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Quando a essere schiavi erano i bambini siciliani: la storia dei "carusi" nelle miniere

Bimbi e ragazzi dai sei ai 18 anni che passavano fino a 20 ore al giorno tra i cunicoli delle miniere di zolfo: figli di famiglie misere, venivano maltrattati e a volte uccisi

Balarm
La redazione
  • 31 agosto 2018

È in un sistema collaudato e che al suo vertice vedeva il padrone della miniera che si sviluppa una forma di sfruttamento folle e sconsiderato della manodopera giovanile anzi, più che giovanile: siamo nella Sicilia tra le due guerre e il "sistema" sarebbe stato cancellato solo negli anni Settanta.

Bambini e ragazzi dai sei ai diciotto anni venivano quasi letteralmente venduti ai padroni delle miniere di zolfo: l'assoluta povertà delle famiglie rendeva la pratica necessaria.

I contadini siciliani - sin dall'Ottocento - usavano arruolare i propri figli fin dalla più tenera età e alla scelta procedeva il capo picconiere.

La formula di pagamento si chiamava "soccorso al morto": i genitori del bambino ricevevano in anticipo una somma di poche lire - per loro una somma alta - in cambio del lavoro del bimbo che sgobbando avrebbe riscattato il prestito.

I "carusi" lavoravano così fino a 16 ore al giorno tra i bui e roventi cunicoli delle miniere trasportando in superficie carichi di zolfo che pesavano fino a 25 chili (per più piccoli) e fino a 80 chili per i ragazzi: un lavoro durissimo e condotto in modo rudimentale con il solo aiuto di pale, picconi e ceste.

Non erano che pochi centesimi al giorno quelli che un caruso guadagnava: era quindi impossibile pensare di riscattare la somma data in prestito alla famiglia.

Storpi, malandati e rachitici per il buio e la fatica, i carusi siciliani sono stati protagonisti di un testo scritto nei primi del Novecento da un'ex schiavo afroamericano, l’educatore e scrittore Booker T. Washington.

"Da questa schiavitù non vi è alcuna speranza di libertà, perché né i genitori, né il figlio potranno mai avere denaro sufficiente per rimborsare il prestito originario. […] Le crudeltà a cui i bambini schiavi erano sottoposti, come riferito da coloro che li hanno visti da vicino, nessuna crudeltà simile è mai stata segnalata nella schiavitù dei negri".

E ancora: "Questi ragazzi schiavi erano spesso picchiati e malmenati, al fine di estorcere dai loro corpi sovraccarichi l’ultima goccia di forza. Quando i pestaggi non erano sufficienti, vi era l’usanza di bruciare i polpacci delle gambe con le lanterne per rimetterli di nuovo in piedi. Se avessero cercato scampo da questa schiavitù, erano catturati e percossi, a volte anche uccisi".

A incentivare l'apertura di miniere in tutta la Sicilia fu una grande richiesta di zolfo necessario alla produzione della polvere da sparo.

Non si contano gli incidenti mortali nelle solfatare ma resta nella memoria quello di Gessolungo, a Caltanissetta, nel 1881: sessantacinque minatori restano uccisi per l'esplosione una lampada ad acetilene, 19 di loro erano carusi di cui nove rimasero sconosciuti, schiavi senza nome.

Come già scritto, la fine di questa crudele pagina di storia siciliana viene terminata alla fine degli anni Sessanta, quando le zolfare vengono chiuse.

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