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Il fantasma del re di Tunisi che è rimasto a Palermo: le curiose storie del centro storico

Si dice che lo spirito dell'uomo continua ad aggirarsi per le sale e le stanze del palazzo e a far cose che sono soliti fare gli spettri: il tale in questione non era uno qualunque

  • 16 maggio 2019

Palazzo del Castillo di Sant'Isidoro a Palermo

Risalendo dal lato orientale della Cattedrale, quello dietro l’abside, si giunge in piazza Sett’Angeli e percorrendo via Sant’Agata alla Guilla, superata "la pietra del giocatore" – che ancora adesso a distanza di diversi secoli spunta da un muro – dove fu impiccato un bastaso sacrilego, si arriva, dopo poche decine di metri, in un piccolo slargo, una piazzetta.

Qui sorgeva la porta che segnava il limite settentrionale della città, mentre c'era e c'è ancora una piccola bottega che effonde odore di sfincionello.

Un tempo gli ambulanti, spingendo un carrettino, portavano la gustosa pietanza in giro per le strade e, al loro grido «va tastalu! Scarsu r’ogghiu e chinu i pruvulazzu» uomini, donne e bambini facevano capannello e con poche lire in mano ne chiedevano una porzione.

Ancora oggi non è difficile incontrarli, a bordo delle loro motoape, che percorrono la città per vendere questa pizza soffice come pan di Spagna. Il luogo in cui viene cucinato buona parte dello sfincionello di Palermo è rimasto immutato, un garage in un piccolo slargo: piazza Sant’Isidoro. Nella stessa piazza sorge il palazzo della famiglia Castillo e Paternò, che di Sant'Isidoro erano marchesi.

Si dice – ma cose se ne dicono tante – che nel giardino del palazzo fosse stato sepolto un turco, che certo turco non doveva essere, ma solo nato più a sud di questa isola, come avviene di solito alla maggior parte di quelli che vengono chiamati turchi in città.

Tra l'altro si dice anche che lo spirito dell'uomo abbia continuato e continui ad aggirarsi per le sale e le stanze del palazzo e a far cose che sono soliti fare gli spettri. Il tale in questione non era uno qualunque, ma Muley Homaidah, meglio noto come Mulè Amida, re di Tunisi.

Il 20 ottobre 1573 c'era grande festa a Palermo, perché Giovanni D'Austria aveva conquistato Tunisi e fatto prigioniero il re.

Delle carceri d'oro – che Pasquale Cafiero, secondino di Poggio Reale, non vide mai – re Mulè Amida ne usufruì largamente: insieme alla famiglia, infatti, partecipava alle cene e alle gite organizzate dai nobili.

Due anni dopo il suo arrivo, insieme al principe di Castelvetrano, in uno di questi soggiorni a Termini, il re morì all'improvviso. Venne imbalsamato e dopo una prima sepoltura fuori dalle mura della città, la salma fu caricata su una fregata, trasportata fino a Tunisi e tumulata nel sepolcro reale. Dunque, che lo spettro sia quello del re è alquanto improbabile.

A dire il vero qualche anno dopo la sua morte, arrivò a Palermo il figlio Ajajà per recuperare parte del patrimonio del padre e qui morì.

Anche questo dubbio sull'identità dello spirito viene presto smentito da Gaspare Palermo, il quale nella sua "Guida istruttiva per potersi conoscere tutte le magnificenze della città di Palermo", informa che il principe è stato sepolto nelle catacombe dei Cappuccini e nello specifico scrive: «Dentro magnifici bauli, e casse foderate di drappi, ed ornate di frange d'oro, e di argento, si racchiudono i cadaveri di diversi nobili, e titolati […] e di più vicino la finestra, che allo scendere resta a destra, vedesi il teschio fregiato di corona reale di Ajajà figlio di Amida re di Tunisi, che volendo abbandonare il maumettanismo venne a Palermo, ed abbracciò la religione Cristiana, assumendo nel Battesimo il nome di Filippo d'Austria e morì in questa capitale a 20 settembre 1622».

Anche il principe non può essere imputato d'apparizioni e rumori molesti. Pare più probabile quindi, che il fantasma sia nato tra le nobili mura domestiche per tenere a bada i più piccoli e far fantasticare chi aveva voglia di farlo. .

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