Nata nella Mondello d'Egitto, per lei Palermo è casa: Nahla ora ha un progetto per la città
40 anni, originaria di Maadi, quartiere elegante del Cairo, si è trasferita in Sicilia per amore di un palermitano ma è rimasta per una ragione in più, una sfida (positiva)
Nahla Salem
Ci sono persone che arrivano in una città e si limitano a viverci. E poi ce ne sono altre che, quasi senza accorgersene, cominciano a guardarla come fosse una materia viva: ne vedono le crepe, le contraddizioni ma anche le possibilità. E soprattutto non riescono a stare con le mani in mano.
Nahla Salem è una di queste. Ha 40 anni, è nata al Cairo, nel quartiere di Maadi, una zona elegante e verde della capitale egiziana. Quando ne parla lo fa con immagini precise, che fanno subito capire il tipo di luogo da cui viene: ville, strade alberate, una forte presenza internazionale. «È un posto molto bello», racconta. Un quartiere che, per certi versi, paragona a una specie di Mondello egiziana.
Per anni ha lavorato per Unicef, occupandosi di fundraising e partnership con aziende, ambasciate e istituzioni internazionali. Un lavoro costruito dentro una dimensione ampia, fatta di relazioni, progettazione e visione. È lì che nel 2017 incontra Stefano, palermitano, anche lui con una lunga esperienza alle spalle in Unicef, tra Etiopia, Mozambico, Costa d’Avorio e Angola.
A farli incontrare non è stato però un corridoio d’ufficio. È stato il mare. Nahla infatti pratica kitesurf e ha una piccola casa sul Mar Rosso, in quello che descrive come un paradiso. Stefano arriva in Egitto per una consulenza di due mesi, scopre che anche lei condivide quella passione e da lì succede qualcosa di semplice e decisivo: iniziano a vedersi ogni fine settimana, tra il vento, l’acqua e il tempo che si allunga più del previsto. Poi la relazione, il matrimonio il 9 gennaio del 2020 e, subito dopo, il mondo che si chiude.
Il loro piano era un altro: sistemare i documenti, sposarsi, tornare per festeggiare in estate. Ma con il Covid cambia tutto. In quel tempo sospeso, mentre il lavoro a distanza comincia a diventare una possibilità reale, in un giorno qualunque dopo la solita giornata d’ufficio, si fanno una domanda semplice: perché non andare a Palermo e lavorare da lì?
Lei aveva ricevuto una proposta da una startup romana che supporta i migranti nello sviluppo di idee imprenditoriali. Lui, con un lavoro ormai sempre più compatibile con la consulenza da remoto, può continuare a seguire progetti internazionali anche a distanza. Palermo, allora, sembra un'opportunità concreta e un ritorno alle radici di Stefano. E così quella che doveva essere una tappa è diventata una vita.
L’impatto con il capoluogo, però, non è stato subito semplice: «La cosa che per me è stata davvero uno shock e a cui non ero abituata è che nessuno parla inglese», racconta Nahla. Lei, che parla arabo, inglese e francese, l’italiano lo ha imparato vivendolo, senza studiarlo in modo formale, giorno dopo giorno, dentro la vita quotidiana. All’inizio, soprattutto durante il Covid, non è stato facile: né con la lingua, né con una città che sa essere accogliente ma anche faticosa da decifrare.
Eppure Palermo, dice, le ha ricordato casa. Non nel senso più ovvio del termine, ma in quello più sottile e contraddittorio: un luogo con molte debolezze e disordine, ma anche con una vitalità che le è sembrata familiare. «Mi ricorda molto casa in modo bello», racconta. Anche per quel legame che conserva con il mondo arabo: nei segni, nelle stratificazioni, nelle memorie che affiorano nei luoghi.
Quello che l’ha sorpresa davvero, però, è stato un altro aspetto: il modo in cui i palermitani guardano Palermo. Da una parte ci sono quelli che sono andati via e che a un certo punto hanno sentito il bisogno di tornare; dall’altra, quelli che vivono qui e che sognano di andarsene: «È un contrasto interessante», dice. E forse è proprio in questo contrasto che Nahla ha trovato il suo punto di osservazione.
Poi è arrivata la maternità. E con quella un modo ancora diverso di abitare la città. Diventare madre a Palermo, lontana dalla sua famiglia e senza una rete vera su cui appoggiarsi, è stato difficile. «Ero sola, completamente sola», spiega. È una solitudine che si racconta poco: quella che arriva insieme a un figlio, fatta di amore ma anche di fatica, di spaesamento, di emozioni che convivono e si scontrano tra loro.
È proprio in quel momento che succede qualcosa. Al parco, mentre è con suo figlio, incontra un’altra madre. Si chiama Catharina Pohjanpalo, è tedesca, anche lei è arrivata a Palermo per amore e, come lei, si muove dentro una città che non è quella in cui è cresciuta. Sì, il cognome non vi trae in inganno: Catharina è proprio la moglie di "quel" Pohjanpalo, Joel, l'attaccante rosanero. Le due iniziano a parlarsi in inglese, i bambini giocano insieme, e da lì nasce un’amicizia quasi inevitabile.
Non è un dettaglio. È uno di quei legami che nascono nei luoghi di tutti i giorni e che diventano, piano piano, una forma di appoggio. «Ci siamo trovate», racconta Nahla. Forse perché condividono lo stesso tipo di sguardo: non quello di chi osserva da fuori, ma di chi vive la città, con i bambini, con i ritmi di ogni giorno, misurandosi continuamente con ciò che funziona e con ciò che manca.
È dentro questa dimensione molto quotidiana che Nahla comincia a farsi domande più precise: sui luoghi, sugli spazi, su quello che Palermo offre e su quello che invece sembra sempre restare in sospeso.
Parla del poco senso civico come di uno dei nodi più evidenti. Di quella tendenza diffusa a pensare che tutto debba dipendere soltanto dalle istituzioni, mentre nel frattempo il bene comune viene trascurato, maltrattato, dato per perso. Non è un discorso indulgente verso chi governa, anzi: riconosce benissimo che i problemi sono enormi, che i fronti aperti sono troppi, che tante cose dovrebbero funzionare molto meglio. Ma insiste su un punto che per lei è essenziale: il cambiamento, quando arriva, comincia spesso da qualcuno che decide di non aspettare. È questo, probabilmente, il tratto più forte della sua storia.
Nahla, infatti, ha quella forma di determinazione quieta che non ha bisogno di annunciarsi: parla e intanto agisce; vede un problema e comincia a immaginare un’occasione. Lo fa quasi con naturalezza, come se fosse il modo più logico di stare al mondo. «Se puoi fare qualcosa, falla», è il senso del suo ragionamento.
Da qualche tempo, questa sua energia - alimentata anche dall’incontro con Catharina - si sta trasformando in qualcosa di concreto e di utile per la comunità. Un esperimento, ancora in divenire, che nasce da un bisogno diretto e allo stesso tempo molto forte: vivere meglio gli spazi per i più piccoli.
Per ora preferisce non raccontare troppo cosa bolle in pentola, ma lascia intuire che questa volontà quasi ostinata di non rassegnarsi si sta già traducendo in un tentativo reale di incidere sulla città. Un gesto circoscritto, forse, ma tutt’altro che irrilevante. Di quelli che nascono dal basso, da un bisogno personale che a un certo punto diventa collettivo.
In fondo è proprio questo che colpisce di più: Nahla è arrivata a Palermo per amore, ma è rimasta per una ragione più difficile da spiegare. Perché questa città, con tutte le sue storture, le ha dato la vita di oggi, una famiglia, un figlio. E forse anche una sfida.
Ecco perché, nonostante tutto, la sceglierebbe di nuovo.
«Assolutamente sì», risponde senza esitazione. Non perché sia facile. Non perché sia perfetta. Ma perché ci sono luoghi che, a un certo punto, smettono di essere solo il posto in cui vivi e diventano il posto a cui senti di dover restituire qualcosa.
Nahla Salem è una di queste. Ha 40 anni, è nata al Cairo, nel quartiere di Maadi, una zona elegante e verde della capitale egiziana. Quando ne parla lo fa con immagini precise, che fanno subito capire il tipo di luogo da cui viene: ville, strade alberate, una forte presenza internazionale. «È un posto molto bello», racconta. Un quartiere che, per certi versi, paragona a una specie di Mondello egiziana.
Per anni ha lavorato per Unicef, occupandosi di fundraising e partnership con aziende, ambasciate e istituzioni internazionali. Un lavoro costruito dentro una dimensione ampia, fatta di relazioni, progettazione e visione. È lì che nel 2017 incontra Stefano, palermitano, anche lui con una lunga esperienza alle spalle in Unicef, tra Etiopia, Mozambico, Costa d’Avorio e Angola.
A farli incontrare non è stato però un corridoio d’ufficio. È stato il mare. Nahla infatti pratica kitesurf e ha una piccola casa sul Mar Rosso, in quello che descrive come un paradiso. Stefano arriva in Egitto per una consulenza di due mesi, scopre che anche lei condivide quella passione e da lì succede qualcosa di semplice e decisivo: iniziano a vedersi ogni fine settimana, tra il vento, l’acqua e il tempo che si allunga più del previsto. Poi la relazione, il matrimonio il 9 gennaio del 2020 e, subito dopo, il mondo che si chiude.
Il loro piano era un altro: sistemare i documenti, sposarsi, tornare per festeggiare in estate. Ma con il Covid cambia tutto. In quel tempo sospeso, mentre il lavoro a distanza comincia a diventare una possibilità reale, in un giorno qualunque dopo la solita giornata d’ufficio, si fanno una domanda semplice: perché non andare a Palermo e lavorare da lì?
Lei aveva ricevuto una proposta da una startup romana che supporta i migranti nello sviluppo di idee imprenditoriali. Lui, con un lavoro ormai sempre più compatibile con la consulenza da remoto, può continuare a seguire progetti internazionali anche a distanza. Palermo, allora, sembra un'opportunità concreta e un ritorno alle radici di Stefano. E così quella che doveva essere una tappa è diventata una vita.
L’impatto con il capoluogo, però, non è stato subito semplice: «La cosa che per me è stata davvero uno shock e a cui non ero abituata è che nessuno parla inglese», racconta Nahla. Lei, che parla arabo, inglese e francese, l’italiano lo ha imparato vivendolo, senza studiarlo in modo formale, giorno dopo giorno, dentro la vita quotidiana. All’inizio, soprattutto durante il Covid, non è stato facile: né con la lingua, né con una città che sa essere accogliente ma anche faticosa da decifrare.
Eppure Palermo, dice, le ha ricordato casa. Non nel senso più ovvio del termine, ma in quello più sottile e contraddittorio: un luogo con molte debolezze e disordine, ma anche con una vitalità che le è sembrata familiare. «Mi ricorda molto casa in modo bello», racconta. Anche per quel legame che conserva con il mondo arabo: nei segni, nelle stratificazioni, nelle memorie che affiorano nei luoghi.
Quello che l’ha sorpresa davvero, però, è stato un altro aspetto: il modo in cui i palermitani guardano Palermo. Da una parte ci sono quelli che sono andati via e che a un certo punto hanno sentito il bisogno di tornare; dall’altra, quelli che vivono qui e che sognano di andarsene: «È un contrasto interessante», dice. E forse è proprio in questo contrasto che Nahla ha trovato il suo punto di osservazione.
Poi è arrivata la maternità. E con quella un modo ancora diverso di abitare la città. Diventare madre a Palermo, lontana dalla sua famiglia e senza una rete vera su cui appoggiarsi, è stato difficile. «Ero sola, completamente sola», spiega. È una solitudine che si racconta poco: quella che arriva insieme a un figlio, fatta di amore ma anche di fatica, di spaesamento, di emozioni che convivono e si scontrano tra loro.
È proprio in quel momento che succede qualcosa. Al parco, mentre è con suo figlio, incontra un’altra madre. Si chiama Catharina Pohjanpalo, è tedesca, anche lei è arrivata a Palermo per amore e, come lei, si muove dentro una città che non è quella in cui è cresciuta. Sì, il cognome non vi trae in inganno: Catharina è proprio la moglie di "quel" Pohjanpalo, Joel, l'attaccante rosanero. Le due iniziano a parlarsi in inglese, i bambini giocano insieme, e da lì nasce un’amicizia quasi inevitabile.
Non è un dettaglio. È uno di quei legami che nascono nei luoghi di tutti i giorni e che diventano, piano piano, una forma di appoggio. «Ci siamo trovate», racconta Nahla. Forse perché condividono lo stesso tipo di sguardo: non quello di chi osserva da fuori, ma di chi vive la città, con i bambini, con i ritmi di ogni giorno, misurandosi continuamente con ciò che funziona e con ciò che manca.
È dentro questa dimensione molto quotidiana che Nahla comincia a farsi domande più precise: sui luoghi, sugli spazi, su quello che Palermo offre e su quello che invece sembra sempre restare in sospeso.
Parla del poco senso civico come di uno dei nodi più evidenti. Di quella tendenza diffusa a pensare che tutto debba dipendere soltanto dalle istituzioni, mentre nel frattempo il bene comune viene trascurato, maltrattato, dato per perso. Non è un discorso indulgente verso chi governa, anzi: riconosce benissimo che i problemi sono enormi, che i fronti aperti sono troppi, che tante cose dovrebbero funzionare molto meglio. Ma insiste su un punto che per lei è essenziale: il cambiamento, quando arriva, comincia spesso da qualcuno che decide di non aspettare. È questo, probabilmente, il tratto più forte della sua storia.
Nahla, infatti, ha quella forma di determinazione quieta che non ha bisogno di annunciarsi: parla e intanto agisce; vede un problema e comincia a immaginare un’occasione. Lo fa quasi con naturalezza, come se fosse il modo più logico di stare al mondo. «Se puoi fare qualcosa, falla», è il senso del suo ragionamento.
Da qualche tempo, questa sua energia - alimentata anche dall’incontro con Catharina - si sta trasformando in qualcosa di concreto e di utile per la comunità. Un esperimento, ancora in divenire, che nasce da un bisogno diretto e allo stesso tempo molto forte: vivere meglio gli spazi per i più piccoli.
Per ora preferisce non raccontare troppo cosa bolle in pentola, ma lascia intuire che questa volontà quasi ostinata di non rassegnarsi si sta già traducendo in un tentativo reale di incidere sulla città. Un gesto circoscritto, forse, ma tutt’altro che irrilevante. Di quelli che nascono dal basso, da un bisogno personale che a un certo punto diventa collettivo.
In fondo è proprio questo che colpisce di più: Nahla è arrivata a Palermo per amore, ma è rimasta per una ragione più difficile da spiegare. Perché questa città, con tutte le sue storture, le ha dato la vita di oggi, una famiglia, un figlio. E forse anche una sfida.
Ecco perché, nonostante tutto, la sceglierebbe di nuovo.
«Assolutamente sì», risponde senza esitazione. Non perché sia facile. Non perché sia perfetta. Ma perché ci sono luoghi che, a un certo punto, smettono di essere solo il posto in cui vivi e diventano il posto a cui senti di dover restituire qualcosa.
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