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È il giovane sindaco di Catania (solo in tv): Claudio Musumeci, tra "Vanina" e docufilm

Non una semplice volontà di cambiare, ma una ricerca continua, quasi necessaria, che attraversa ogni scelta artistica e ogni personaggio interpretato. L'intervista all'attore

Federica Dolce
Avvocato e scrittrice
  • 21 marzo 2026

L'attore Claudio Musumeci

Il teatro insegna che ogni ingresso in scena è un atto di verità, anche quando si finge. Questa è una lezione antica che affonda le sue radici tra William Shakespeare e Luigi Pirandello, e che oggi rivive nel percorso artistico e professionale di Claudio Musumeci, attore capace di abitare il confine sottile tra eredità e sperimentazione.

È proprio nel dialogo con l’attore catanese che questa sua tensione creativa emerge con maggiore nitidezza: non una semplice volontà di cambiare, ma una ricerca continua, quasi necessaria, che attraversa ogni scelta artistica e ogni personaggio interpretato. Una spinta interiore che lo porta a non fermarsi mai dentro una forma ben definita, ma a rimettersi costantemente in gioco.

La sua è curiosità viva che spinge a cambiare pelle, a non sentirsi mai arrivato, a cercare continuamente nuove forme, nuovi linguaggi, nuovi personaggi. Ed è proprio da qui che si può partire per raccontarlo, in occasione dell’uscita su Canale 5 della serie "Vanina", con la regia di Davide Marengo e Riccardo Mosca, divisi in due puntate ciascuno, in cui interpreta un inedito sindaco di Catania.

In questa recente serie per adesso in onda, ci si domanda come prepararsi per dare credibilità ad un ruolo così legato ad una realtà politica e sociale molto riconoscibile. «In realtà abbiamo creato un personaggio che è totalmente distaccato dalla figura classica del sindaco, un po’ adulto, esperto. Questo è un sindaco più giovane, sui generis, che non ci si aspetta nelle grandi città. Magari nei piccoli comuni si trova il sindaco giovane, nelle grandi città come Milano, Palermo, Catania c’è la figura di un uomo più grande di età», racconta, quasi divertito da questa scelta controcorrente.

«Un sindaco giovane che si trova in una situazione particolare, - aggiunge l’attore - perché è già stressato di suo perché governa una città particolare che è Catania, e poi perché gli capita un omicidio durante la festa di Sant’Agata, ma non diciamo altro…». Un ruolo costruito più per sottrazione che per imitazione, lontano dagli stereotipi del politico navigato. E forse già qui si intravede la cifra del suo lavoro: evitare le scorciatoie, spiazzare, rimettere in discussione l’immaginario.

Figlio d’arte - suo padre è Tuccio Musumeci - Claudio porta con sé una memoria importante, ma non ingombrante. La tradizione, nel suo caso, non è mai un vincolo, piuttosto un terreno fertile da cui partire per sperimentare. Lo dimostra il suo percorso, che attraversa teatro, cinema e televisione con la stessa fame di scoperta: «Un attore non deve mai conoscersi del tutto… se finisce la ricerca, diventa come timbrare il cartellino». E lui, di fermarsi, non ha alcuna intenzione.

Sul set di "Vanina", il clima è quello che predilige: umano, familiare, fatto di complicità. «Un clima tranquillissimo con Claudio Castrogiovanni, con Giusy Buscemi, due parsone tranquille e simpatiche. C’è stato feeling fin da subito sul set. Poi molte delle maestranze di Vanina sono le stesse di Makari, come il regista Riccardo Mosca, gli operatori, i tecnici, quindi ci si conosceva. È stato bello lavorare con loro. C’era una bella atmosfera, è un’atmosfera che si crea grazie alla produzione Palomar,questo vorrei puntualizzarlo. Creano un’atmosfera di famiglia. E questo lì ho notato anche in Makari. E questo aiuta tantissimo a lavorare, anche se non sempre è così».

Un ambiente che ricorda quello già vissuto a Makari, dove molti dei professionisti coinvolti si ritrovano, creando una continuità rara nel mondo audiovisivo. Claudio ci racconta un aneddoto, che lo riempie di orgoglio per la sua città natia: un girno un suo amico, amante del cinema, domandandosi chi avesse precedentemente interpretato il sindaco di Catania, dopo aver fatto un’attenta ricerca, gli comunicò che fino ad oggi solo due attori avevano portato sullo schermo il sindaco di Catania, lui in tv e nel cinema il famoso Franco Coop (nome d’arte di Franco Giuseppe Coppola), una delle prime spalle di Totò, che nel 1954 con Alberto Sordi, con la regia di Luigi Zampa in “L’arte di arrangiarsi” interpretò anche lui il Sindaco di Catania.

Un altro progetto importante è “Il depistaggio Borsellino”: «È un film che è stato già presentato al Festival del Gattopardo a Ciminna, deve uscire prossimamente. Tra gli attori del cast, Tony Sperandeo, Davide Coco, Guja Jelo e tanti altri. Lì interpreto un magistarto, con la regia di Aurelio Grimaldi si tocca un argomento ancora molto attuale». Ma è quando si parla di linguaggi che Musumeci si accende davvero. Il suo sguardo si sposta sui cortometraggi, considerati non come un formato minore, ma come una delle forme più vive del cinema contemporaneo. «I cortometraggi a livello mondiale stanno diventando dei gioielli, a volte con risultati migliori dei lungometraggi. Perché a volte ci si perde, la sceneggiatura poi si appiattisce.

Ci sono festival dedicati ai cortometraggi, bellissimi anzi pazzeschi. Fatti bene e con un contributo economico minimo. Questa è proprio la bellezza del cortometraggio che chiunque può finanziarlo ma con risultati pazzeschi ed una libertà di espressione più ampia». Una dichiarazione netta, che apre a una riflessione più ampia sul sistema produttivo: meno vincoli, più libertà espressiva, maggiore possibilità di sperimentare. E non è solo teoria. Lo dimostra con “26 secondi”, esperienza che racconta con entusiasmo: «È un cortometraggio, prodotto da MediaPlatinum di Remax, l’agenzia Immobiliare, in cui un agente immobiliare percorre dei loop temporali, entarndo nei corpi dei suoi clienti, quindi attraversando diverse senzazioni ed emozioni. È stato divertente, la regia è di Alberto De Luca».

Questo tipo di lavoro arricchisce forse più di cinema e televisione, secondo il giovane Musumeci, per la sua liberta di scrittura, di produzione e direzione. «Però - afferma Claudio - non c’è un canale tv per i corti, i corti vanno solo nei festival o nelle piattaforme in streaming, altrimenti non vanno in televisione, non al cinema. Ecco perché i cortometraggi fanno parte delle “indi productions”, e faticano ad emergere. Nei festival spaccano. Ma non certo tutta le gente può andare nei festival. Bisognerebbe creare dei canali televisivi per i corti. Questa è un’idea mia vecchia. Forse me la rubano dopo questa intervista. Sicuro».

L’esperienza del docufilm dedicato a Il Gattopardo, prodotto dal comune di Ciminna, girato l’anno scorso e intitolato “Alla ricerca del Gattopardo” è un altro tassello della sua esperienza professionale degno di nota, perché nato attorno alla memoria culturale di un’opera che continua a influenzare generazioni. «Tutto nasce grazie all’idea di Sergio d’Arrigo, direttore artistico del Festival omonimo di Ciminna, e con la regia di Alfio d’Agata che è stato direttore della fotografia in “26 secondi”. È un documentario che celebra il grande Gattopardo di Luchino Visconti, a 70 anni dall’uscita del film, con interviste molto belle a cui hanno partecipato mio padre, Tuccio Musumeci, che all’epoca intepretò nel film il segretario comunale, Giancarlo Giannini e tanti altri attori e attrici noti», dice, restituendo il senso di un lavoro che unisce territorio, storia e cinema.

E proprio il passato è un altro punto chiave del suo immaginario. Musumeci guarda avanti, ma con uno sguardo costante rivolto ai maestri. Cita Luigi Zampa, avrei adorato lavorare con lui, poi Enrico Maria Salerno, Lina Wertmüller con cui ho fatto uno stage di cinematografia. Apprezza molto il cinema orientale e occidentale come ad esmpio quello francese. Sogna un ritorno a un cinema capace di raccontare la Sicilia con profondità, come quello di Giuseppe Tornatore. Anche Ferzan Ozpetek, anche con registi orientali. Un cinema “di sostanza”, verrebbe da dire, dove la narrazione non si disperde ma lascia tracce. Eppure, il suo non è uno sguardo nostalgico. È piuttosto una tensione: recuperare il valore del passato per reinventarlo nel presente.

Anche il teatro, in questo senso, diventa terreno di riflessione. Meno grandi produzioni, più intimità: «Spettacoli di un’ora, con pochi attori, massimo 4 persone. Un po’ come nei corti, si sta andando verso spettacoli di un’ora. Mi piacerebbe andare in questa direzione, verso qualcosa di pù intimo e ridotto». Un teatro essenziale, che somiglia sempre più al cortometraggio per intensità e libertà.

E poi c’è l’uomo, oltre l’attore. Pilota, viaggiatore, per anni negli Stati Uniti, oggi profondamente legato alla Sicilia. Un equilibrio tra altrove e radici, tra apertura e appartenenza. Forse è anche questo che lo rende così mobile, così difficilmente incasellabile e incredibilmente abile e duttile nell’interpretare ruoli differenti. Quando si prova a definirlo, lui stesso resta sospeso: attore o personaggio? Trasformista o identitario? «Non lo so cosa sono, mi piace trasformarmi», ammette. Ed è proprio questa incertezza a diventare la sua forza. Perché Claudio Musumeci è, in fondo, un attore contemporaneo nel senso più autentico: attraversa i linguaggi, li mette in discussione, li reinventa. Senza mai perdere il rispetto per ciò che è stato. E allora viene da immaginarlo così, tra un set e un palcoscenico, tra un corto girato con pochi mezzi e un progetto più grande ancora da finanziare, mentre continua a cercare personaggi, storie, possibilità.

Con la leggerezza di chi sa che il viaggio conta più della meta. E forse è proprio qui la sua caratteristica artistica e poetica: restare in movimento, come una scena che non vuole chiudersi mai, come un ciak sospeso tra passato e futuro, dove ogni ruolo è ancora tutto da scrivere.
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