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Lo studio shock e le foto agghiaccianti: lo Stretto di Messina è una distesa di plastica

I fondali sono una impressionante discarica di rifiuti: dalle fotografie scattate è possibile riconoscere barche affondate, giocattoli, scarpe, sedie, tavoli e persino un'auto

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 1 aprile 2019

Una foto del fondale dello Stretto di Messina

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una sempre crescente sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti dell’impatto dei rifiuti sull’ambiente marino.

Il cosiddetto "marine litter", di cui sentiamo parlare sempre più spesso, è composto infatti da tutti quegli oggetti che sfuggono, sia involontariamente che deliberatamente, alla ordinaria gestione dei rifiuti urbani. Isole di plastica galleggianti, cotton fioc ammassati sulle spiagge, bottiglie di plastica alla deriva, ormai siamo inondati dalle dolorose immagini di milioni di oggetti in balia dei marosi o ammonticchiati sulle nostre coste.

Eppure questa non è che una parte del marine litter, quella appunto relativa ai rifiuti galleggianti, poiché più leggeri dell’acqua di mare oppure poiché accompagnati da bolle d’aria che ne consentono il galleggiamento.

Ebbene questa non è che la punta di un mostruoso invisibile iceberg. Una ricerca condotta da tre ricercatori italiani del Cnr di Roma e dell’Università La Sapienza accende i riflettori sui fondali marini e lo fa a casa nostra.

Lo studio, pubblicato recentemente su Nature Scientific Reports, contiene i risultati di diverse immersioni compiute con un sottomarino a comando remoto (ROV) in alcune zone dello Stretto di Messina.

I ricercatori hanno studiato i depositi accumulati nei profondi canyon sottomarini che segnano i fondali dello Stretto, a profondità comprese tra i 300 ed i mille metri. Lo spettacolo immortalato nelle foto del ROV è a dir poco agghiacciante.

I fondali di questi canyon sono delle vere e proprie discariche dove rifiuti e sedimenti si mescolano in ammassi caotici quasi come se si osservassero i depositi di una frana che si è abbattuta su un centro abitato.

Del resto, come suggeriscono anche i ricercatori, la presenza di questi oggetti a profondità così elevate è proprio legata al trasporto dei sedimenti da parte di flussi gravitativi che prendono in carico i rifiuti affondati nei pressi della testa dei canyon (principalmente scaricati dai fiumi, oppure portati in acqua dal vento o ancora gettati deliberatamente a mare) e li trasportano proprio come melmose frane verso i fondali dello Stretto.

Secondo i campionamenti degli studiosi il 52,4% dei rifiuti rinvenuti nei canyon sarebbe costituito da plastiche leggere, il 26,1% da plastiche pesanti, il 3,4% da materiali da costruzione, il 2,5% da metalli, il 2,4% da tessuti, l’1,8% da pneumatici, mentre in quantità ancora minori si trovano attrezzi per la pesca, legname, vetro, carta e altri materiali non identificati.

Dalle fotografie scattate è possibile riconoscere barche affondate, giocattoli, scarpe, sedie, tavoli e persino un autoveicolo. I ricercatori hanno stimato una densità di rifiuti sui fondali che oscilla tra un valore minimo di 121mila oggetti per kmq, ed un massimo di 1.3 milioni di oggetti per kmq.

Numeri impressionanti, considerato che queste stime sono almeno tre ordini di grandezza maggiori di qualsiasi altro dato riferibile a rifiuti rinvenuti in contesti simili di altre parti del mondo.

Il confronto tra le immersioni effettuate rispettivamente sul versante siciliano e calabrese dello Stretto, ha portato a rilevare una maggiore abbondanza di rifiuti sottomarini proprio sui fondali del messinese.

Questo sembrerebbe dovuto principalmente al maggiore grado di urbanizzazione del tratto di costa siciliano e dunque ad una maggiore pressione antropica, ma anche probabilmente alla differente morfologia del fondale: i canyon del versante siciliano sarebbero meno ripidi di quello calabrese, dunque è possibile che i primi siano caratterizzati da fenomeni di deposizione preferenziale dovuta proprio alla minore pendenza del fondale.

Sicilia o Calabria non importa, il fondale marino non ha confini amministrativi, così come la scia sottomarina dei nostri rifiuti.

Aver acceso i riflettori su una minuscola porzione dei nostri fondali, con questi risultati, apre degli scenari spaventosi sul numero di discariche sommerse difronte le nostre coste.

Rifiuti che sarà praticamente impossibile recuperare e che probabilmente entreranno presto nel record geologico terrestre, marcando verosimilmente per milioni di anni la nostra presenza su questo Pianeta nel modo più vergognoso possibile.

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