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Bottega Alab scassinata durante il Festino: così il "borgo dei Giusti" rischia di svanire

Mentre tutta la città guardava la sua Santuzza, in vicolo San Carlo i ladri facevano irruzione nel laboratorio di Alessio Colli, tra i fondatori del "borgo degli artisti"

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 16 luglio 2026

La bottega di Alessio Colli in vicolo San Carlo

Nella notte della Santuzza Palermo era tutta luce. Il carro di Santa Rosalia avanzava tra migliaia di persone, il Cassaro era un fiume di voci, musica e telefoni alzati verso il cielo. A poche centinaia di metri da quella folla, in vicolo San Carlo, qualcuno si muoveva invece nel buio. Mentre la città guardava il Festino, una porta veniva forzata, un vetro colpito e alcuni attrezzi portati via da una delle botteghe di Alab rimaste chiuse dopo i provvedimenti delle scorse settimane.

Il laboratorio colpito ha due accessi. Dopo aver divelto la prima porta, i ladri si sono ritrovati in un piccolo spazio che conduce a un secondo ingresso. Hanno tentato di forzare anche questo, infrangendo il vetro, ma senza riuscire a entrare. Prima di andare via, però, hanno preso alcuni attrezzi da giardinaggio custoditi tra le due porte.

Il bottino è modesto e il danno maggiore riguarda gli ingressi. Ma il valore di quella notte non sta in ciò che è stato rubato, sta nella domanda che lascia dietro di sé: che cosa succede a un luogo quando viene meno chi per anni lo ha abitato, curato e reso vivo?
Quella presenza, in vicolo San Carlo, ha il volto di Alessio Colli, conosciuto artisticamente come Alessio Lu Coriu. Ha aperto la sua bottega nel lontano maggio del 2016, quando scegliere quel punto del centro storico appariva quasi incomprensibile (ve ne abbiamo parlato in un nostro articolo).


«Quando arrivai qui mi presero per folle», racconta. «Era un luogo nascosto, pieno di immondizia, dove nessuno pensava fosse conveniente aprire. Molti di noi hanno scelto proprio zone che non interessavano a nessuno e che, anzi, venivano evitate».

Dieci anni dopo, quella stradina dimenticata è diventata uno degli angoli più riconoscibili della zona: chi la imbocca si ritrova inaspettatamente davanti alle piante, alle porte colorate e ai piccoli laboratori che la costeggiano, in uno scorcio che sembra sottratto al disordine del resto del quartiere. Ma quella trasformazione non è avvenuta per caso: è nata lentamente, attraverso l’impegno quotidiano, le pulizie, le attività organizzate nel corso del tempo e, soprattutto, grazie a chi ha scelto di esserci ogni giorno, aprendo le proprie porte in un luogo rimasto per anni ai margini.

«Sono dieci anni di lavoro», racconta Colli. «Ci siamo presi cura di quel posto ben oltre le pareti dei nostri laboratori. Lo abbiamo pulito, abitato, fatto vivere». Nel piccolo spazio davanti alla bottega, negli anni, si sono susseguiti incontri, presentazioni, iniziative per il quartiere, lezioni gratuite di chitarra, doposcuola e vari momenti di aggregazione. Tutte attività sostenute direttamente dagli associati e realizzate senza finanziamenti, in una zona della città in cui le istituzioni sono sempre arrivate a intermittenza.

È proprio questa presenza, secondo lui, che oggi rischia di venire meno. Ed è per questo che insiste su una distinzione che la vicenda delle ultime settimane rischia di cancellare: quelle di Alab non sono soltanto botteghe. Sono diventate presìdi culturali e sociali, capaci di esercitare una forma quotidiana di controllo del territorio, non attraverso cancelli o telecamere, ma con le saracinesche alzate, le persone che entrano ed escono, le piante annaffiate e qualcuno che si accorge di ciò che accade intorno.

Da quasi un mese, però, tutto questo si è interrotto. Dal 18 giugno il laboratorio di Colli è sigillato e la sua quotidianità in quella strada si è ridotta a pochi minuti trascorsi davanti a una porta che non può più aprire. Lui continua a tornare lì per cercare di salvare almeno le piante: prende l’acqua dalla fontana, riempie i contenitori e le annaffia dall’esterno, poi rimane una ventina di minuti e va via. «Lo faccio per non lasciare morire il vicolo che con tanto lavoro e impegno abbiamo restituito alla città», dice.

«Quando sono tornato dopo la chiusura, la strada era irriconoscibile», aggiunge. «C’erano bottiglie, immondizia, escrementi, odore di urina. In dieci anni i ladri non avevano mai provato a entrare. Adesso la mancanza di una presenza sul territorio comincia a vedersi».
Sono i primi segni di un arretramento che gli associati temono e denunciano da settimane: quando le porte restano chiuse, non scompare soltanto una bottega, ma viene meno un equilibrio costruito nel tempo, quello che aveva permesso a luoghi marginali di uscire dall’abbandono.

Un equilibrio nato anche da una forma di rigenerazione meno visibile, costruita dal basso e lontana dai grandi progetti, dai finanziamenti e dagli interventi urbanistici: quella che prende forma quando qualcuno sceglie di restare con la porta aperta, rendendo più difficile al degrado riprendersi ciò che aveva lasciato.

Oggi, su quella porta, restano insieme i segni del tentativo di furto e quelli di un’assenza imposta. È da qui che nasce l’appello di Colli: «Quella stradina rischia di tornare a essere quello che era dieci anni fa. Noi chiediamo almeno di poter tornare sul territorio. Sulle forme si può discutere, si possono chiarire tutti gli aspetti necessari, ma bisogna darci la possibilità di aprire una porta senza doverci sentire criminali».
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