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Dagli asili ai parchi, Palermo non è per i bimbi: "È punitivo nascere in certe aree"

Una città in cui spariscono le voci dei più piccoli sta dicendo che futuro immagina per sé: la classifica del Sole 24 Ore boccia Palermo, i dati nell'articolo

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 1 giugno 2026

Bambini che giocano

Ci sono classifiche che si leggono come numeri e altre che sembrano fotografie. Palermo al 104° posto su 107 province italiane per qualità della vita dei bambini, nell’ultima rilevazione del Sole 24 Ore, appartiene alla seconda categoria. L’indice non misura una percezione generica: prende in esame 20 indicatori, dai servizi scolastici al verde, dalla salute alle competenze, dalla spesa sociale alle opportunità di prossimità.

Ma non è solo una posizione in graduatoria. È una scena quotidiana: un marciapiede rotto davanti a una scuola, un parco chiuso o senza giochi, una piazza occupata dalle auto, un campetto con il cancello sbarrato, un asilo nido che non basta per tutti, una madre che attraversa la strada stringendo forte la mano del figlio perché il semaforo non basta a farla sentire al sicuro.

La classifica dice che Palermo non è una città facile per chi cresce. Ma forse, prima ancora dei dati, bisognerebbe fare una cosa più semplice e più rara: abbassarsi all’altezza dei bambini e chiedere a loro cosa vedono. Perché i più piccoli la città la guardano da un punto di vista che gli adulti hanno dimenticato: vedono le buche prima dei palazzi, le auto prima dei monumenti, i cancelli chiusi prima dei progetti annunciati. Sanno esattamente dove si può giocare e dove no, quali strade fanno paura, quali piazze sono “dei grandi”, quali angoli del quartiere sembrano proibiti anche se nessuno lo ha mai scritto.

Nella quinta circoscrizione, per esempio, il Parco Uditore è uno di quei luoghi in cui Palermo sembra ancora possibile per i bambini. Ci si va per correre, pedalare, rotolarsi sull’erba, per imparare che una città può avere anche silenzi, alberi, panchine, un tempo non consumato. È un parco nato dove prima c’era abbandono, diventato negli anni un presidio quotidiano per famiglie, scuole, anziani e sportivi. Eppure oggi anche questo spazio resta fragile: senz’acqua per più di 2 mesi, con risorse incerte e lavori fermi, tanto da essere finito al centro di un allarme sulla possibile chiusura.

Forse per questo la risposta di Elena, sei anni e mezzo, nome di fantasia, suona ancora più concreta. Lei il Parco Uditore lo frequenta. Sa cosa significa avere un posto così e sa, senza bisogno di dirlo con parole da adulti, cosa succede quando luoghi così sono pochi. «Servirebbero più parchi», dice. La frase è piccola, quasi ovvia, ma dentro c’è una città intera: una città in cui anche il verde che funziona sembra sempre da difendere, in cui il gioco all’aperto non è una possibilità diffusa ma una conquista intermittente, in cui un bambino impara presto che per correre libero bisogna andare “in un posto”, non semplicemente uscire sotto casa.

E infatti, quando immagina la città che vorrebbe, Elena non parte dai monumenti o dai grandi progetti. Parte dal rumore. «Non farei suonare più i clacson», risponde alla domanda su cosa farebbe se fosse sindaca per un giorno. È una frase da bambina, ma non è ingenua. Perché per chi cammina basso, vicino ai paraurti, agli scarichi degli scooter e agli attraversamenti occupati, il traffico non è uno sfondo: è una presenza continua, un suono che interrompe, che spaventa, che dice ai bambini che la strada non è loro.

Poi Elena aggiunge che toglierebbe le auto e farebbe «più strade per le biciclette». Non parla di mobilità sostenibile, né di sicurezza stradale o di qualità dell’aria. Dice semplicemente ciò che vede: che le auto prendono spazio, mentre le biciclette lo restituiscono, e che in una città meno rumorosa muoversi farebbe meno paura.

In centro storico, Serena (anche questo un nome di fantasia) guarda Palermo da un’altra prospettiva. Qui la città è piena di vita: voci, turisti, tavolini, residenti, vicoli stretti e piazze attraversate di continuo. Ma una città piena non è per forza una città accogliente per i bambini. «Mancano le altalene», dice. E poi «gli scivoli, gli alberi», i posti dove giocare senza dover chiedere permesso alle auto: «Gioco sui marciapiedi», aggiunge.

La frase è semplice solo in apparenza. Perché quel marciapiede trasformato in luogo di gioco diventa il simbolo di una città in cui i bambini non occupano davvero lo spazio pubblico, ma si adattano a quello che resta: si infilano ai margini, tra un portone e una macchina parcheggiata, tra una strada da attraversare in fretta e una piazza pensata più per il passaggio degli adulti che per la sosta dei piccoli.

Poi Serena dice una cosa ancora più concreta: «Vorrei una ludoteca, quella dove andavo l’hanno chiusa». Non una grande opera, non un progetto speciale: una ludoteca. Per un adulto può sembrare un servizio tra tanti, ma per una bambina è una porta che non si apre più, un pomeriggio che cambia, un pezzo di quartiere che smette di appartenerle. E quando immagina cosa farebbe se potesse decidere lei, la risposta corre più lontano: «Un parco acquatico». Forse è fantasia, certo. Ma il suo desiderio dice anche altro: una città non dovrebbe limitarsi a essere meno pericolosa, dovrebbe contenere meraviglia.

È qui che il dato del Sole 24 Ore smette di essere astratto. Perché Palermo non è soltanto in basso in una classifica, è in basso nella possibilità quotidiana di concedere ai bambini una cosa elementare: autonomia. Uscire, incontrarsi, camminare, andare in bici, fermarsi dopo la scuola senza che tutto debba essere organizzato, sorvegliato e pagato. E non riguarda solo la Quinta circoscrizione o il centro storico.

I numeri, in fondo, dicono la stessa cosa con un linguaggio più freddo. Palermo è ultima, 107ª su 107, per verde attrezzato, e scivola al 104° posto per competenza alfabetica e numerica non adeguata. Due indicatori diversi solo in apparenza: da un lato lo spazio fisico in cui crescere, dall’altro gli strumenti per leggere, capire, nominare il mondo.

Quelle di Elena e Serena sono due voci, non un censimento, ma aprono comunque domande che attraversano tutta la città: cosa significa crescere a Palermo a seconda del quartiere in cui si nasce? Cosa cambia tra chi ha un parco vicino e chi ha solo un cortile improvvisato, tra chi può fare sport ogni pomeriggio e chi resta per strada in mezzo alle auto o all’immondizia, tra chi vive in una zona servita e chi in una periferia dove ogni spazio educativo, sociale o sportivo diventa decisivo?

Il neo eletto Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del Comune di Palermo, Vito Lo Scrudato, parte proprio da qui: dall’idea che la città non possa più permettersi di guardare l’infanzia come un tema separato, buono per i progetti, le giornate dedicate o le dichiarazioni di principio.

Il suo primo obiettivo, spiega, sarà «conoscere più da vicino la realtà dei bambini e degli adolescenti, ascoltando scuole, circoscrizioni, famiglie, associazioni, realtà educative e territori», soprattutto quelli dove il disagio rischia di diventare destino.

Perché Palermo, dice il preside ormai in pensione, è fatta di «più città dentro la città, pezzi che comunicano poco tra loro, periferie che rischiano di consolidarsi come ghetti e zone più borghesi che finiscono, specularmente, per diventare prigioni. Palermo non si salva a pezzi: o si salva tutta, o non si salva», dice. Ed è forse una delle frasi più nette per leggere anche la classifica del Sole 24 Ore. Non come una condanna generica, ma come il risultato di fratture che attraversano il capoluogo da anni.

Il quartiere in cui si nasce pesa: sulle scuole che si frequentano, sui modelli che si incontrano, sugli spazi disponibili, sulle possibilità di fare sport, studiare, restare fuori casa in un ambiente sicuro, conoscere persone diverse da quelle del proprio giro. «È punitivo nascere in certe aree», osserva l’ex preside, perché lì il rischio è che i bambini crescano dentro orizzonti più stretti e senza alternative.

Non è solo un problema delle periferie, però. Ed è qui che il discorso si allarga. Se una parte della città si impoverisce di opportunità, se i bambini crescono senza luoghi, senza relazioni, senza presenze educative, il costo prima o poi arriva ovunque: arriva nelle strade, nelle cronache, nella paura, nella qualità della convivenza, così come nei quartieri che pensano di essere al riparo.

Le parole di Elena e Serena, in questo senso, non sono ingenue. Lo Scrudato le legge come il segnale di un disagio più profondo: «Li stiamo espellendo. I più piccoli non trovano agio nel modello di vita occidentale e per questo nutrono una grande nostalgia per un’infanzia che li aggreghi in condizioni gioiose, in contesti non rumorosi e naturali». È una nostalgia strana, perché riguarda qualcosa che molti bambini di oggi non hanno mai davvero conosciuto: non è il rimpianto di un passato personale, è il desiderio di un’infanzia che dovrebbe essere possibile e invece, spesso, viene compressa.

In questa compressione rientra tutto: il parco che rischia di chiudere, la ludoteca che non c’è più, il marciapiede trasformato in area gioco, il clacson come rumore di fondo, la bicicletta desiderata come libertà e non come passatempo. Rientra anche la fatica delle famiglie, costrette spesso a sostituirsi a ciò che la città non offre: accompagnare, organizzare, pagare, sorvegliare, trovare alternative.

Dove lo spazio pubblico arretra, il privato riempie i vuoti. Chi può paga sport, laboratori, doposcuola, attività pomeridiane, spostamenti in auto. Chi non può resta più solo. Ed è così che la qualità della vita dei bambini diventa anche una misura della disuguaglianza: non tutti crescono nella stessa Palermo, non tutti hanno gli stessi cortili, gli stessi pomeriggi e le stesse opportunità.

Il punto, quindi, è proprio questo: Palermo non manca di bambini, ma di una città pensata con loro. Gli adulti parlano di attrattività, turismo, rigenerazione, grandi eventi, mobilità sostenibile, nuove centralità urbane. Parole importanti, a volte necessarie, ma nella vita di un bambino tutto questo si misura in modo molto più concreto: posso giocare? Posso andare in bici? Posso raggiungere un parco a piedi? Posso usare la scuola anche dopo il suono della campanella? Posso restare in un luogo senza essere mandato via?

Sono domande politiche, anche se sembrano domestiche. La classifica del Sole 24 Ore le traduce in indicatori, ma le voci dei bambini le rendono più difficili da archiviare. Quando un adulto dice che mancano servizi, la frase può perdersi nel linguaggio amministrativo. Quando una bambina dice «non voglio più i clacson», «gioco sui marciapiedi» o «vorrei una ludoteca, quella dove andavo l’hanno chiusa», invece, non ci sono molte scappatoie.

Forse il dato più duro, quindi, non è il 104° posto, ma che nessuno, leggendolo, si stupisce davvero: i genitori lo sanno già, gli insegnanti lo vedono ogni giorno, le associazioni lo ripetono da anni e i bambini, semplicemente, lo abitano. E allora forse bisognerebbe ripartire da qui, dalle loro richieste minime e radicali.

Palermo non deve “fare qualcosa per i bambini” come se fossero una categoria fragile da assistere ogni tanto, magari con un evento, un laboratorio o una giornata dedicata, ma cominciare a considerarli cittadini. Cittadini bassi, certo. Senza voto. Ma cittadini che vedono benissimo quello che agli adulti conviene non guardare. Perché una città in cui spariscono le voci dei più piccoli, in favore dei clacson, non sta solo tradendo loro: sta dicendo, con molta più sincerità di qualunque classifica, che futuro immagina per sé.
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