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Cosa resta di tanta gloria? Quel grande vuoto "storico" proprio dietro il Museo Riso

La storia della chiesa e del monastero del Gran Cancelliere a Palermo distrutti dalla guerra: oggi resta uno spazio vuoto ma in cui potrebbe nascere qualcosa di "vivo"

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 24 giugno 2019

Ciò che resta del monastero del Gran Cancelliere distrutto dalla guerra

Riflettendoci, mi rendo conto di non saperne mai abbastanza su questo argomento. Ma io sono nata in pieno boom economico, negli anni Sessanta del secolo scorso. Proprio nel periodo in cui nelle case si cominciavano a vedere i primi grandi elettrodomestici, come frigoriferi, TV e lavatrici.

Mentre le bambine di allora erano felici di giocare con le fantastiche bambole a batteria, mai viste prima, in grado di parlare e camminare. Difatti, dopo i disastri e le ferite provocate dall'ultima guerra mondiale era come se si volesse dimenticare una fase storica lacerante, rimasta nei libri e nei dolorosi ricordi e racconti di chi l'aveva vissuta. Era come se si volesse accantonare e nascondere dei vecchi mobili sfasciati, acquistando e mettendo in risalto quelli nuovi.

Non riesco a spiegarmi diversamente il motivo per il quale spesso, piuttosto che ricostruire gli edifici bombardati specialmente nel nostro centro storico, in quei tempi post bellici si preferì spostare l'attenzione su progetti di nuove costruzioni in altre zone cittadine, "divorando" intere aree di verde.

Sicuramente altre ragioni di carattere economico e politico furono profondamente incisive, ma nell'animo dei cittadini palermitani dell'epoca nulla si oppose a tali scelte che, come inevitabile conseguenza, probabilmente (e purtroppo) hanno reso Palermo ancora oggi l'unica città europea che mostra i segni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Il 1943 fu un anno terribile e la data del 9 maggio per sganciare gli ordigni sulla città fu scelta dagli alleati per una ragione ben precisa.

A piazza Bologni (allora chiamata piazza Italo Balbo) quel giorno si sarebbe svolta la Giornata dell'Esercito e dell'Impero presenziata da alte personalità del regime fascista. Un bombardamento, quello del 9 maggio 1943, tremendo e devastante, senza tregua né pietà puntando specialmente palazzo Belmonte Riso, allora divenuta Casa del Fascio.

E nella cui antistante piazza Bologni all'epoca era stata perfino spostata la statua di Carlo V per agevolare le adunate. Durante i rovinosi bombardamenti, che continuarono a susseguirsi, furono anche rasi al suolo la vicina ed antica chiesa del Gran Cancelliere con il suo monastero.

Questi edifici religiosi dalla importante storia occupavano una vasta area alla quale si accedeva dal vicolo omonimo, dal vicolo Ragusi e dal vicolo Marotta sfociando nella piazza che tuttora porta il loro nome.

Nome di grande importanza, poiché fu il Gran Cancelliere del Regno normanno Matteo Ajello a fondare il monastero nel 1171 denominandolo inizialmente Santa Maria dei Latini in contrapposizione al primo monastero del SS. Salvatore di culto greco.

Nel 1586 il monastero accolse le monache del convento di Santa Lucia del Monte Oliveto, che si trovava dietro la Badia Nuova, trasferitesi a causa dell'aria malsana di quel territorio nei pressi del fiume Papireto e recando nella nuova dimora una statua in marmo di Santa Lucia molto venerata.

La chiesa del Gran Cancelliere dell'Ordine benedettino fu ricostruita nel 1590 con il prospetto che si affacciava sulla piazza; mentre la consacrazione fu officiata il 12 aprile 1739. Una chiesa ad unica navata magnifica e ricca di stucchi barocchi, dotata di tre portali di ingresso ed affrescata dal Novelli e dal Serenario.

Opera dello stesso Serenario la pala d'altare raffigurante il Gran Cancelliere che, insieme alla moglie Sica, presentano il nuovo monastero a Maria Vergine, a San Benedetto ed a Santa Scolastica.

Un'altra pregevolissima opera qui custodita era una tempera su tavola del 1171 che rappresentava la Madonna dell'Udienza, poi denominata "delle perle", per via dei tanti gioielli di perle con i quali veniva adornata come ex voto.

Opere che furono messe in salvo prima della distruzione e adesso conservate al Museo Diocesano. Le suore, che fruivano di un belvedere sul Cassaro e di una sede estiva nella chiesa di Maria SS. Ausiliatrice ancor oggi esistente in via Sampolo, erano molto famose per la realizzazione dei loro tipici dolci al pistacchio: "i feddi" del Cancelliere.

Paste dalla sagoma concava che ricordava le natiche (felle) e per le quali Giovanni Meli dichiarava che si “farrìa sett’anni cu rimi in manu". Ossia che, pur di mangiarle, si era disposti a subire sette anni di prigionia sulle galere a remi.

E adesso cosa è rimasto di tanta gloria e magnificenza? Una scuola costruita su parte di quell'area dall'aspetto non di certo edificante e poi praticamente il nulla, per non dire il degrado.

Alcune finestre del monastero, parzialmente murate, sono sopravvissute sul vicolo del Gran Cancelliere e tutto il resto è a malapena recintato da lamiere attraverso le quali si può osservare questo grande spazio inutilizzato fra ruderi, spazzatura, terreno incolto e qualche albero rinsecchito.

Ritengo che ormai, dopo tanti anni di silenzio ed incuria, è davvero giunta l'ora di restituire il dovuto decoro a questi luoghi che hanno ospitato degli edifici sacri di tale importanza. Spazi che potrebbero risorgere, con la giusta attenzione che meritano, soltanto dalla volontà delle amministrazioni interessate perché Palermo, poco alla volta, perda definitivamente le cicatrici che l'ultimo conflitto bellico mondiale le ha inflitto.

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