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Fu il villaggio degli "Accialori" e si trova allo Zingaro: alla scoperta del borgo dimenticato

La Sicilia è piena di villaggi che un tempo erano abitati e oggi sono abbandonati ma ancora meta di escursioni perché caratterizzati da un fascino indiscutibile

Jessica Di Bona
Appassionata di arte e cultura
  • 15 ottobre 2021

La Sicilia è piena di villaggi che un tempo erano abitati e oggi sono abbandonati ma ancora meta di escursioni, poiché caratterizzati da un fascino indiscutibile, dovuto anche alla malinconia che trasmettono.

Forse non tutti sanno che uno di questi posti fermi nel tempo si trova in una delle zone più belle e incontaminate della Sicilia, la Riserva dello Zingaro, tra il golfo di Macari e quello diCastellammare del Golfo. Tutto attorno margherite, pini di aleppo e fichi d'India: un vero e proprio paradiso!

Mi riferisco al Borgo Cusenza. Nella parte alta della Riserva dello Zingaro, ci si imbatte in un insieme di casette abbandonate esilenziose, ma ben conservate. Trovandosi a circa 400 metri sul livello del mare, si trattava di un villaggio molto isolato, dove fino ai primi del 1900 vivevano quattordici famiglie, per un numero complessivo di circa quaranta persone e portavano avanti un'economia incentrata sull'autosufficienza.

Il borgo fu abitato dalla famiglia Cusenza di San Vito Lo Capo già dal 1820. Era chiamato ''bagghiu di l'Acci'', perché vicino al Monte Acci (829 metri) e gli abitanti prendevano il soprannonome di ''accialori''. Inizialmente le famiglie abitavano il borgo per tutto l'arco dell'anno, invece dopo fu abitato solo stagionalmente, dall'estate fino a dicembre (periodo di semina del
grano).



Ogni volta, prima della semina, ringraziavano Dio con un'orazione. Gli abitanti si dedicavano alla coltivazione di cereali, in particolare un grano antico, la timilia eavena, fava, sommacco, pomodori, cipolle, zucchine; tanti tipi di frutta: gelso, pero, melo, fico e fico d'India. Possedevano una piccola cantina per la produzione del vino con un torchio del 1876, un frantoio e una macina per i cereali, infatti il borgo era circondato da distese di ulivi e vigneti.

Oltre all'agricoltura si dedicavano anche all'allevamento e all'antica arte dell'intreccio, realizzando ceste, corde e altri oggetti utili o semplicemente ornamentali. Ancora oggi, tra le attività proposte dalla Riserva, vengono organizzati dei corsi di intreccio per ricordare le abitudini del passato.

A circa un chilometro e mezzo dal borgo si trova un abbeveratoio con la data ''1696'', che veniva utilizzato per dissetare il bestiame, mentre per abbeverare gli ortaggi usavano un pozzo davanti le case chiamato ''chianu puzzu''. Ma le fonti d'acqua non finiscono qui: nel canale dell'Acci c'è una fontana dove andavano a prendere l'acqua per bere caricando i muli con le ''quarantine'' (delle bottidi legno con tappo).

La fontana era utilizzata anche dalle donne per lavare i panni e come detersivo – prendete nota – usavano la cenere ottenuta dai fichi d'India secchi. Erano ampiamente rispettate le feste di San Giuseppe e la processione dell'8 settembre per la Madonna. Si realizzavano altari, si accendevano fuochi e vampe, si ricoprivano rupi con l’edera e c’era anche la banda.

Dal momento che vivevano in una condizione quasi di isolamento, spesso gli abitanti del borgo erano vessati dai banditi, ma, nonostante questo, la vita caratterizzata da duro lavoro, trascorreva in armonia, in una delle zone più belle della Sicilia.

Oggi il borgo è meta di escursioni, per fare un tuffo nel passato e anche per ammirare la bellezza incontaminata della parte alta dello Zingaro. Spesso vengono infatti organizzate passeggiate di trekking nella zona dei sentieri alti della Riserva, basta controllare il sito ufficiale per rimanere aggiornati.
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