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I Cantieri alla Zisa erano depositi militari e altre storie: Palermo ai tempi della Guerra

Lo ha scoperto recentemente una equipe di studiosi: a distanza di 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale continuano a emergere testimonianze storiche

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 27 giugno 2018

Palermo ai tempi della Guerra (foto di Lorenzo Bovi)

"A distanza di 15 anni dalla fine della Seconda Guerra, la gran parte delle ferite e delle mutilazioni delle nostre città sono del tutto rimarginate. Le città della Sicilia sono risorte a nuova vita ma se chiudo gli occhi e, nella tristezza volgo il pensiero al passato, alle macerie che inondavano corso Vittorio Emanuele, via Maqueda, via Crispi, il Borgo, la Magione mi sembra quasi di sognare se oggi tante distruzioni si siano potute colmare".

A scriverlo è un trentenne Mario Francese nel ricordo di ciò che furono i bombardamenti che anticiparono lo sbarco in Sicilia in quel 10 luglio di 75 anni fa.

In quei 38 giorni di Operazione Husky che videro l'invasione e la presa da parte degli alleati del primo lembo d'Europa, si incrociarono i destini di migliaia di uomini e donne e malgrado la fine del conflitto fosse ancora distante, la presa della Sicilia fece detonare il gran consiglio del fascismo tre giorni dopo la presa di Palermo avvenuta già in 22 Luglio portando all'armistizio di Cassibile e all'8 settembre con la morte della Patria.

In questo arco temporale ancora troppo poco indagato e ancora troppo poco reso patrimonio storico condiviso non solo tra gli addetti ai lavori, altri celebri personaggi del mondo della cultura e della storia incrociano le proprie vicende personali con quei drammatici giorni di guerra inquieta.

E se Andrea Camilleri toccherà la storia con mano quando nel tentativo di ricongiungersi a Licata col padre, incrocerà prima la colonna di mezzi guidata dal Generale George Patton in direzione Palermo e poco dopo Robert Capa intento a fotograre un duello aereo tra caccia nemici all'ombra del tempio della Concordia, quegli stessi eventi precipitati successivamente al proclama di Badoglio, porteranno un giovanissimo Roberto Calandra ufficiale di stanza in Grecia verso due lunghi anni di prigionia in Germania, così come la famiglia di una piccolissima Dacia Maraini in un campo di prigionia giapponese nel vissuto quotidiano fatto di indicibili stenti.

Eppure Palermo non possiede un luogo in forma di sacrario identitario costruito appositamente per il ricordo di quei momenti che ci cambiarono tutti e profondamente 75 anni fa.

Niente come l'architettura riesce a catalizzare in positivo il necessario spirito di comunità di una società ma a nessun uomo di governance pare interessi quel periodo storico così eroico da meritare fuori ovviamente dai confini isolani un interesse strategico serio e puntuale.

Ma c'è di peggio, quei luoghi scampati alla distruzione di uomini e di bombe, luoghi testimonianza di quei fatti lontani non vengono valorizzati né ripensati a meno di interventi da parte di singoli privati cittadini e talvolta sfregiati dalla speculazione edilizia.

È il caso di quello che fu adoperato dagli anglo americani come deposito dei mezzi militari sequestrati nella campagna di Sicilia a italiani e tedeschi e destinati ai musei di mezzo anglo-mondo.

Si trovava in via Paolo Gili, presso i magazzini Ducrot ricovertiti durante il periodo bellico per la costruzione di idrovolanti Cant Z.501, lo stesso aereo famoso per l'immagine fotografica del mezzo spiaggiato accanto al Charleston di Mondello.

Lo ha scoperto recentemente una equipe di studiosi capitanati dall'energico e bravissimo Lorenzo Bovi, capace di intessere puzzle apparentemente oscuri e restituire porzioni commoventi di memoria condivisa altrimenti destinata all'oblio.

Immagini nitide e spettacolari rendono riconoscibili la Zisa e la villa Belmonte in via Perpignano oltre agli stabilimenti degli odierni Cantieri culturali, si riconoscono i carri armati italiani come i due semoventi L 47/32 e pesante 90/53, quest'ultimo adeguato e temibile a dar battaglia conro gli Sherman, giunto però in Sicilia in soli 24 esemplari contro i circa 600 americani.

Ci stanno anche un Panzer IV e un semicingolato Sd.kfz.7 con annessa flak antiaerea, entrambi in dotazione all'esercito tedesco. Tutto ciò testimonia che il racconto di quei giorni è per lo più ancora sotterrato da aloni di polvere obliante e utile.

Inutile come certa retorica, inutile come una classe dirigente che non crea sviluppo attraverso la valorizzazione del territorio e delle sue singolarità storiche, inutile come l'oblio a cui tiene argine soltanto la luce della conoscenza supportata da una immensa passione per la verità storica costruita da singoli studiosi e appassionati.

Quella verità che vede la Sicilia più avanti della Normandia dal punto di vista del laboratorio storico ma indietro anni luce dal punto di vista della governance, oggi forse è pronta per diventare propositività virtuosa in termini di sviluppo sostenibile del territorio in chiave di turismo culturale europeo.

Lasciatemi allora fare i complimenti all'amico Lorenzo, siracusano come Mario Francese. Segugi entrambi di storie che altrimenti non sarebbero mai state raccontate e messe insieme per creare cultura.

75 anni di distanza sono, credo, un tempo necessario e assolutamente limite per raccontare con la giusta distanza critica quei giorni che cambiarono il mediterraneo ed il mondo, limite pericoloso perché posto a limite organico, per raccogliere e tramandare testimonianze dirette di ottantenni e novantenni ancora in vita.

Auspico allora che l'invito promosso dal comitato WWIIMM venga raccolto dalla politica regionale e nazionale per realizzare questo imponente e necessario museo diffuso, tra le 12 cisterne ipogee di Pierluigi Nervi all'interno del parco della Favorita a Palermo, la Palermo di Mario, di Dacia, di Roberto e di tantissimi altri protagonisti eroici he non vogliono essere dimenticati insieme alle loro storie umanizzanti.

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