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L'antica leggenda greca del Cavallo di soia: ecco perché a Catania mangiano i cavalli

Ma perché a Catania mangiano cavalli? Sì, certo: li mangiano anche altrove. So poi di città siciliane in cui la gente mangia anche gatti, volpi, rane, canguri e periplaneta

Dario La Mendola
Curatore e critico
  • 25 dicembre 2018

Il convitto nazionale "Mario Cutelli" di Catania

Ma perché a Catania mangiano cavalli? Sì, certo: li mangiano anche altrove. So poi di città siciliane in cui la gente mangia anche gatti, volpi, rane, canguri e periplaneta.

Peggio di peggio, comunque, sono quei posti in cui trovi sushi a forma di graziosi deretani con granella di pistacchio di Bronte, anonimi e anemici panini prodotti da sanguinarie multinazionali, meconio sbollentato in acqua aromatizzata...

Che è sempre meconio, però installato con performance pirotecniche su un piatto di marmo di Carrara dallo chef stellato (più simile a uno sciccoso parrucchiere che a uno chef) con il nome ridicolo e i prezzi immorali.

Mah... Oggi la gente mangia tutto. Semplicemente perché non sa mangiare e la fame di ciò che è finto supera la sazietà di ciò che è vero.

Poco gli importa del cibo, alla gente. Poco gli importa del collegamento che esso ha con l'organizzazione della vita, ecc. E poco gli importa del cibo vero.

Esclusa la curcuma, lo zenzero, l'ajwain. Dei quali conoscono le più preziose virtù, elencandole non appena ne avvertono il profumo, scassandoci altrettanto profumatamente la m...

Tuttavia, per quale oscuro motivo a Catania il cavallo e le sue declinazioni gastronomiche sono sinonimo di comportamenti determinati, di appuntamenti urbani, di fonti antropologiche o in alcuni casi di rituali di culto?

Tanto da poter pensare, per assurdo (o forse no), di erigere a ragione un secondo e più nuovo Liotru, in una di quelle tante orrende piazze di periferia partorite dalle menti di geniali architetti, in cui la base dell'obelisco non sia l'elefante, come l'emblema cittadino indica, bensì un cavallo.

Un enorme cavallo trash, attorniato da tannure zozze e lucine fluo. In fondo, se l'obelisco ha il significato che ci hanno svelato e tramandato, e la tannura anche, la coerenza iconografica sarebbe massima: poiché il cavallo, per i catanesi, è davvero eterna fonte di luce e di illuminazione.

Ebbene, sul perché del cavallo a Catania proviamo ambiguamente a ripercorrere la storia.

La leggenda narra che, molto tempo fa, i siculi dell'entroterra, residenti sotto la grande Etna che ha generato tutta la Sicilia e tutti i siciliani, fossero in lotta contro i ricchi coloni greci che, arrogantemente, avevano rubato terre e donne e si erano stanziati a Catania, rendendola loro patria.

Stanchi di questo sopruso, i siculi radunarono una notte i migliori cuochi del circondario e decisero di riprendersi ciò che gli spettava.

Il piatto forte di questo popolo, raccontano le pitture rupestri, era ovviamente la polpetta di cavallo preparata con formaggio stagionato, impastato con aromatiche spontanee e limone, accompagnata da una pagnotta di segale cotta sul fuoco. Insomma, cose importanti assai.

Un collegio di saggi siculi, durante le feste in onore di Madre Terra, periodo nel quale le guerre dovevano cessare, si recò alle porte della greca Catania con al seguito una fila interminabile di carri carichi di polpette di cavallo, trainati da schiavi.

Una quantità spropositata, tale da poter sfamare un'intera città.

I saggi, avvistati da un soldato che faceva la guardia su una torre, annunciarono di volersi arrendere e che, per l'occasione, si erano permessi di omaggiare i nemici con delle prelibatezze culinarie.

Questo dono doveva valere, dissero, come patto: loro non li avrebbero più infastiditi e i greci anche.

Il tiranno di Catania, con al seguito i suoi fedeli, li raggiunse velocemente in sella al suo cavallo nero, sbruffone quanto il padrone.

Titubante e leggermente impaurito, l'uomo si espresse con ridicole smorfie affiorate in viso annusando un piatto coperto da un panno di lana grezza.

Egli ordinò a un oplita di assaggiare e quello andò in estasi. Il re, incuriosito, ingollò con una forchetta d'argento un pezzetto di polpetta.

Gustandola, accettò la resa sputacchiando bava e, ringraziando i siculi, dichiarò che avrebbe organizzato una festa la sera stessa, per rispettare questo patto di pace. I siculi declinarono l'invito e gli augurarono buone cose, tante buone cose, tante.

Perché le polpette di cavallo erano state mescolate a soia imbevuta di un veleno orientale potentissimo, che uccideva nel sonno. E infatti, terminata la festa, i greci andarono a dormire nelle rispettive dimore e morirono serenamente.

I siculi assediarono la città senza sforzi, riprendendosi ciò che era stato di loro proprietà: la bellissima Catania.

E da quel momento, laddove lo spazio lo consentiva, e soprattutto abusivamente, la città divenne una perenne grigliata popolare, a cielo aperto, fino ai nostri giorni; consegnando alla memoria dell'umanità la leggenda del cavallo di soia, che sicuramente avrai sentito da qualche parte.

Ovviamente se non hai sangue greco, e sei astuto almeno un sedicesimo di quanto lo siano stati i siculi, avrai capito che questa leggenda me la sono inventata.

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