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Il south working danneggia i lavoratori (e il lavoro): la docente della Bocconi ci spiega il perché

Con le dovute differenze tra dipendenti di azienda e liberi professionisti, l'esperta fa un quadro chiaro della situazione che è decisamente drammatica e che va ripensata

Balarm
La redazione
  • 6 aprile 2021

Si tratta di cose diverse che hanno un denominatore comune: lavorare in un luogo che non sia l'ufficio.
"Homeworking" e "south working" sono due declinazione dello "smartworking" ovvero del cosidetto "lavoro agile", ma non vanno confuse tra loro né con il termine generale smartworking, appunto, che le racchiude in sè.

Sul sito del Governo si legge: "Il concetto di lavoro agile – o smart working - ricomprende molteplici aspetti. Si passa dalla flessibilità dell’orario e del luogo della prestazione lavorativa fino a forme di welfare aziendale per facilitare i lavoratori genitori o impegnati in forme di assistenza parentale. Con la Legge n. 81/2017 c'è per la prima volta un quadro normativo definito.

La norma fornisce una definizione del lavoro agile nell'ambito del lavoro subordinato, che comprende tutte le forme di svolgimento della prestazione flessibili rispetto all’orario e al luogo. Parte integrante del lavoro agile sono gli strumenti tecnologici che vengono forniti dal datore di lavoro, il quale ne garantisce anche il buon funzionamento."



Andando oltre alla definizione e la regolamentazione del Governo, c'è da dire che il lavoro agile nasce per modernizzare l'organizzazione del lavoro e serve ai lavoratori per conciliare l'attività lavorativa con la vita sociale. Essere "smart" in fondo è questo, significa essere dinamici, veloci, capaci, attivi, brillante. Tutte cose che donano benessere e soddisfazione.
O meglio, dovrebbero.

Vi abbiamo raccontato tempo fa, attraverso le parole del professore Carlo Baiamonte, gli effetti negativi e distruttivi dell' "homeworking", connessi alla Dad e al fenomeno del workhaolism, oggi parliamo invece degli effetti, negativi anch'essi del southworking e lo facciamo attraverso le parole di Rossella Cappetta, docente di Management e Tecnologia all'università Bocconi di Milano che lo ritiene deleterio per imprese e dipendenti, perché determina isolamento sociale, maggiori costi di organizzazione e minore produttività.

Secondo l'esperta il lavoro agile non è sempre negativo, a patto che sia limitato nel tempo e nelle mansioni. In quest'ultimo anno soprattutto, a causa della pandemia, il numero di chi lavora "da casa" è aumentato in maniera esponenziale: sono circa 50mila i lavoratori italiani che non vanno in ufficio e gran parte ha deciso di scegliere luoghi per lavorare che solitamente sono associati alle vacanze come piccoli borghi, spiagge, città del Sud, paesi di montagna che si sono ripopolati. Ed è proprio questo fenomeno in particolare ad essere chiamato "southworking".

"Le imprese moderne sono nate per affrontare situazioni di grande complessità – spiega in un'intervista a Business Insider -. Questo vuol dire che danno il massimo e generano valore solo in questa condizione. Che non si verifica se i suoi dipendenti operano da remoto. Solo un pezzo del coordinamento può essere effettuato a distanza – specifica -. Inoltre non è pensabile abbandonare del tutto l’ufficio. L’ideale sarebbe creare un equilibrio che consenta di stare a casa due giorni e in azienda i restanti tre".

Ma sono diversi gli aspetti negativi se si parla di dipendenti di aziende; la maggior parte dei lavoratori che scelgono il Sud è infatti dipendente da aziende localizzate nel Centro-Nord del Paese e non potrebbe quindi diventare pendolare su distanze troppo lunghe. "Questa forma di flessibilità può essere sostenibile adesso, in piena pandemia, ma non è ipotizzabile nel futuro. Non è possibile amministrare a distanza il cento per cento del lavoro".

Secondo la docente, nel caso dei liberi professionisti il discorso cambia, infatti i lavoratori autonomi potrebbero trovare nel southworking un bilanciamento fra vita professionale e vita privata; "Già molti grandi studi professionali hanno consulenti esterni che vivono dove preferiscono ma quando invece si parla di aziende strutturate vanno valutati molteplici aspetti fondamentali. "Le imprese sono comunità sociali, svolgono funzioni educative proprio come fa la scuola – dice -. Ma questi meccanismi funzionano solo in presenza. Il southworking li distruggerebbe.

Le aziende risparmierebbero i costi di affitto, ma quelli necessari per organizzare il lavoro a distanza sarebbero maggiori – specifica -. Inoltre verrebbe a mancare la formazione continua delle persone. Tutto questo si tradurrebbe in una flessione della produttività e quindi del fatturato. Ecco perché il southworking non può che essere una logica di breve periodo”.

A pagarne le spese sarebbero soprattutto i lavoratori che "si sentirebbero soli, isolati dai colleghi, avulsi dal contesto – aggiunge -. Potrebbero perdere occasioni di avanzamento di carriera e perfino soldi”.

“Negli Stati Uniti già succede – spiega al giornale BI -. Ci sono dipendenti di grosse aziende della Silicon Valley che vivono negli Stati centrali del Sud per risparmiare. Ma per questo vengono anche pagati meno. Inoltre questo paradigma si tradurrebbe in una sconfitta politica. Dimostrerebbe che al Sud non è possibile investire e fare impresa, trasformando questa parte del Paese in un dormitorio del Nord".

La docente conclude dicendo che "La vita di impresa si fa in presenza. Magari con un mix sapiente che permetta di lavorare al meglio sentendosi parte integrante di una realtà".
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