LE STORIE DI IERI

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Un fantasma e un lupo mannaro palermitano

  • 2 maggio 2005

“Spirdi” e “lupunari” – in italiano fantasmi e lupi mannari – infestano da secoli l’immaginario collettivo dei palermitani. Conturbanti, ammalianti o definitivamente soltanto paurose presenze notturne cui da sempre si sono attribuite malefatte d’ogni genere ma anche opere di bene che in almeno un caso hanno convinto l’ufficio di toponomastica ad intestare loro una piazzetta. Esemplare quella che, dalle parti del mercato di Ballarò, è dedicata alle Sette Fate che la notte portavano in giro per paesi favolosi un artigiano con bottega di fronte alla Chiesa di Santa Chiara. Ma si trattò di storie d’ectoplasmi dai rapporti assolutamente interpersonali con chi giurò di averli visti. Oppure delle vicende di malati di mente che per la loro patologia finivano per camminare carponi urlando e “abbaiando” alla luna piena. Creature d’aria o di carne e ossa, le cui presunte imprese raramente furono riportate da cronisti in possesso di prove concrete in merito. Ma a Palermo accadde pure che nel novembre del 1983, uno di quei presunti fantasmi finì per essere identificato con nome e cognome dai poliziotti che non furono altrettanto fortunati con un locale esemplare di “lupo mannaro” alcolista anonimo, che una notte “azzannò” davvero un ragazzo.

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Quanto al fantasma va subito detto che si dette da fare per parecchie notti all’Ospedale Civico, dalle parti del Camposanto, un posto apparentemente congeniale ad un’anima in pena. Ne dette notizia l’impareggiabile giornale L’Ora, dalle cui pagine si seppe che il cosiddetto spirdu di via Carrabbia – detto così dal nome della strada del nosocomio - prediligeva passare le notti in camera del direttore sanitario dopo essersi nutrito di pollo arrosto e birra. Ma anche dopo aver preferito ai bagni ospedalieri i vasi delle piante dei corridoi. Il questore dispose pedinamenti e appostamenti di agenti in camice bianco che per giorni non vennero a capo della faccenda, limitandosi a repertare ossi di pollo sparsi dappertutto. Il caso si sgonfiò da sé quando si seppe che il “fantomas del Civico” altri non era che un mendicante di Bagheria, dimesso dal manicomio e provvisoriamente autoricoverato altrove. Per la cronaca il “fantasma” trovò una casa-famiglia e coinquilini in carne e ossa anche se “disturbati” come lui.

Del “lupo mannaro palermitano” invece si persero le tracce dopo che ebbe ferocemente addentato al volto un ragazzo che, giusto la notte del due novembre dello steso anno, aspettava l’autobus davanti al Teatro Politeama. Infatti il fulmineo approccio di cui fu vittima il ventitreenne Giacomo Cuccia non fu corredato dall’identikit del colpevole, visto che dell’episodio il povero ragazzo ricordò solo l’alitosi alcolica dell’aggressore oltre allo spaventoso dolore. Perché fu invece evidente che l’ignoto beone, subito battezzato ‘u lupunaru del Politeama, la sua vittima la ferì di brutto. Tanto che al pronto soccorso di Piazza Marmi venne a mancare parte del mento azzannato. Né in merito dettero risultati le ricerche di volenterosi nottambuli. Un tipo d’agguato che per fortuna non si ripeté. Ma che bastò a tanti e per molto tempo, come concluse prevedibilmente un altrettanto anonimo cronista, a far temere un lupunaru in chiunque, specialmente nelle notti di luna piena, si avvicinasse barcollando e con la bocca aperta in modo sospetto.

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