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A Palermo lo scopre tardi, ci lascia a 35 anni: Franci anche ora vuole salvare altre donne

Aveva scritto a Balarm per raccontare la sua storia, ma non ce l'ha fatta. La sua testimonianza resta impressa nelle parole e nell'affetto dei suoi familiari

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 11 aprile 2026

Francesca Piraino

C’è un momento preciso in cui la vita si spezza, ma non fa rumore. Non succede tutto insieme. Succede a piccoli scarti, dentro cose che sembrano normali: un mal di schiena che non passa, una stanchezza che si spiega con le notti in bianco, un seno infiammato mentre allatti, mentre tieni in braccio una bambina e ne accarezzi un’altra.

Francesca Piraino aveva 35 anni e due figlie piccole, una di due anni e mezzo e una di sei mesi. Un’esistenza piena, concreta, fatta di gesti ripetuti e di un amore quotidiano.

Dopo una laurea in architettura e una prima esperienza in studi internazionali, aveva scelto un percorso diverso, entrando nel mondo della finanza immobiliare. Aveva lavorato in una grande società di consulenza internazionale, la Reag Duff & Phelps (oggi Kroll), per poi diventare nel 2018 partner di Copernicus, uno dei principali operatori europei nel settore degli investimenti in crediti deteriorati e asset immobiliari. Prima della malattia ricopriva anche il ruolo di Head of Business Development per l’Italia.

Un percorso costruito con determinazione, che chi ha lavorato con lei racconta senza esitazioni. «L’ho conosciuta prima ancora della laurea - racconta Francesco Mocciaro, che l’ha seguita negli anni, prima come stagista, poi come collaboratrice e infine come socia -. Era un punto di riferimento. Intelligente, ma soprattutto umile e disponibile con tutti: dagli stagisti agli investitori. E aveva una cosa rara, portava sempre a termine quello che iniziava, con precisione e professionalità».

Anche nei momenti più intensi della sua vita non si era mai tirata indietro. «Durante la prima gravidanza ha lavorato fino a pochi giorni prima del parto- ricorda-. Non voleva lasciare nulla a metà. Era una persona unica».

È in questa normalità che inizia tutto, senza che niente sembri davvero fuori posto. «Vai a pensare a tutto meno che a quello», racconta a Balarm sua sorella Katia con il cuore spezzato.

Quel dolore alla schiena c’era da un po’ ma, tra l’allattamento, le bimbe e la vita che corre, diventa un dettaglio, una delle tante cose che si tengono insieme giorno dopo giorno. Poi succede qualcosa che cambia la traiettoria: una reazione allergica a un antinfiammatorio preso per alleggerire la sofferenza, una crisi respiratoria, il pronto soccorso. E da lì, come spesso accade, la medicina entra in profondità: esami, controlli e valori che non tornano.

La diagnosi arriva a gennaio: tumore al seno. Francesca allora decide di andare fino in fondo. Non si tira indietro, non evita, non si protegge da quello che potrebbe fare paura a chiunque. Al contrario, vuole guardare in faccia ciò che la sta piegando: «Per combattere il mostro devo conoscerlo», dice.

Quel “mostro”, come lo chiamava lei, aveva già delle metastasi: alle ossa, al fegato, piccole lesioni all’encefalo. Ecco quindi che il mal di schiena, improvvisamente, trova un nome. Ma è un nome che, purtroppo, arriva tardi.

Eppure, nonostate tutto, Francesca rimane lucida, presente, senza perdere se stessa. «Era serenissima - dice Katia -. Quando le ho chiesto se avesse paura, mi ha risposto di no». Non perché non capisse, ma perché aveva già messo a fuoco quello che per lei contava davvero. Aveva visto tutto l’amore che la circondava, le sue figlie accudite, protette, immerse in una rete familiare che non si spezzava.

Anche durante la malattia, Francesca resta coerente con quello che era sempre stata: una persona pacata, che sorride di fronte alle difficoltà, che non trasforma il dolore in rabbia. «Era una pacifista», la descrive così Katia.

Affronta quindi le cure con fiducia, si affida ai medici, all’oncologa che adorava, si aggrappa a quella determinazione che le avevano detto essere metà della battaglia. «Era convinta che ce l’avrebbe fatta - racconta sua sorella -. Le avevano detto che il 50% era la sua forza. E lei quella forza ce l’aveva tutta».

Le cure iniziano: terapie, ricoveri, momenti in cui sembra rispondere, altri in cui il corpo cede. Tutto accade in poche settimane. Velocemente, troppo velocemente. La diagnosi arriva a gennaio, l’ultimo messaggio che Katia le invia ma che resta senza risposta è del 24 marzo. Il 29 Francesca non c’è più.

«Io ancora prendo il telefono per chiamarla. Poi guardo le foto e mi sento morire, manca l’aria - racconta. È un’assenza fisica, concreta, quotidiana -. Ti manca un pezzo di te, e sai che quel pezzo non tornerà più». Ma questa storia non si ferma qui. Perché Francesca, mentre era in ospedale, aveva già iniziato a fare qualcosa: scrivere, raccontare, cercare un modo per trasformare quello che le stava succedendo in un messaggio per gli altri.

«Una delle sue volontà era che la sua esperienza non fosse vana - spiega Katia -. Voleva che servisse a qualcosa. Che fosse un monito per altre donne». Da qui l’idea di una fondazione che porterà il suo nome, l’impegno concreto per sensibilizzare sulla prevenzione, la volontà di spingere perché si parli di più di età, di controlli, di attenzione.

Francesca, nel suo percorso, aveva incontrato altre coetanee nella sua stessa condizione, e da lì aveva capito che non si poteva restare in silenzio, che bisognava chiedere a gran voce di abbassare l’età degli screening. Perchè oggi, in Italia, i programmi di screening gratuiti per il tumore al seno si rivolgono soprattutto alle donne tra i 50 e i 69 anni, e sotto quella soglia, spesso, i controlli restano una decisione individuale, non sempre semplice, non sempre accessibile.

Eppure sempre più casi oggi riguardano donne giovani. Non è una contraddizione, ma uno spazio scoperto, ed è in questo spazio che si inserisce la storia di Francesca. D’altronde anche Katia lo confessa senza giri di parole: «Io negli anni mi sono trascurata tantissimo e non ho fatto nessuna visita. Poi lei ha iniziato a dirmi: fallo per me. E io quest’anno ho fatto tutto».

La prevenzione, in fondo, è anche questo: qualcuno che ti prende per mano, anche quando non c’è più. Ma non è una garanzia né una promessa assoluta. «Possiamo fare prevenzione su quello su cui si può fare - continua la sorella -. Però non possiamo controllare tutto». E allora il senso sta nel mezzo: non nell’illusione di evitare ogni rischio, ma nella possibilità di arrivare prima e di avere più tempo per intervenire.

È anche per questo che oggi Francesca continua a stare dentro le sue parole. «Era la parte migliore di me», racconta. Cresciute insieme, loro e il fratello, in un legame che era simbiotico. «Qualsiasi cosa succedesse, io chiamavo lei. Qualsiasi dubbio aveva lei, chiamava me». Una presenza continua, quotidiana, fatta di telefonate, decisioni, abitudini condivise: sempre insieme, l’una per l’altra.

Oggi quel legame speciale e quella presenza non si interrompono, si trasformano. Perché Francesca resta nelle sue figlie, negli occhi che la cercano senza sapere ancora come si chiama quella mancanza. Resta nei fratelli che continuano a portare avanti quello che lei aveva costruito. Resta nel marito, nella vita che continua anche per lei.

E resta in questa storia che esce da una stanza d’ospedale e diventa pubblica: non per esposizione, ma per necessità. Lo aveva chiesto lei: «Dovete raccontare la mia storia a Balarm. Perché anche se riuscirò a salvare una sola donna, non sarò morta invano».

Allora il senso, forse, è tutto qui: non trasformare questa storia in dolore da osservare, ma in qualcosa che resta. Perché ci sono vite che, anche quando finiscono troppo presto, continuano ad avere un significato e a dire qualcosa. E quella di Franci, come la chiama Katia con una dolcezza che non si spegne, dice questo: abbi cura di te. Non rimandare.
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