Mistero svelato a Palermo: chi c'era dietro le cartoline antimafia in giro per la città
Per giorni sono comparse cartoline contro i boss in diversi quartieri della città da Passo di Rigano allo Zen. Gli autori si sono dichiarati: ecco di chi è l'iniziativa
Una delle prime cartoline affisse nel quartiere Uditore, a Palermo (foto Balarm)
Chi c'era dietro quei messaggi rivolti ai boss mafiosi scarcerati? Chi aveva deciso di tappezzare pali della luce, cabine elettriche e muri con un appello così diretto? Oggi il mistero è stato sciolto.
A rivendicare pubblicamente la campagna è stato Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva-Casa Riformista, che con un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook ha raccontato come è nata l'iniziativa, spiegando che dietro quelle affissioni c'erano lui e un gruppo di volontari e militanti del partito.
L'incipit del suo messaggio non lascia spazio a dubbi: «Siamo stati noi». Una frase che arriva dopo giorni in cui la città aveva cercato di capire chi fosse l'autore di una campagna diventata rapidamente virale e rilanciata dalle principali testate locali e nazionali.
Tutto era iniziato il 7 luglio, quando centinaia di adesivi erano comparsi tra Uditore e Passo di Rigano. Le cartoline riportavano un messaggio rivolto ai boss condannati per mafia tornati in libertà: «Ai boss condannati per mafia e scarcerati: bentornati, ci auguriamo che il carcere vi abbia rieducati. Tuttavia, se proverete a chiedere il pizzo noi vi denunceremo e voi tornerete in carcere».
Nessuna firma. Nessun simbolo politico. Soltanto quel testo, affisso nei luoghi più visibili del quartiere.
Nei giorni successivi la campagna si è allargata. Dopo Uditore-Passo di Rigano sono arrivate le affissioni a San Lorenzo, poi all'Acquasanta, quindi a Tommaso Natale-Sferracavallo, territori recentemente finiti al centro delle cronache anche per nuove intimidazioni mafiose ai danni di commercianti e imprenditori.
Infine, è stata la volta dello Zen, dove il messaggio ha cambiato destinatario. Non più i boss scarcerati, ma i ragazzi del quartiere, invitati a non lasciarsi reclutare dalla criminalità organizzata: «Se lavori per un mafioso, il tuo stipendio si chiama carcere». Anche in quel caso nessuno aveva rivendicato la campagna.
«Ogni sera ci davamo appuntamento in pizzeria». Oggi Faraone ha raccontato il dietro le quinte dell'iniziativa. «Per giorni vi siete chiesti chi avesse invitato i giovani dello Zen a ribellarsi alla mafia. Chi avesse scritto e affisso quelle cartoline per sfidare i mafiosi scarcerati nei quartieri dove sono sempre stati abituati a spadroneggiare. La risposta è semplice: siamo stati noi».
Il parlamentare spiega che le affissioni sono state realizzate in prima persona insieme ai volontari del suo gruppo politico. Ogni sera, racconta, si ritrovavano in pizzeria e da lì partivano per distribuire le cartoline nei diversi quartieri della città. Nel post cita uno dopo l'altro i luoghi raggiunti dalla campagna: San Lorenzo-Resuttana, Uditore-Passo di Rigano, Acquasanta, Tommaso Natale-Sferracavallo e lo Zen, descrivendo un lavoro fatto "strada dopo strada, palo dopo palo, muro dopo muro".
«Non è stata una provocazione». Nelle parole di Faraone il senso dell'iniziativa va oltre la semplice affissione degli adesivi. «È stato un messaggio. Ai boss, ma soprattutto ai cittadini». L'obiettivo, spiega, era ribadire che «i quartieri non appartengono ai mafiosi. Appartengono a chi li vive, li ama e non ha più intenzione di abbassare lo sguardo».
Il parlamentare parla anche di una riconquista simbolica dello spazio pubblico, sostenendo che gli anni in cui la mafia occupava e dominava interi quartieri «non torneranno più» e che oggi «devono stare al loro posto».
Una parte significativa del post è dedicata al valore culturale dell'iniziativa. Secondo Faraone, infatti, il contrasto alla mafia non si esaurisce nell'attività delle forze dell'ordine o della magistratura, ma si costruisce anche attraverso la presenza civile nelle strade, nella comunicazione e nei simboli.
«La lotta alla mafia non si combatte soltanto nei tribunali o nelle caserme. Si combatte anche nello spazio pubblico, nelle parole, nei simboli, nella capacità di rompere l'indifferenza». Da qui anche il significato delle cartoline. «Se una cartolina, un adesivo o un manifesto riescono a suscitare curiosità, a far discutere, a strappare una riflessione a un ragazzo o un sorriso di incoraggiamento a un commerciante, allora hanno già raggiunto il loro obiettivo».
Tra i passaggi più forti del messaggio anche il confronto tra la violenza mafiosa e la risposta civile: «Loro sparano con i kalashnikov per fare paura. Noi affiggiamo cartoline per togliergliela».
«Continueremo». La rivendicazione non rappresenta, nelle intenzioni del gruppo, la conclusione dell'iniziativa. Faraone annuncia infatti che la campagna proseguirà con nuove azioni di sensibilizzazione, spiegando che saranno utilizzati «linguaggi nuovi, semplici, capaci di parlare a tutti», perché, scrive, «la mafia teme soprattutto una cosa: una società che smette di considerarla normale».
Il post si conclude con un ringraziamento ai volontari e ai militanti di Italia Viva-Casa Riformista che hanno partecipato alle affissioni e, soprattutto, alle forze dell'ordine e alla magistratura. «Noi abbiamo attaccato degli adesivi. Loro difendono ogni giorno la nostra libertà di farlo». Una frase che chiude il racconto di una campagna nata nel silenzio, rimasta anonima per diversi giorni e che oggi trova un nome e una firma, dopo avere acceso il dibattito cittadino sul ruolo dei simboli e della partecipazione civile nella lotta contro la mafia.
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