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Dalle strade di Palermo ai villaggi in Africa: chi è Giampaolo, il medico degli ultimi

È il medico di strada della città che ha vissuto tante vite, sia di chi gli ha chiesto una mano in qualità di dottore, ma anche dei più fragili: vi raccontiamo la sua storia

Alice Marchese
Giornalista
  • 24 gennaio 2026

Giampaolo Reina

A Palermo chi lo conosce lo sa: per Giampaolo Reina, anche di fronte a una patologia o a una vita apparentemente più sconfortante, c'è sempre un motivo per essere felici. Da sempre dedito agli altri, è il medico di strada della città che ha vissuto tante vite, sia di chi gli ha chiesto una mano in qualità di dottore, ma anche dei più fragili come volontario in tante realtà del capoluogo.

Una scelta che quasi nasce con lui e che adesso, all'età di 72 anni, ricorda con tenerezza: «Voler essere quello che sono diventato oggi in realtà è stato un desiderio costruito nel tempo - racconta Giampaolo a Balarm -. Fin da ragazzino ho vissuto l’adolescenza con genitori con una mentalità un po' più chiusa, ma con un padre sempre dedito alla bontà verso gli altri.

Durante il periodo del liceo (dal '64 agli anni '70), eravamo in piena rivoluzione culturale e se ne discuteva insieme ai professori che ci hanno sensibilizzato molto. In particolare col mio professore di filosofia abbiamo partecipato a incontri su temi attuali che lui stesso organizzava nel pomeriggio a casa sua.

Abbiamo vissuto le lotte rivoluzionarie sia degli operai che delle donne per costruire un mondo nuovo. Verso i 16 anni cominciai a far parte del gruppo "L’equipe" che raccoglieva studenti e studentesse di varie estrazioni sociali e scuola che avessero un unico obiettivo nel nostro piccolo: quello di cambiare il mondo e abbiamo scritto articoli nel nostro giornalino “Mondo nuovo”, ma non solo.

Facevamo anche operazioni di volontariato per distribuire vestiario agli ultimi di Palermo, sia per raccogliere la carta che vendevamo e il ricavato lo abbiamo mandato per la costruzione di un ospedale in Mato Grosso in Brasile», ricorda sorridendo.

È stato solo l'inizio per lui: «A 16 anni ho fatto volontariato la domenica nell'orfanotrofio che c'era al Boccone del Povero a Palermo in Corso Calatafimi e il nostro gruppo badava anche alle vecchiette che stavano al primo piano. Erano le prime Rsa di allora ed è stato altamente formativo per me».

Ma per Giampaolo si avvicinano i 20 anni e in quegli anni c'era il sogno del "posto fisso", che in realtà non coincideva col suo: «Avevo la chiara intenzione di voler fare il medico, cosa che ho realizzato nel tempo e ho avuto degli ottimi insegnanti che mi hanno fatto capire l’importanza di una medicina incentrata sulla persona e non sulla malattia soltanto, ma anche quella di vedere quel letto di ospedale occupato non da un numero, ma da un nome e da una entità vivente con le sue problematiche, sociali, personali e familiari.

Era un desiderio troppo grande, infatti dopo aver vinto il concorso e aver lavorato lì per due anni, ho rinunciato a un lavoro all’Inps, che mi ha consentito di iniziare il mio percorso di studi senza dipendere dalla mia famiglia. Il concorso l’ho sempre vissuto come una trappola, sicuramente era una certezza e mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro. Ma ho detto di no anche a lui perché non bisogna mai calpestare i sogni.

Infatti immediatamente dopo la laurea ho cominciato a lavorare come medico di famiglia basando tutto sul fatto che andare a una visita per un paziente non deve essere frustrante, ma di “serenità costruttiva”, come la chiamo io».

Oltre a Palermo, il suo sguardo era rivolto anche all'Africa e custodiva nel cuore il sogno di rendere questi luoghi più indipendenti possibili: «La svolta importante è stata nel 1994 quando entrai in contatto con un’associazione “Inter Sos” che interveniva nei paesi del Terzo Mondo subito dopo la fine delle guerre. E io dal 1 settembre del '94 per sei mesi ho fatto il volontario con quest’associazione in Rwanda, in Africa. Subito dopo la guerra fratricida tra Hutu e Tootsi con più di 1 milione e mezzo di morti.

È stata un’esperienza devastante per le crudeltà a cui ho assistito, ma anche meravigliosa per tutto quello che siamo riusciti a fare, tra cui vaccinare 35mila bambini e ricostruire ospedali distrutti. Ripartire dalle macerie senza fermarci mai.

Da Palermo è arrivato materiale scolastico per 8600 bambini tutto il materiale necessario ed è stata un’esperienza di grandissima solidarietà, come zaini, quadernoni a righe e a quadri, penne blu, rosse, matite, colori, gomme, temperamatite, squadrette, pennarelli e chi più ne ha più ne metta».

Da lì è tornato ogni anno in Africa, prima sempre in Rwanda e poi dal '98 nella Repubblica Democratica del Congo per aiutare a sviluppare i villaggi poveri così da renderli autonomi, ma a Palermo la sua attività di volontariato continua.

«Ogni anno in Africa, ma ho continuato a fare volontariato in città: sia con l’associazione “Anirbas”, che usciva il sabato fornendo un pasto completo, vestiario e assistenza medica ai senzatetto che dormono per strada. Nel frattempo ho fondato l'associazione “Avopas” che si occupa dei villaggi africani nella Repubblica Democratica del Congo, sono circa 8mila.

Il sabato pomeriggio con Avopas forniamo un pasto completo preparato da noi (un primo, un secondo, un panino, dolci, posate, frutta e bottiglietta d’acqua), oltre al vestiario e sempre all'assistenza medica. Faccio parte anche della Comunità di Sant’Egidio con la quale facciamo la stessa cosa il lunedì sera e collaboro con "Gli angeli della notte" e una domenica al mese prepariamo a pranzo un pasto completo anche per loro, sempre con le stesse modalità».

Una vita dedita completamente agli altri, ma c'è chi in un certo senso è stato un faro per lui: « Mio papà è stato il mio esempio più prossimo di bontà, nonostante le idee politiche spesso divergenti che ci facevano scontrare. Un’altra persona è Carmelo Arnone, il prete operaio che mi ha insegnato a uscire fuori dagli schemi per entrare nel mondo degli ultimi e lottare per loro. Lui non c'è più, ma la sua missione cammina con me».

A volte c'è chi rischia di unirsi alle realtà di volontariato per tappare un buco o per riempire la giornata e inevitabilmente si abbandona poco dopo perché lo si vive come un peso. Un concetto che Giampaolo ha sempre respinto: «Se tu ti dedichi agli altri, è qualcosa che non puoi fare un giorno alla settimana, ma deve fare parte della tua quotidianità e non essere vissuta come una dipendenza.

Io non devo farlo per forza o perché non so cosa fare, ma per essere utile sia come persona che come medico. Le persone oltre ad aspettarci quando facciamo le ronde, sanno il mio nome, ma soprattutto io so il loro nome e la loro storia. La maggior parte delle persone che vivono per strada è pacifica, ma ce n’è una parte disorientata o aggressiva o perché sono in preda all’alcol o perché soffrono di malattie mentali.

Bisogna solo sapere come interagire con ogni singola persona, un po' come faccio quando da medico mi ritrovo di fronte a un paziente. Ho sempre avuto l'idea di trasformare la sala d’aspetto in un momento di incontro fatto di storie diverse. Senza pensare in modo ossessivo alle proprie malattie, ma considerarla come se fosse "una stanza" in una casa grande, ma bella che è la propria persona».

Tutti pezzi di vita che fanno parte di lui, nonostante qualche piccola nota "stonata" che fortunatamente si è conclusa bene: «Amo tantissimo essere volontario in Africa, nonostante sia stato rapito e sequestrato due volte. Allora c’era un dittatore e da Rwanda vennero truppe di Cabila che invasero il Congo e ci sequestrarono nei villaggi. La prima volta siamo rimasti lì per 20 giorni, la seconda 4 giorni, siamo riusciti a scappare. Questo non mi ha mai fermato».

Da sempre vicino alla vita e alla cura, ma anche alla morte, non è mai facile fronteggiare questi eventi purtroppo inevitabili: «Quando un paziente e un clochard muore, spesso per ricoveri e abbandoni ospedalieri, mi resta una grande tristezza, ma al contempo la consapevolezza di essergli stati accanto negli anni in cui abbiamo avuto l’onore di conoscerli. Non siamo noi che doniamo, ma sono loro che ci donano tantissimo. Sanno che io esisto e per loro sono anch’io un punto di riferimento».

Il medico di strada Giampaolo dimostra come come la sua strada sia fatta di nomi prima che di numeri, di mani tese e sorrisi prima che di diagnosi. A 72 anni continua a dimostrare che la felicità non è l’assenza di sofferenza, ma la scelta quotidiana di stare accanto agli altri, soprattutto a chi non ha voce per gli altri.
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