La storia dell'eremita "pilusu" che fa trovare marito: come Sant'Onofrio arrivò a Palermo
Come lo “scarmigliato”, con il suo silenzio da eremo antico, a Palermo impara a raccogliere le speranze, le monete, le pene d’amore, diventando umano
La statua lignea raffigurante Sant'Onofrio detto "u pilusu"m conservata nell'omonima chiesa di Palermo
Dissetato da una sorgente, Onofrio l’Anacoreta si è cibato di datteri da un’unica provvidenziale palma, ricevendo l’Eucarestia ogni domenica direttamente dagli angeli. Trascorse così 70 anni, periodo durante il quale il suo corpo divenne roccia tra le rocce, consumando la carne. Strano destino quello dei santi: un filo teso tra gli estremi. E per uno di quei prodigiosi, che solo la devozione popolare sa compiere, l'eco di quel deserto così austero e spoglio ha attraversato i secoli e il Mediterraneo.
È sbarcato sulla costa di un'Isola di luce scendendo fin nel ventre più rumoroso e verace della Palermo del Seicento. Ma prima di svelare le origini del Santo- il cui nome tradotto è “colui che è felice” - bisogna domandarsi: chi erano gli Anacoreti? Siamo tra il III e IV secolo d.C. Il Cristianesimo si sta avviando a diventare religione di Stato, si sta istituzionalizzata diventando ricca e potente. Non accettando questo compromesso con il mondo mondano, uomini e donne lasciarono città e affetti per “ritirarsi” -significato della parola anacoreta- nei deserti di Egitto, Siria e Palestina.
Fu una specie di “Martirio Bianco” diverso dai martirii di sangue, perpetrato dai romani. Il deserto così divenne il nuovo anfiteatro dove combattere passioni e tentazioni. È la ricerca dell’Esichia, del silenzio interiore per trovare la pace. L’ascetismo assumerà in seguito forme estreme, come nel caso degli Stiliti: anacoreti che vivranno tutta la vita sopra una colonna, in una specie di “ascesi verticale”. Ma Chi era Onofrio? figlio di un principe o forse Re della Tebaide, prese la strada del deserto giovanissimo. Vittima di calunnie da neonato, fu sottoposto alla prova del fuoco, poiché ritenuto strumento del Demonio, ma ne rimase illeso.
Questa circostanza sicuramente determinò il suo destino. Nel deserto profondo, senza incontrare anima viva, ricevette le prove di una Provvidenza che lo tenne in vita. È proprio lì che lo trovò, ormai vicino alla morte, Pafnunzio, monaco ed abate che viaggiava nel deserto per documentare la vita degli anacoreti. Cronista del deserto, reporter spirituale, Pafnunzio dopo giorni di cammino si trovò davanti ad un essere che scambiò inizialmente per una bestia orribile e feroce, a causa di tutti quei peli e capelli che gli coprivano il corpo nudo. Rimasero insieme un giorno ed una notte, durante i quali Onofrio racconterà la sua storia. L’abate secondo la leggenda, lo vide morire e lo seppellì con aiuto di due leoni, carezzando l’idea di diventare egli stesso un anacoreta.
Ma l’improvvisa distruzione della caverna e il repentino rinsecchimento della palma- sola fonte di sostentamento- gli fecero capire che Dio aveva altri progetti per Lui. Il suo compito era un altro: diventare ponte tra il deserto e noi, raccontando storie che, senza di lui, sarebbero rimaste per sempre sepolte tra le sabbie. Ma come e quando si creò il legame tra Onofrio e la barocca Palermo? Quella dello sfarzo spagnolo, dei rumori dei carri su via Maqueda e Cassaro, delle feste sontuose del Senato, dai trionfi di marmi ori e stucchi del Seicento? Trovando “casa “tra l’altro, in uno dei quartieri più vivi e dinamici della città, a pochi passi dal fiume Papireto? L’Anacoreta arrivò nel Pantheon devozionale palermitano grazie all’influenza bizantina e alla rinascita dei culti orientali voluta dai Normanni, diventando nel 1650 “compatrono “della città insieme alle quattro Sante.
La topografia di Palermo è una stratificazione di memorie in cui sacro e profano si mescolano: Onofrio venne così assorbito, entrando attraverso l’antropologia del Sacro nella vita quotidiana e materiale del Popolo, con la sua Chiesa posta sull’omonima piazza. Un luogo diventato sede di profonda devozione e preghiera, e che rese Onofrio l’intercessore privilegiato per il ritrovamento di oggetti, gioielli e denari persi – i truvaturi- ma soprattutto il fautore di matrimoni, per le “scapole palermitane” come venivano chiamate le nubili. Se la storiografia ci consegna un’asceta severo, Pitrè ci restituisce invece Onofriu lu Pilusu nelle vesti di un Sensale d’Altare.
Il folklore diventa rito: così, toccare il “cozzo” - la nuca della statua lignea, scolpita nel 1603 da Giuseppe Piscitello ricordato storicamente come il “cieco di Palermo” - diventa il viatico per l’incontrare l’anima gemella. che nella recitazione della pregheria in dialetto si spera non sia “villano, ma sistemato”.
Non mancano persino le minacce in caso la richiesta non venga esaudita: “Sant’Onofriu Pilusu, pirchì’ stai accussì ammuciatu? S’un mi truvati u maritu, vi lassa a cannilotti stutati” (Sant’Onofrio se non mi trovi marito, ti spengo tutti i lumini). Un modo tutto polare di affamare un Santo. Altro atto di devozione consisteva nell’infilare una monetina in una fessura – u pirtusu- nel portale ligneo della Chiesa: se la monetina cadeva all’interno entro i 9 giorni della novena, il matrimonio era sicuro e vicino.
Diversamente bisogna riprovare l’anno successivo. S, Onofrio e Palermo diventano così un Ossimoro vivente, o meglio scolpito. Un cortocircuito, in cui l’austerità, il vuoto, l’assoluto silenzio convivono con una città che da sempre si mostra e si vuole fare vedere e sentire. Sembra quasi che Palermo lo abbia trascinato a sé, nel rumore e nel profano.
L’Eremita, “scarmigliato”, con il suo silenzio da eremo antico, a Palermo impara a raccogliere le speranze, le monete, le pene d’amore, diventando umano e vicino, accogliendo i desideri più terreni della carne e del cuore.
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