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Artigiani Alab in protesta: "Tutelate le nostre botteghe, sono un patrimonio di Palermo"

Dopo i sequestri, prosegue la mobilitazione della rete artigianale del centro storico: "Non siamo solo attività commerciali ma un presidio sociale e culturale"

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 9 luglio 2026

Gli artigiani di Alab a Palermo (foto di Sofia Calderone di Maghweb)

Nel centro storico di Palermo ci sono vicoli in cui la città cambia passo. Basta allontanarsi di poco dalle piazze più frequentate, lasciare alle spalle i tavolini, i ristoranti, il rumore dei gruppi in movimento per accorgersi che dietro molte porte continua a esistere un’altra forma di vita urbana.

È una vita più silenziosa, fatta di piccoli laboratori, vetrine curate, saracinesche consumate, stanze salvate dall’abbandono. Dentro non ci sono merci arrivate da lontano, ma oggetti che nascono lì: stoffe tagliate a mano, ceramiche modellate, legno levigato, cuoio cucito, disegni, attrezzi, banchi di lavoro, lampade accese anche quando fuori il vicolo resta in ombra.

Per anni le botteghe di Alab hanno abitato Palermo in questo modo: non come semplici attività commerciali, ma come presenze quotidiane nel cuore antico della città, restituendo un tempo diverso, meno veloce, meno anonimo. Hanno riaperto locali rimasti vuoti, riportato luce in strade segnate dal degrado, costruito relazioni tra chi lavora, chi abita, chi passa, chi entra anche solo per guardare. Hanno provato a dire, con la concretezza di una porta aperta, che il centro storico non è soltanto consumo, movida, turismo o rendita immobiliare.

Adesso quegli spazi diventano il punto da cui parte una mobilitazione più ampia. Venerdì 10 luglio alle ore 10.00 l’Associazione Liberi artigiani artisti Balarm scende in piazza insieme a numerose realtà cittadine. Il corteo partirà da piazza Verdi e arriverà a Palazzo Comitini. Lo slogan scelto dai promotori è diretto: «Palermo non è in vendita. La città è di chi la vive».

La manifestazione nasce dopo i provvedimenti che hanno colpito i laboratori dell’associazione, ma nelle intenzioni degli organizzatori vuole diventare il modo per porre una domanda più profonda: quale modello urbano si sta affermando? Uno ancora abitato da chi lavora, crea, produce cultura e costruisce comunità, oppure uno sempre più orientato alla rendita, al consumo e al turismo come unica misura possibile?

La protesta, quindi, non si ferma a una sigla né alla sola rete degli artigiani. Chiama in causa le botteghe, i piccoli commercianti, le realtà culturali e sociali, tutti quei luoghi che non fanno rumore ma rendono una strada più viva, più sicura e, soprattutto, più umana. «Questa manifestazione è solo l’inizio di un percorso condiviso», dicono i promotori. «Non vogliamo restare a guardare mentre la nostra città viene sacrificata alla speculazione e a una logica che mette il profitto davanti ai diritti delle persone».

Nel centro storico, quella logica non è un concetto lontano. Si vede negli affitti che salgono, nei locali che cambiano destinazione, nelle piccole attività che faticano a restare mentre cresce il valore commerciale degli spazi. Per una bottega artigiana vuol dire misurarsi ogni giorno con costi, regole e incertezze, senza avere alle spalle grandi capitali o strutture solide. Vuol dire difendere un lavoro costruito lentamente e una rete di clienti affezionati. E, spesso, scegliere di restare anche quando restare diventa faticoso.

Il punto, allora, non è solo sentimentale. Dietro il fascino delle botteghe e la bellezza degli oggetti fatti a mano c’è un pezzo di economia reale che continua a perdere terreno proprio mentre sembra appartenere al paesaggio più riconoscibile della città.

Nel 2025, secondo CNA, le imprese artigiane in Italia erano ancora oltre 1,23 milioni, con un saldo annuale appena positivo. Negli ultimi dieci anni, però, il Paese ne ha perse 128 mila: una lenta erosione di attività, competenze e mestieri. I numeri aiutano a misurare il fenomeno, ma non bastano a raccontare che cosa accade quando una saracinesca si abbassa per sempre. Non dicono il silenzio che resta in una strada, la porta che non si apre più, il banco di lavoro che si svuota, il passaggio interrotto tra chi sa fare una cosa con le mani e chi avrebbe potuto impararla.

Fondata nel 2010, Alab in oltre quindici anni ha accompagnato la nascita di circa 80 laboratori, diventando un punto di riferimento per artigiani, artisti, creativi e giovani professionisti. È una rete costruita attorno alla collaborazione, alla formazione, alla valorizzazione del lavoro manuale e al recupero di spazi rimasti ai margini. Anche per questo i promotori rivendicano il valore di queste presenze come patrimonio collettivo. «Sono un patrimonio della città - dicono - e rappresentano un presidio sociale, culturale ed educativo». Un presidio, appunto: qualcosa che non si limita a occupare uno spazio, ma lo tiene vivo.

Da qui la richiesta rivolta al Comune, al sindaco e al governo regionale: assumere una posizione chiara sulla vicenda e promuovere politiche capaci di tutelare il commercio di prossimità, l’artigianato, la produzione culturale indipendente e il diritto dei cittadini ad abitare non solo il centro, ma Palermo nella sua interezza.

L’invito è rivolto a chiunque creda in una città «inclusiva, viva e costruita attorno alle persone che la abitano ogni giorno». Per chi scenderà in piazza, difendere Alab significa allora sostenere un’idea precisa: il cuore antico della città non deve diventare una cartolina senza abitanti, una scenografia senza lavoro, una vetrina senza mani che producono. Perché Palermo non è soltanto da guardare, affittare, attraversare o vendere. È ancora da vivere.
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