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Menti, prega e ama nel nuovo film di Pif: "La Sicilia è troppo bella, ci rende pigri"

Il regista di "... che Dio perdona a tutti" racconta dell’agente immobiliare Arturo (Pif), fissato coi dolci al punto da fare l'influencer e del suo fatidico incontro

Tancredi Bua
Giornalista
  • 2 aprile 2026

Pif e Giusy Buscemi in "... Che Dio perdona a tutti" (foto di Valentina Glorioso)

Una cosa è certa: sul set di “…che Dio perdona a tutti”, il nuovo film di Pif in uscita giovedì 2 aprile per Our Films e Piperfilm, in associazione con Kavac Film, non è stata usata nessuna controfigura, né da Pif né dalla co-protagonista Giusy Buscemi nonostante la quantità di sciù che i due hanno dovuto mangiare tra un ciak e l’altro fosse alla soglia del coma glicemico. «Ci siamo sacrificati volentieri – scherza Giusy Buscemi – . Soprattutto non abbiamo fatto l’esame per vedere quanto fosse vicina la morte, i valori glicemici che abbiamo toccato non li conosciamo». La ricotta – e i dolci che si farciscono con la sua prelibata crema – è tra gli ingredienti principali del film, che nasce come adattamento dell’omonimo romanzo di Pif pubblicato da Feltrinelli quasi dieci anni fa, “…che Dio perdona a tutti”.

A completare la ricetta (scritta da Pif insieme a Michele Astori) sono la Chiesa e la Sicilia, per una storia che racconta dell’agente immobiliare di successo Arturo (Pif), fissato con i dolci al punto da fare il social influencer che li recensisce, e del suo fatidico incontro con la pasticciera Flora (Giusy Buscemi), figlia del più bravo pasticciere di Palermo ma, purtroppo per Arturo, cattolica sino al midollo. Pur di non deluderla (e perderla), Arturo si fingerà un cristiano doc, ma la tela di bugie si strapperà molto presto.

Completano il cast il palermitano Francesco Scianna (che interpreta Tommaso, l’amico e capo di Arturo/Pif), il messinese Maurizio Marchetti (che interpreta il padre di Flora/Giusy Buscemi), il madrileno Carlos Hipólito (che intrepreta un Papa molto simile a Papa Francesco), lo scordiese Domenico Centamore (nella parte del signor Cusumano), e poi Giuseppe Menzo, Franz Cantalupo, Tommy Kuti, Francesca Lozito e Barbara Giordano. «Sono stato educato – racconta Pif, mentre il film viene proiettato in anteprima a Roma – in un istituto di suore, poi ho fatto i salesiani, la mia è stata un’educazione prettamente cattolica. A un certo punto, da adulto, mi sono chiesto se fosse il caso di continuare a definirmi cristiano nonostante non praticassi, e quindi sono diventato agnostico».

Il romanzo (e inevitabilmente il film) fotografa, in parte autobiograficamente, questo momento della vita dello scrittore e regista che coincide con una sorta di “avvicinamento” alla fede: «Ho sempre pensato – continua Pif – che essere cristiani è molto difficile facendolo con coerenza, e mi sono chiesto: “Ma se uno lo facesse veramente, che vita farebbe? Migliorerebbe la sua vita o la peggiorerebbe?”. Nonostante viva in una società, in un Paese che si definiscono cattolici, cristiani, che fa i drammi se non fa il presepe a scuola o non c’è il crocifisso all’ufficio postale. E la risposta è il film, non credo che faccia una bella vita».

Centrale per affrontare il tema è stato, per Pif, il vero incontro con Papa Francesco, in parte mostrato anche nel trailer del film: «Lui era uno – dice il regista – che col suo atteggiamento ti faceva riflettere e ti faceva fare domande su Dio che un altro prete non ti faceva fare, usciva fuori dagli schemi e quell’uscire fuori dagli schemi lo trovavo molto stimolante. Sto ancora cercando le risposte, comunque, però di sicuro sono aumentate le domande, è già qualcosa».

Ma se da una parte la religione di “…che Dio perdona a tutti” risveglia il personaggio di Arturo, dall’altra viene raccontata, marxianamente, anche come un potente anestetico, alla pari dei cannoli, delle cassatine e degli sciù lisergici: «Un po’ – dice Pif – si sposa la teoria che la verità è che in Sicilia siamo vittime delle bellezza. Bellezza della gente, della cucina, della storia. Questo ci fa “assittare”, ci impigrisce, ci fa dire sempre “Vabbé, alla fine si mangia bene, si sta bene”. Se la Sicilia non fosse così bella, se non offrisse tutte queste cose belle, forse ci sbatteremmo un po’ di più, combatteremmo un po’ di più. Sicuramente la cucina e il mangiare bene influiscono a non affrontare veramente i problemi, a sorvolare».

Ma anestetico per cosa? Ma per non vedere le storture della società, è chiaro, per chiudersi gli occhi davanti a quel marcio che può fare comodo: l’amico di famiglia in politica, le bugie che servono a raccontare una realtà diversa, lo sporco che è meglio non vedere. Questa è la realtà che viene raccontata nel film, non troppo distante da quella da cui siamo circondati.

Soprattutto in Sicilia. «La verità – dice Pif – è che la situazione è peggiorata, nel senso che mentre prima si batteva sulla Chiesa, e si nascondevano tutte le nefandezze – spesso, non sempre ma spesso – dietro uno scudo e una croce, adesso la Chiesa non ha più neanche questo potere. Sono rimaste le nefandezze, ed è vero che la Sicilia continua a regalarci dei politici imbarazzanti, però è anche vero che qualcuno li vota 'sti politici, adesso sarebbe facile non cascarci, visto che la Chiesa non ha più il potere d’influenzare come una volta, però nonostante questo si continua a votarle ‘ste persone. Non ci sono più scuse. Ricordo che io e mia sorella chiedevamo a mia nonna per chi votasse e lei rispondeva subito “Democrazia Cristiana”, ma col tono come dire “Ma di cosa stiamo parlando?”.

Questa cosa ce la siamo trascinata per un po’, ora non c’è più la DC ma ci sono le nefandezze. Ormai c’è soltanto un voto consapevole, perché ormai è difficile nascondere, e poi ci sono alcuni politici per cui non ci sarebbe bisogno di giudici. Ora, senza voler fare il predicozzo antimafia, la verità è che ci sono reati penali e reati morali, comportamenti irresponsabili per cui non dev’essere un giudice a stabilire cos’è giusto e cosa no. Io non frequenterei una persona per molto meno, eppure certi politici non hanno alcun problema a fare quello che fanno».

Prima dei tre puntini con cui inizia il titolo (“…che Dio perdona a tutti”), nel proverbio siciliano tradizionale c’è il celebre “Futti, futti…”. Che tanto ti verrà perdonato. E quindi menti, tradisci, infanga, inventa, ruba, alla fine di tutto la passerai liscia. Nel film è Arturo a mentire sulla sua fede. Sono i cattolici “di facciata” a mentire e coprire chi ruba.

E poi ci sono gli agenti immobiliari: «Questo film mi darà molti problemi con loro. Che poi ne incontri anche onesti, eh. Però la cosa che mi colpisce – dice Pif – è che quelli disonesti sono sfacciatamente disonesti, non hanno nessuna dignità e nessun imbarazzo nell’essere poco seri (come fa Tommaso, cioè Francesco Scianna, nel film, ndr.). Vivono in un mondo irreale, in cui ti dicono “Guardi che bella la vista sul Colosseo”, anche quando affacciandosi al balcone non c’è il Colosseo. Questa cosa mi ha sempre colpito. In tutte le categorie ci sono i disonesti, però la disinvoltura degli agenti immobiliari (ride, ndr.) devo dire che l’ho quasi ammirata. Ovviamente, ripeto, non sono tutti così».

Dall’altra parte, anche Flora – cristiana che non perde una messa e non perdona facilmente – è complice delle bugie propagate dall’ipocrisia cattolica messa in scena nel film (ma soltanto lì?): «Analizzandola dall’esterno – dice Giusy Buscemi – sicuramente Flora è un personaggio che crede di avere un proprio credo, delle certezze che in realtà poi non si sposano con la vita di tutti i giorni. Fa parte di quella schiera di persone che vivono la religione come un’appartenenza comunitaria, un rispettare delle prassi, la parrocchia, il catechismo. La sua è una fede più “dettata”. Infatti quando Arturo irrompe nella sua vita è come se cadesse un velo, e questo strappo mostra l’incoerenza della fede di Flora».

A costruire la visione di Flora della religione non potevano che essere, da brava figlia di pasticciere (e pasticciera a sua volta), proprio i dolci: «Mi piace la tradizione legata ai dolci siciliani e alla festività spesso religiose – dice la Buscemi – . Ogni dolce ha la sua storia, il suo rito, le persone specifiche che lo mangiano, richiama un’atmosfera. Dopo il provino, Pif mi ha fatto la domanda importantissima “Ma a te piacciono i dolci?”, io ho risposto di sì. Poi mi ha chiesto “Ma li preferisci rispetto al salato?”, e io in un primo momento ho detto di sì, poi però ho confessato che preferisco il salato. Per fortuna che avevo già preso la parte, altrimenti mi sarei sentita in bilico (ride, ndr.)».

La sua Flora, una delle migliori interpretazioni di Giusy Buscemi, è un personaggio che brilla, ed è una cosa che l’attrice riconosce al modo in cui Pif l’ha voluta raccontare: «Io sono ipercritica verso tutto quello che faccio, eppure ho visto che c’è nei confronti di Flora, in come viene raccontata, diretta, ripresa, una grandissima generosità da parte di Pif, e di questo sono felicissima. Mi viene da dire anzi che è una Flora che viene raccontata ed esplorata ancora di più rispetto alle "Flore" degli altri film (in tutti e tre i film precedenti di Pif il personaggio femminile si chiama sempre Flora, ndr.). Mi sono sentita onorata, e felice anche di poter rappresentare un personaggio che potesse rappresentare la critica del punto di vista di Arturo, e per questo ha anche una sua complessità. Pif aveva le idee molto chiare dal giorno uno su quello che doveva essere il racconto e di come ci dovevamo muovere tutti quanti in questo racconto, in questo è stato estremamente facile, e bello e divertente lasciarsi portare».

E Palermo fa da sfondo a tutta la storia, dalle strade del centro storico a quelle del quartiere Matteotti passando per il molo di punta Celesi di Mondello: «Palermo è fondamentale – ribadisce Pif – . Ora non voglio fare l’orgoglio siculo, però è fondamentale la città dove nasci. Io fino ai vent’anni ho vissuto là ed è una città che ti offre tante cose, bellissime, bruttissime, è una città impegnativa. Ecco, non è Pescara, con tutto il rispetto per Pescara, però mi sembra più tranquilla, anche come personalità. Palermo è bella irruenta, per uno che fa il mio lavoro è anche molto stimolante, ci sono tante cose da raccontare.

Diciamo che il fatto che noi possiamo finalmente raccontare una città senza nominare la parola mafia credo sia un successo che dobbiamo riconoscerci, perché è anche merito dei palermitani se riusciamo a raccontare Palermo in maniera diversa. Poi io ovviamente non sono della scuola per cui non bisogna parlare più di mafia, perché c’è anche questa scuola di pensiero… bisogna raccontarla ma non c’è solo quella, e questa cosa è un successo che dobbiamo ai siciliani, perché riusciamo finalmente a raccontare altro».

Rettifica subito Giusy Buscemi: «Sì, lui non vuole fare l’orgoglio siculo, però oggi ha preteso la ricotta solo di Palermo, quindi una persona è arrivata a Roma da Palermo con la ricotta, per riempire i cannoli in conferenza stampa». «Sì – confessa Pif – perché poi dico “Compriamo i cannoli a Roma”, e mi arrivano ‘sti cannoli bianchi, sbiaditi… non li riconosco. Se conosci l’originale non possono essere buoni, però capisco di essere un po’ rigidetto».
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