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Ci chiamano ignoranti ma parliamo latino: da ciatu ad antura, il siciliano non mente

È una lingua romanza quella dell’Isola. Ritroviamo caratteristiche del latino volgare a iniziare dal sistema fonologico, con sonorità specifiche. Quali sono

Susanna La Valle
Storica, insegnante e ghostwriter
  • 26 aprile 2026

Mi sono spesso chiesta perché vi fossero grandi latinisti di origine siciliana. Sicuramente lo studio e l’eccellenza erano un segno di distinzione, specie per un Meridione a torto dileggiato e considerato arretrato. Studiando linguistica poi si è fatta strada una nuova consapevolezza: la funzione conservativa che il Siciliano, lingua e non dialetto, ha avuto nei confronti del Latino.

È noto a tutti il prezioso ed unico contributo che il Siciliano ha avuto per la nascita della nostra lingua con il Volgare della Scuola Siciliana, dove un’élite di raffinati e colti funzionari si diletteranno nello scrivere in una nuova lingua facendola diventare arte poetica. Lingua che percorse la nostra penisola, diventando il Dolce Stil Novo. Un idioma ricco, tanto da far dire a Dante nel suo trattato il “De Vulgari Eloquentia, “tutto ciò che è poesia, si chiama siciliano”.

È una lingua romanza quella dell’Isola, una lingua madre riconosciuta come Patrimonio dall’Unesco. Una derivazione dal latino resa possibile anche all’opera di “rilatinizzazione” operata da Ruggero e Federico II, durante il loro Regno, non a caso nel XII un monaco affermava che a Palermo, città felice, era di “trilingue dotata” latino, greco e arabo.

È giusto precisare che non è mai esistito un solo latino, per intenderci quello che abbiamo studiato al liceo, una lingua per lo più scritta, usata da gente colta, diversa dall’latino popolare che risentiva inevitabilmente dei luoghi dove veniva parlato. È però chiaro che nel Siciliano ritroviamo caratteristiche del latino volgare a iniziare dal sistema fonologico, con sonorità specifiche specie nella terminazione delle parole che sono ben diverse dall’Italiano; nella Morfologia, Sintassi e Lessico.

Scendendo nello specifico a volte viene ancora strutturata una frase siciliana con il verbo posto alla fine, tipica della formazione di una frase latina: es- “Rosalia il libro legge”, invece di Rosalia legge il libro, o alcuni plurali che finiscono in A ricordando la forma neutra del latino, es. Vrazzu (Bracchium in latino) che al plurale in siciliano diventa Vrazza.

Si prova una certa curiosità e gusto nel ritrovare parole di uso comune giornaliero così come l’uso dei verbi i con il perfetto (per noi passato remoto) che nella nostra parlata è quasi del tutto scomparso. Tanti sono i retaggi/ testimonianze come Mosca rimasta identica alla forma latina “Musca”, Supra (sopra che) rimane uguale nel latino, così Vitrum, (vetro). Sum (io sono) diventa, Sugnu, “Flatus” è Ciatu; “Grandis”, (grande) diventa Ranni; “Sursum” (venire su) in siciliano è Susiri; “Exire” (venire fuori) è Nesciri che con il prefisso Ar diventa Arrinesciri, riuscire; “ Videre latino”, (vedere) è Vidiri a cui Camilleri giocando con un siciliano inventato aggiunge un prefisso privativo S per farlo diventare Svidiri (vedere non vedere); “Tupto” bussare in latino, che diventa Tuppuliari; “Crassus”, (denso grasso) è Grascio; Antura viene dal latino “Ante Oram” ; Pisci da “Piscis latino” (pesce). Bere, in siciliano Viviri è in latino “Bivere” con uno scambio abbastanza comune tra i fonemi b e v.
Lo stesso termine siciliano Acchianare. Potrebbe essere una derivazione del termine latino “Ad Planare” andare sopra, rientrare a casa. Vi sono poi le parole Radici come Captivus, recluso; come non ricordare a questo proposito “la passeggiata delle cattive a Palermo”, le vedove recluse dal lutto. L’elenco sarebbe ancora lungo, è incredibile quante forme e lemmi possono trovare corrispondenza nel latino come ha evidenziato Gianluca Vindigni, Siciliano, esperto in Grammatica e Filologia latina, Docente di discipline letterarie e latino nei licei. Il giovane Professore evidenzia con esempi la funzione conservativa del Siciliano nei confronti del Latino, ribadendo come la lingua dell’Isola non sia la “silicizzazione” dell’Italiano.

Il siciliano ha operato un processo di conservazione e di stratificazione, che incluse nel tempo, anche i vocaboli di altre lingue. Ma quando il latino entrò sull’Isola? L’origine la troviamo nelle prime Guerre Puniche, le cui vittorie, da parte dei Romani, porteranno alla nascita della Sicilia come Prima Provincia Romana, facendo diventare il latino lingua “Formale e Ufficiale”. La lingua rimase anche nel Medio Evo, grazie a quella reintroduzione forzata voluta dal Normanno e dallo Stupor Mundi, nonostante la presenza del greco e dell’arabo.

Del resto la lingua latina sarà la lingua della scienza fino al 700’, lasciando in seguito ad altre lingue, prima fra tutte l’Inglese, la divulgazione del Sapere. Tra origine e continuità è chiara quindi quella predisposizione nello studio del Latino da parte dei Siciliani, una conoscenza che scorre nel sangue, con l i suoi termini, strutture, categorie mentali e melodia.

Nel concludere, il siciliano è uno “scrigno” di storia e cultura di cui andare fieri, come fece il poeta siciliano Antonio Veneziano, che nel 1500, usò il siciliano per le sue poesie, così scrisse:

Siciliano: «Omeru nun scrissi pi grecu chi fu grecu, o Orazziu pi latinu chi fu latinu? E siḍḍu Pitrarca chi fu tuscanu nun si piritau di scrìviri pi tuscanu, pirchì ju avissi a èssiri evitatu, chi sugnu sicilianu, di scrìviri pi sicilianu? Àju a fàrimi pappajaḍḍu di la lingua d'àutri?»

Tradotto in italiano: «Non scrisse Omero che fu greco in greco, o Orazio che fu latino in latino? E se Petrarca che fu toscano non si peritò di scrivere in toscano, perché dovrebbe essere impedito a me, che son siciliano di scrivere in siciliano? Dovrei farmi pappagallo della lingua d'altri?».

Come dargli torto…

Fonti: “La Linguistica. Un corso introduttivo” (Berruto e Cerruti); “Rosa Fresca Aulentissima” (Corrado Bologna, Paola Rocchi volume I); “Lineamenti di Storia del Diritto Romano” (Talamanca); Dal web Seminari e Contributi di Gianluca Vindigni.
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