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La prima immagine internazionale di Rosalia: un'eroina del sud libera e sovversiva

Non solo una santa, un'eroina: l'artista Antoon Van Dyck ha regalato al mondo la prima immagine internazionale di Rosalia oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 23 luglio 2019

Antoon Van Dyck "Saint Rosalia" (particolare)

Rosalia Sinibaldi è da secoli l’icona e l’immagine nel tempo che rappresenta la città di Palermo all’estero.

Nel bene o nel male Rosalia è Palermo, vuoi per i suoi riferimenti e per le nomenclature collegate indissolubilmente alla città, vuoi per una certa mentalità che abbina la diffusione del nome all’essenza stessa del palermitano. Insomma, la donna vera palermitana ha un solo nome: Rosalia.

Eppure, osservandola non solo sotto l’aspetto religioso, Rosalia appartiene a quello schieramento di donne che hanno fatto la storia con il loro senso caparbio di libertà. Sì libertà! Perché di questo si tratta: trovare il coraggio, in un determinato momento storico, con una determinata mentalità, di sovvertire le regole e decidere liberamente del proprio destino, cosa non comune o per meglio dire poco conosciuta per l’epoca.

Partendo da questa premessa e studiando Antoon Van Dyck, soprattutto conoscendo la caratura culturale dell’artista fiammingo, si può presumere che egli volle evidenziare più volte questo atto coraggioso di una giovane donna e ribelle che ha cambiato il proprio destino e, nei secoli successivi, anche quello di una intera Città stringendola per sempre al suo petto ed al suo nome.

Van Dyck abitò a Palermo tra il 1624 ed il 1625, proprio durante l’epidemia della peste, e visse in prima persona i momenti della nascita del “mythos” di Rosalia e ne fu talmente affascinato che diede il proprio contributo artistico creando la prima immagine internazionale della Santa.

A questo filone mi collego nell’approfondire la descrizione un’opera di grande e preziosa bellezza: l’incoronazione di Santa Rosalia da parte dei Maria tra i Santi Pietro e Paolo conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna (guarda il dipinto intero).

Realizzata dal Van Dyck nel 1629 fu l’ultima opera dedicata dal pittore a Rosalia e venne eseguita dietro commissione della Confraternita dei Celibi di Anversa.

In verità la Commissione dell’opera è un intreccio di situazioni parallele collegate a quelle di Palermo: la matrice è Gesuita poiché la pala era destinata alla chiesa di Sant’Ignazio (poi dedicata a San Carlo Borromeo) di Anversa.

Ricordo che proprio i Gesuiti, con Giordano Cascini, si appropriarono e gestirono il rilancio del culto di Santa Rosalia, realizzando la prima agiografia e consentendo la diffusione del culto all’estero.

E su questa premessa storica che si staglia la pala raffigurante l’incoronazione di Rosalia che riprende sicuramente, come idea di base, una opera di Tommaso De Vigilia che si trovava a Bivona ed oggi andata perduta.

Probabilmente Van Dyck prese spunto da questa pittura per immaginare la scena, ma la impostazione dell’opera, squisitamente Veneziana, ci da un risultato di prelibato barocco: lei, Rosalia, davanti a Maria e Gesù bambino che le porge la corona di rose, osservata dai Santi Pietro e Paolo si presenta con un sontuoso abito ed un manto broccato definito nei minimi dettagli ed ai lati, circondata da ancelle, i suoi simboli quali il giglio, la corona di rose ed il teschio.

In quest’opera si ha l’impressione quasi che Van Dyck volesse dare il proprio contributo decisivo ed il proprio sigillo nella diffusione del culto ma soprattutto di una Santa, Normanna di origine, Siciliana di nascita e Icona rivoluzionaria per eccellenza.

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