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Palermo, l'estate e il panino (killer): qui ciò che non ti ammazza ti rende più forte

Ci sono piatti tipici a che non sono semplicemente cibo: sono esperimenti clandestini. Per non parlare della cottura per infusione in quell’olio “vissuto”

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 15 giugno 2026

Un panino con crocchè, panelle e melanzane fritte

Quando scoprii che il tasto REC del videoregistratore non significava “Resta Eternamente Confuso” ma serviva a registrare i programmi TV, cominciai a farmi copia di tutte le puntate di Medicina 33 con Luciano Onder. Ogni tanto le rivedo. La mia preferita è quella sul colesterolo, con la professoressa Polentoni del Fatebenefratelli che raccomanda di tenerlo a duecento milligrammi per decilitro di sangue. Onder, intanto, si esibisce in acrobatiche domande marzulliane con triplo salto mortale: «È meglio un cuore sano e triste o un cuore felice ma pieno di trigliceridi?» e ancora «siamo noi a scegliere lo strutto o è lo strutto che ci sceglie quando siamo fragili?».

Fu durante uno di questi momenti che mi arrivò una notifica su WhatsApp. Il solito amico Kitsch: costantemente e immotivatamente felice, come se tra l’esistenzialismo europeo e il post- strutturalismo non ci fosse stato un certo Sartre a ricordarci che “l’inferno sono gli altri”. E infatti l’inferno deve essere esattamente questo: un grande quararone dove ci friggiamo tutti come cazzilli. E a proposito di cazzilli, apro il messaggio: foto con dita a V — mai capito cosa abbia vinto — e nell’altra mano un panino mostruoso con crocché, panelle e melanzane fritte. Sotto: “Ammuccati stu BigghiMec!”. A piè di pagina: “Teccà mancia!” Cancella messaggio. Subito. Blocca contatto. Per sicurezza esistenziale. Non è odio verso il cibo esplosivo. Né verso la gente che lo esalta. È una forma di amore consapevole. Controllata. Informata sui fatti, direi.

Perché ci sono piatti tipici della nostra cucina che non sono semplicemente cibo: sono esperimenti clandestini. Accoppiamenti così improbabili che, al confronto, i film di David Lynch sembrano tutorial ai fornelli di Nonna Rosetta su YouTube. Prendiamo la mafalda con panelle, crocché e melanzane fritte. Chi è stato il primo a dire “mettiamoci tutto dentro e vediamo”? Nessuno può svegliarsi la mattina e decidere di piegare le leggi della fisica e la tavola periodica degli elementi per farne un panino.

La cottura per infusione in quell’olio “vissuto”, che ha memoria di tre rivoluzioni e una finale di Champions League, raggiunge temperature teoriche prossime alla soglia di Planck, tipo 10³² Kelvin. Chi può averla pensata? Solo una persona: J. Robert Oppenheimer. Non può essere altrimenti. Me lo vedo già: “Chiosco panelle e crocché J. Robert Oppenheimer.” Recensioni: “Panelle atomiche.” “melanzane esplosive” “Crocché a fissione immediata". "Le ho portate a un’amica in Giappone. Non è rimasto più niente".”

Che poi uno se guarda bene le cose le vede: scie chimiche, rettiliani, le buche in viale Regione Siciliana. No, perché è anche arrivato il sacrosantissimo momento che la scienza ci spieghi perché i Lapini di panelle, crocché e milinciane fritte si piazzano sempre all’ingresso degli ospedali. Cos’è? Caso? Tradizione? O una strategia epidemiologica non dichiarata? Magari u complotto delle lobby farmaceutiche per incrementare le vendite di Cardioaspirina. E poi ci sono loro, quelli all’ingresso dei passaggi per le spiagge libere. Dove la prevenzione dovrebbe iniziare e invece finisce sempre nello stesso modo. Infarto teorico, ma molto pratico.

Poi dice che la gente muore a mare. Secondo il Rapporto ISTISAN ogni anno nelle spiagge italiane si verificano mediamente 78 decessi l’anno per infarto. Basta. Esco di casa. Devo raggiunge andare a ritirare degli esami in ospedale. Per strada penso ancora a Luciano Onder e mi chiedo se ci abbia mai fatto una puntata a proposito. Non lo so, provo ad immaginarmela. «Benvenuti a Medicina 33. Oggi parleremo di un killer silenzioso: il panellaro».

Arrivo. Prendo gli esami e scappo per ritornarmene a casa. All’ingresso qualcosa non va. Mi fermo. Non so perché. Non è una decisione. È una sospensione. Il corpo si pietrifica, come avessi incrociato lo sguardo di Medusa. Un unico fotogramma: il Lapino. Sensazioni contrastanti: caldo, freddo, odore di olio del paleolitico. E poi succede. Una pulsione. Fisica e mentale. Qualcosa che riemerge dai meandri dell’inconscio. Ordino! “Come?” mi chiede. “Mafalda, crocchè, panelle, milinciane fritte.” Non parlo. Non negozio. Non penso. Pago. Ricevo. E lo mordo.

E mi parte Danilo Catalano con la sua “Si può morire di ciliegie”, ma con il fritto. “Si può morire di panino con crocché, panelle e milinciane fritte? quanti ne devo mangiare di panini con crocché, panelle e milinciane fritte per morire di panini con crocché, panelle e milinciane fritte? Se mai dovessi suicidarmi m’ammazzerei di panino con crocché, panelle e milinciane fritte. E si può morire di mancanza di gatti? Per quanto tempo ancora potrò vivere in assenza di un gatto nella mia vita? Un giorno o l’altro mi troveranno stramazzato al suolo e il Coroner dirà: “Minchia una crisi d’astinenza da gatti di questo livello non l’avevo mai vista”.

E si può morire di mancanza di tuoi baci? Per quanto ancora potrò sopravvivere senza? Un giorno andrò in coma da mancanza di tuoi baci e il medico dirà: “Minchia trovatela subito!” “Chi?” chiederà la capo infermiera. “Ma come chi? La baciante!”. E si può morire di solitudine? Quante gocce di solitudine ancora potranno assorbire i miei occhi? Oggi ho comprato un panino con crocché, panelle e milinciane fritte. Lo mangerò stanotte ne mangerò poco lentamente e bene. Tranquilla, bambina nessuna voglia di crepare. Per essere un poeta sono troppo di buon umore.
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