutta la gamma dei colori che formano l’arcobaleno, colori a tutto tondo, con il rifiuto cioè delle mezze tinte, delle sfumature e di ogni prospettiva. Se poi si pensi che lo sfondo di ogni tela è nero, allora si capirà ancora meglio come questa girandola tutta colorata risalti in tutta la sua pirotecnica vivacità. Altro aspetto che la Ruta ha messo in risalto, gli abiti. Non uno dei panni che rivestono le cento vergini e martiri sembra richiamare non tanto l’ordine cui esse appartennero, quanto il loro essere state monache, l’avere indossato quindi il saio che contraddistingue l’ordine di appartenenza. Soltanto da alcuni particolari riusciamo a capire che si tratta di monache (il copricapo a larghe tese come nel caso di Santa Caterina Labouré, il rosario, il giglio, la croce, come nel caso di altre sante). Ma gli abiti si impongono all’attenzione del visitatore per un altro particolare, per il fatto che sono in genere finemente e riccamente ricamati. Sembra quasi che il Nuccio si sia divertito nella cura meticolosa dei particolari e nel fatto anche che non uno di quegli abiti ne richiami in qualche modo un altro, tanto essi sono diversi nella foggia e nei colori.
 
Tutti particolari, questi, che fanno del Nuccio, secondo la Ruta, un caso a sé, difficilmente classificabile come appartenente a questa o a quella corrente artistica. È più facile dire, pertanto, quel che Nuccio non è, che quel che è. Così, ha concluso la Ruta, Nuccio non è un naïf, poiché ha studiato, essendosi diplomato all’Accademia di Belle Arti. Se la Ruta ha letto le tele del Nuccio dal punto di vista, diciamo così, estetico, l’altra relatrice della presentazione – Maria Antonietta Spadaro - ha inserito i quadri del giovane artista nel particolare momento storico che stiamo attraversando, che vede la donna al centro di violenze di ogni genere, quando non addirittura uccisioni. Ma già in occasione della medesima mostra inauguratasi l’8 febbraio presso la stessa Cappella Lo Bianco la Spadaro aveva, fra l’altro, notato una tecnica “asciutta e sintetica, caratterizzata da vivaci colori, forti e decisi, privi di mezze tinte” e soprattutto il linguaggio del Nuccio “personale, volutamente sopra le righe, connotato da uno stile pseudo-popolare accattivante e ironico”. La Spadaro è andata oltre la Ruta, nel senso che nei quadri del Nuccio ella vede, a tratti, il riecheggiare di certa pittura propria degli artisti messicani. Fin qui, per estrema sintesi, le due studiose.
 
Chi scrive ha avuto l’opportunità di intervenire nel corso del dibattito seguito alle due relazioni, ma la brevità che si conviene ad un intervento non ha consentito, come in genere non consente, di sviluppare a pieno un particolare che balza in tutta evidenza a chi guardi e legga con attenzione i volti delle Sante: gli occhi delle sante, ora sgomenti, ora imploranti, ora accigliati, severi, che fuoriescono quasi dalle orbite, ma tutti sono accomunati da un unico particolare: sono occhi rivolti verso l’alto come di chi si rifiuti di continuare a guardare al mondo per la redenzione del quale hanno vissuto e spesso sofferto il martirio. Sono occhi di chi sembra essersi arreso sopraffatte come sono, quelle sante, da una realtà che supera ogni immaginazione, un mondo fatto di violenze, di guerre, di fame, di malattie, in una parola di trionfo del male, che si annida anche là dove non dovrebbe annidarsi. Da qui quasi come una muta, disperata implorazione quasi a voler dire: “Signore, noi non ce le facciamo più a reggere il ruolo che ci hai assegnato di intermediarie tra il profano e il divino, tra il finito e infinito, tra l’Uomo per il quale hai dato la vita e Te. Aiutaci, vienici incontro. Illumina i nostri occhi spenti.” E che le cose stiano così lo dimostra la nostra Santa Lucia rappresentata con un paio di moderni occhiali da sole, santa che diviene l’emblema della considerazione in cui viene tenuto oggi il divino, il sacro. Questa, in ultima analisi, il messaggio di denuncia che Antonio Nuccio sembra volerci lanciare.
 
Nessuna dissacrazione del divino in lui, anzi quella lieve patina dihumour che possono destare taluni particolari (il seno di Sant’Agata, ad esempio, gli stessi occhiali di Santa Lucia o l’uovo con cui è rappresentata Santa Maria Alacoque) è da leggersi come pietas, come un invito a tornare ad amare e a rispettare il divino. Il messaggio del Nuccio, a nostro modo di vedere, è confermato da un altro particolare che connota e giustifica la raffigurazione delle sante: il collo, che ricorda i colli di Modigliani, ma un Modigliani letto alla rovescia, tanto affusolati sono quelli dell’artista livornese, tanto robusti, diremmo quasi, tozzi sono questi di Antonio Nuccio. Significativamente eloquenti, essi vanno a corroborare quanto da noi sopra ipotizzato. Anche qui sembra si possa leggere infatti come una segreta invocazione, quella di venire rese forti, robuste per tornare ad essere vincenti nel confronto con l’umano. Saranno ascoltate? 

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