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Fu il "Cristoforo Colombo palermitano" del 1800: l'impresa (dimenticata) del veliero Elisa

Ci sono imprese cadute nell'oblio nonostante la loro grandezza. Una di queste è avvenuta nel 1838 ad opera del brigantino palermitano costruito nei cantieri siciliani

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 8 maggio 2021

Il brigantino Elisa

Ci sono imprese cadute nell'oblio nonostante la loro grandezza.

Una di quelle dimenticate è avvenuta negli anni 1838-39 dal brigantino Elisa, ovvero un veliero costruito interamente nei cantieri siciliani, che fece un'impresa in quel tempo considerata difficile e molto prestigiosa.

Infatti, l'imbarcazione raggiunse l'Isola di Sumatra passando dall'Oceano Indiano dopo aver attraversato l'Atlantico. Al comando dell'imbarcazione vi era Vincenzo Di Bartolo, nativo di Ustica e diplomato al Collegio Nautico di Palermo, altra grande eccellenza siciliana.

Di Bartolo, nonostante la giovane età, aveva molta esperienza in fatto di navigazione, poiché aveva fatto numerosi viaggi in Europa e in America. Quella, volta però lo aspettava un viaggio diverso e molto impegnativo. Lo scopo del viaggio era quello di consegnare alcune merci a Boston, per poi recarsi nell'Isola di Sumatra per fare un carico di pepe.

L'equipaggio della nave era formato interamente da marinai palermitani e di Termini Imerese. L'Elisa salpò da Palermo in pieno autunno, precisamente il 28 ottobre del 1838.



Il 10 dicembre dello stesso anno attraversava lo Stretto di Gibilterra. In quei giorni, Di Bartolo, durante le operazioni navali di routine, si procurò una frattura alla scapola sinistra e fu costretto a cedere il comando della nave a Filippo Montechiaro, anconetano di nascita ma formato, anche lui, al Collegio Nautico di Palermo.

Il 27 gennaio 1839, dopo numerose peripezie a causa del freddo e di alcune tempeste incontrate durante il viaggio, il brigantino giungeva, finalmente, a Boston, prima tappa del suo viaggio.

Qui, vennero eseguite alcune riparazioni e si acquistarono diverse carte di navigazione, e delle armi da fuoco, poiché il veliero avrebbe attraversato delle acque insidiose in cui scorrazzavano i pirati malesi per poi sbarcare in territori in cui le popolazioni indigene non erano sempre pacifiche.

Il primo marzo del 1839 l'Elisa ripartì da Boston e dopo circa due settimane passò il Tropico del Capricorno e si diresse verso il Capo di Buona Speranza.

All'inizio di luglio l'equipaggio di Di Bartolo giunse nell'isolotto di Palau Raja. Poiché il pepe non era disponibile raggiunsero l'isola di Rigaih.

Qui, finalmente, Di Bartolo potè rifornire la nave di viveri e si mise in contatto con il capo tribù che si presentò "scalzo e con un berrettone di vimini; salì in vista a bordo, osservò la bandiera reale, chiese in regalo un cannone e un altro ne acquistò dopo aver visto tirare due colpi", come riportato dal breve opuscolo scritto sull'impresa di Di Bartolo da Ignazio Filiberto nel dicembre del 1839 su commissione del Duca di Caccamo. Il 26 luglio 1839, dopo aver caricato la nave di spezie, l'equipaggio dell'Elisa cominciò il viaggio di ritorno.

L'11 settembre giunse nell'Isola di Sant'Elena dove sostò un paio di giorni per rifornirsi di provviste. In questo tempo Di Bartolo approfittò per visitare i luoghi in cui visse l'esilio Napoleone Bonaparte, trovando la tomba di quest'ultimo in pessime condizioni.

Così, il 5 dicembre 1839 il brigantino riattraversava lo Stretto di Gibilterra e la sera del 15 dicembre giungeva a Palermo. Per la prima volta una nave palermitana aveva solcato l'Oceano Indiano, aprendo la possibilità per nuovi commerci. Di Bartolo fu anche molto attento a non far mancare le provviste ai suoi uomini per evitare che si ammalassero di scorbuto dovuto alla carenza di vitamine.

Come scriveva Rosario La Duca, "l'impresa del brigantino palermitano Elisa e del suo comandante Vincenzo Di Bartolo si inserisce nelle migliori tradizioni dell'antica marineria siciliana e merita, senza dubbio, di essere ricordata ancora una volta".
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