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Feste "skincare" e botox sin da giovanissimi: i trend sulla bellezza (che preoccupano)

La paura di invecchiare è più comune di quanto si pensi, ma cosa accadrebbe se si provasse già a 25 anni. Ce lo racconta il direttore di chirurgia plastica del Civico

Alice Marchese
Giornalista
  • 20 marzo 2026

Chirurgia estetica

La paura di invecchiare è più comune di quanto si possa pensare: da un giorno all'altro si avverte inevitabilmente il peso dell'età che avanza. I capelli cadono o perdono il loro colore naturale, la pelle cambia e, persino lo specchio, che un tempo ci faceva stare bene, adesso ci mette in soggezione e ci fa dubitare di noi stessi.

Ma cosa accadrebbe se questo senso di inadeguatezza si provasse già a 25 anni, se non addirittura prima? Sembra incredibile pensarlo. Eppure accade anche tra i giovani, costantemente bombardati da foto e video sui social che mostrano volti e corpi a dir poco irraggiungibili, se non grazie a piccoli "aiuti" che, a giudicare dai contenuti pubblicati, sembrano essere ancora più accessibili rispetto a qualche anno fa.

Per non far confusione, il lavoro svolto dalla chirurgia plastica ed estetica resta più o meno lo stesso, cambiano alcune sfumature come l'intenzionalità del paziente. Nel caso di quella estetica, si parte da un desiderio, mentre la branca di chirurgia plastica si pone l'obiettivo correggere e riparare i difetti morfologico-funzionali o le perdite di sostanza di svariati tessuti sia congenite, che causate da traumi.

Recentemente si è sdoganata la tendenza a sottoporsi a interventi di chirurgia estetica per raggiungere dei canoni di bellezza sempre più standardizzati, alimentati dai social media e da modelli irrealistici. Un fenomeno in costante crescita che coinvolge fasce d’età sempre più giovani, ma non solo, motivo per cui si sollevano interrogativi sia sul piano estetico, ma anche su quello psicologico e culturale. È inevitabile chiedersi da dove e perché nasca questa insicurezza.

«Svolgo questa professione dagli anni ’90 e ho costruito le basi della mia formazione a Parigi, dove mi sono dedicato prevalentemente alla chirurgia ricostruttiva - racconta a Balarm il direttore del reparto di chirurgia plastica e ricostruttiva Roberto Pirrello. «L’approccio di quella scuola si fondava su un principio essenziale: privilegiare, durante gli interventi, l’impiego di materiale autologo, ovvero tessuti, cellule o osso prelevati dallo stesso paziente, riducendo al minimo il ricorso a materiali esterni.

Negli anni '90 l’uso del silicone era spesso eccessivo e, in molti casi, veniva iniettato direttamente nei tessuti, una pratica che comportava rischi significativi per la salute dei pazienti. Un aspetto preoccupante che ho notato è che non sono solamente ragazzine a voler ricorrere a ritocchi, ma spesso sono le mamme, che vedono nelle proprie figlie quelle che per loro sono imperfezioni e le spingono a questo tipo di interventi. Questo lo trovo assolutamente disdicevole, da un punto di vista culturale si è perso il canone del bello».

La bellezza spesso diventa fonte di stress e va a braccetto con l'insicurezza, ma sembrerebbe che non siano solo i social il problema. Questi ultimi restano delle vetrine che propongono stili di vita irrealistici, veri e propri specchietti per le allodole, però ci sono desideri che possono esplodere con qualsiasi "strumento" tra le mani: «Ricordo una volta una ragazza di 28 anni, aveva studiato Leonardo da Vinci ed era molto appassionata - prosegue Roberto Pirrello -.

L'inventore italiano è anche conosciuto per aver scritto un libro sui canoni di bellezza basati su proporzioni matematiche rigorose e simmetriche, con l'ideale del viso ovale, un po' come è accaduto con l'Uomo Vitruviano. Mentre studiava, la (futura) paziente ha visto le misure del cranio e ha notato che il suo era mezzo centrimetro più alto e mezzo centimetro più stretto, quindi non bello per lei. Da lì il resto è storia e per fortuna questa ragazza è stata seguita da professionisti e non é stato eseguito alcun intervento.

Non so esattamente cosa sia cambiato, ma oggi si assiste sempre più spesso a una tendenza verso risultati eccessivi e lo noto, ad esempio, nei ritocchi alle labbra. Eppure, le labbra hanno una struttura ben precisa, fatta di concavità e convessità, che andrebbe rispettata: l’obiettivo dovrebbe essere avvicinarsi il più possibile alla forma naturale.

Sono convinto che un buon intervento non debba essere evidente: ciò che conta è che il paziente appaia fresco, riposato, in armonia con se stesso. Purtroppo, per anni anche le aziende farmaceutiche hanno spinto e pubblicizzato prodotti in modo aggressivo, favorendo risultati talvolta artefatti. Negli ultimi tempi, però, si intravede un cambio di direzione: si parla sempre più di naturalezza, a discapito dell’effetto “maschera”.

Il principio, a mio avviso, è semplice: non si tratta di cancellare una ruga, ma di ripristinare i volumi e i punti luce del viso, così da restituire equilibrio e armonia all’insieme».

Prendersi cura di sé è il motto degli ultimi anni, ma il confine tra stare bene ed essere "vittima" di step infiniti per detergersi il viso e (nei casi più estremi che stanno diventando normalità), sottoporsi a ritocchini è davvero sottile. Sembra quasi che la libertà di rifarsi e di cambiare i propri connotati, a volte, sia solo la prigione che non si riconosce come tale, per questo ci porta dentro il paradosso della bellezza che ci rende schiavi.

Ma spesso sono ossessioni che nascono anche prima di noi: «Spesso queste insicurezze non nascono nemmeno da noi, ma vengono trasmesse, assorbite, ereditate. Mi è stato raccontato, ad esempio, di una madre che ha organizzato uno “skin care party” per la figlia di sette anni e le sue compagne: un episodio che lascia poco spazio ai commenti, tanto è emblematico.

Con i più giovani serve attenzione e responsabilità. È normale, soprattutto intorno ai vent’anni, sentirsi fragili, disorientati, amplificare i propri difetti: ma è proprio in questa fase che la percezione di sé va accompagnata, non alterata. L’idea di uniformarsi, di diventare tutti uguali, non è mai la strada giusta. Fortunatamente - conclude Roberto Pirrello - oggi si intravede una controtendenza che riporta al valore della naturalezza, dell’unicità, dell’equilibrio».

In un’epoca in cui l’immagine ha il peso che noi stessi le diamo, riscoprire il valore dell’imperfezione diventa quasi un atto rivoluzionario. Forse la vera sfida non è rincorrere un ideale di bellezza sempre mutevole e irraggiungibile. Prendersi cura di sé resta una delle cose più preziose che abbiamo, ma anche valorizzare ciò che ci rende unici, lontani da ogni standard può essere un ottimo punto di partenza. Che non vuol dire non "correggerci", ma imparare a guardarci e ad accettarci per come siamo.
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