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Ogni epoca ha il suo status symbol: la gara a chi aveva la carrozza più bella di Palermo

Ci fu un periodo, tra il Seicento e il Settecento, in cui a Palermo il narcisismo veniva alimentato a suon di sfoggio di carrozze che presero il posto di portantine e lettighe

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 23 maggio 2021

Una carrozza reale

Oggi molti palermitani fanno a gara su chi possiede l'auto più bella e super accessoriata, spesso trascurando le vere necessità di famiglia e investendo buona parte dei fondi "domestici" in un mezzo di trasporto che in un paio di anni dimezzerà il proprio valore.

Eppure, questi fenomeni non sono nuovi. Sono dinamiche sociali che si ripresentano continuamente a causa della vanità che, fin dall'alba dei tempi, correda il carattere dell'uomo e della donna.

Quindi, si ripetono situazioni, sebbene in contesti storici diversi, in cui l'oggetto della disputa cambia a seconda delle mode e del rapporto col bello. Dunque, se oggi la contesa sulla vanagloria verte sulle succitate auto, sui telefonini o sulle moto, vi fu un periodo, tra il Seicento e il Settecento, in cui a Palermo il narcisismo veniva alimentato a suon di sfoggio di carrozze.

Prima del Barocco, a causa delle condizioni pessime delle strade palermitane, gli unici mezzi di trasporto erano le portantine e le lettighe.



Le portantine erano chiamate anche "sedie voltanti" o "seggette" e, quando venivano affittate, erano letteralmente condotte a spalle dai "vastasi di cinga" devoti ai santi Euno e Giuliano le cui dimore si dividevano dalle zone del Capo e del Ballarò.

Le lettighe, invece, erano delle cabine di legno in cui i due passeggeri si trovavano l'uno seduto davanti all'altro e per spostarle si impiegavano cavalli o muli, a seconda se la destinazione si trovasse dentro la città o all'esterno di essa. Le prime carrozze giunte in Italia furono importate dall'Ungheria.

A Palermo uno dei primi proprietari di carrozze fu il reggente Vincenzo Percolla. Siamo nella prima metà del Seicento. Tuttavia, esistono dei documenti datati 1570 e 1571 in cui viene attestato lo sborso relativo all'acquisto di alcune carrozze da parte del banchiere Nicolò Gentile.

Così, passavano gli anni e nel 1647 le carrozze che giravano a Palermo erano 72. Perciò, cominciava l'incalzante lotta tra i nobili palermitani che non badavano a spese per acquistare la carrozza più bella e sfarzosa. Nemmeno i cavalli che le trainavano venivano risparmiati ed erano adornati con gualdrappe di velluto e ogni sorta di ornamento sontuoso.

Per regolare questo stato di cose, Vittorio Amedeo di Savoia emise una legge. Ma la norma promulgata rimase inattuata o applicata solo in parte perché, frattanto, il numero di carrozze presenti a Palermo presenti nel 1782 crescevano a dismisura fino a diventare 784.

Neanche il Senato e il vicerè si sottrassero alle lusinghe della vanità e cominciarono ad adottare gli stessi comportamenti dell'aristocrazia palermitana.

Leggete come lo storico Rosario La Duca, descrive la situazione che si era creata.

«Precedute dai timballi e dai soldati della milizia urbana, nelle maggiori festività, o in altre particolari circostanze, alcune carrozze solevano condurre il Pretore ed i Senatori per partecipare alle lunghe e complesse cerimonie religiose e civili di quel tempo […] successivamente, in occasione del festino 1756, il Senato uscì per la prima volta in tre nuove carrozze fatte alla francese.

Al Senato venne anche ceduta la carrozza del Tribunale della Santa Inquisizione dopo la sua soppressione avvenuta nel 1782».

Quindi, lo status symbol del mezzo di trasporto ha radici lontane e rappresenta, oggi, un altro modo per ostentare una condizione economica e sociale che spesso è inconsistente.

Almeno i nobili palermitani potevano realmente permettersi le carrozze, a differenza dei nostri contemporanei che oggi si indebitano, o si accollano cambiali e leasing per mostrarsi alla guida dell'ultima auto appena uscita di cui non sono neppure proprietari.

Dunque, è vero che in passato le cose erano più autentiche e sincere.
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