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Fuoco - Ballata triste

  • Provocazioni teatrali sabato_domenica_lunedì
  • Teatro delle Balate - Palermo
  • - Palermo
  • Dal 6 al 9 giugno 2013 (evento concluso)
  • 18:00 e 21:00
  • Ingresso libero
  • Informazioni, abbonamenti e prenotazioni allo 091.2735135

«Non è una questione di fortuna o di occasioni. Era piuttosto, diceva, un problema di ingiustizia, legato alla sventura di essere nato povero». Così ha inizio “Fuoco - Ballata triste”, spettacolo con Dario Ferrari, che Liberiteatri mette in scena per poeticamente raccontare la storia di Mohamed Bouazizi un uomo moderato, con meno di trent’anni e una laurea, innamorato di una coetanea che sogna di sposare appena avrà i soldi per il matrimonio.

L’improvvisa perdita del padre lo costringe invece a pensare alla famiglia e a farsi per necessità venditore ambulante di frutta. La vita di strada si rivela crudele con lui, che non può permettersi di corrompere la polizia perché tolleri il suo carretto abusivo, e la lotta in nome della madre e dei fratelli più piccoli si scontra con una realtà troppo ostile. Stremato e disperato, senza più fiducia nel futuro, decide di darsi fuoco per attirare l’attenzione del mondo e cambiare le regole del gioco il 17 dicembre 2010 davanti al palazzo del governatorato di Sidi Bouzid: il suo fu un atto di protesta - certamente esasperato e non proporzionale alla causa, ma comunque disperato - contro la decisione delle autorità di sequestrargli la merce. Quel gesto ebbe delle conseguenze imprevedibili, dando l'avvio a quel movimento che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba".

Il Washington Post in un articolo di un anno fa racconta che la sera del 16 dicembre 2010 Bouazizi era molto soddisfatto della frutta che aveva appena comprato, indebitandosi: era convinto che fosse la più bella che avesse mai visto, che avrebbe fatto buoni affari e che avrebbe potuto comprare un regalo a sua mamma. La mattina dopo all’alba imbracciò il suo carretto e andò al mercato del paese.

Due poliziotti – tra cui una donna, Fedya Hamdi – gli bloccarono la strada e cercarono di sequestrargli la frutta. Lo zio si intromise per aiutare il nipote: chiese aiuto al capo della polizia che ordinò agli agenti di lasciarlo stare. Bouazizi non aveva una licenza per vendere la frutta al mercato e non era la prima volta che veniva redarguito – e a volte anche maltrattato – dai poliziotti. Non era l’unico: spesso gli agenti confiscavano a proprio piacimento la merce dei venditori approfittando della loro posizione di forza.

L’abuso di potere era uno dei problemi più diffusi nella Tunisia di Ben Ali – al governo da 23 anni – insieme alla povertà, alla mancanza di lavoro e alla corruzione diffusa. Quel giorno la poliziotta Feyda Hamdi, arrabbiata per il richiamo del superiore, andò al mercato, prese un cesto di mele dal carretto di Bouazizi e se lo mise in macchina. Alladin Badri, un venditore che assistette alla scena, racconta che la poliziotta iniziò a trasportare un altro cesto e questa volta Bouazizi cercò di fermarla. Hamdi lo spinse, lo colpì con lo sfollagente e gli sequestrò la bilancia. Poi lo schiaffeggiò davanti a tutti: erano presenti circa cinquanta persone. Il ragazzo scoppiò a piangere per l’umiliazione (aggravata dal fatto che a farlo era stata una donna). Testimoni hanno raccontato che Bouazizi chiese alla poliziotta: «Perché mi fai questo? Sono una persona semplice, voglio solo lavorare».

Bouazizi decise di lamentarsi dell’umiliazione subita: andò al municipio di Sidi Bouzid e chiese di incontrare il governatore della regione o almeno un funzionario, ma un impiegato gli rispose di tornarsene a casa. Il ragazzo andò al mercato e disse agli altri venditori che si sarebbe dato fuoco per mostrare al mondo l’ingiustizia con cui venivano trattati. Uno di loro, Hassah Tili, ha raccontato al Washington Post che «pensavamo dicesse così per dire». Pochi minuti dopo però i venditori udirono delle urla poco lontane.

Si precipitarono nella piazza davanti al municipio e scoprirono che Bouazizi si era dato fuoco cospargendosi con una sostanza infiammabile, probabilmente benzina. Qualcuno cercò di spegnere le fiamme gettando dell’acqua e peggiorando la situazione. Altri si precipitarono nell’edificio in cerca di un estintore; lo trovarono ma era vuoto. Altri allora cercarono la polizia ma non arrivò nessuno. L’ambulanza arrivò dopo un’ora e mezza.

Bouazizi venne trasportato in ospedale e i venditori avvisarono sua madre, che nel frattempo stava raccogliendo olive per un dinaro al giorno, l’equivalente di mezzo euro. Il 18 dicembre un centinaio di persone si radunò davanti al municipio per protestare contro il maltrattamento di Bouazizi e le angherie della polizia. La cosa sarebbe forse finita lì o si sarebbe trascinata per ancora pochi giorni, se un cugino del ragazzo non avesse filmato la manifestazione con il cellulare e non l’avesse diffusa su Internet. Il video venne notato da Slim Amamou, un blogger di 33 anni che da quattro anni raccontava in modo critico il regime di Ben Ali.

Amamou rilanciò il video su Facebook che, contrariamente ad altri social network o canali come YouTube, stava crescendo in modo rapido e improvviso in Tunisia e non era stato ancora messo sotto controllo dalla censura del regime; in pochissimo tempo il video venne condiviso e visto da migliaia di persone. Nel frattempo venne rilanciato anche da Al Jazeera, il canale televisivo – con sede in Qatar – più seguito del mondo arabo. La tv di stato tunisina raccontò la storia di Bouazizi dopo dodici giorni da che si era dato fuoco.

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