Quando Catania era la "Seattle d'Italia": com'è cambiata negli anni la Milano del Sud
C'erano band come Boppin’Kids, Denovo e Uzeda. Conservavano l’anima della città ed erano pronte a raccontarla al mondo. Un libro sullo "strappo generazionale"
Palazzo degli Elefanti a Catania
Alice Valeria Oliveri, giornalista e scrittrice catanese, figlia dello storico Oliveri batterista degli Uzeda, con il romanzo “Una cosa stupida” (Mondadori) si afferma come voce rock di una generazione Millennial sospesa tra nostalgia e movimento, lontana dalla propria terra tra Roma e Milano. Nel libro racconta uno strappo generazionale e geografico, restituendo con sensibilità la Catania in fermento tra anni ’90 e primi anni 2000, un mondo fatto di musica live, mode e luoghi simbolo, ancora segnato dall’eco del rock alternativo, prima della svolta del digitale.
«Ho avuto la fortuna di nascere da un padre musicista e di vivere la Catania Seattle dall’interno, poi nella mia adolescenza ho anche suonato nella scena underground. Ho un ricordo nostalgico, che riporto nella protagonista Adriana, anche se lei arriva a Milano col padre turnista in adolescenza, io ho lasciato Catania per l’università a Roma - racconta l’autrice -. Nel 2000 a Catania c’erano i live club come La Chiave, La Lomax e il Barbara Disco Lab, poi è finito tutto, ma sogno ancora una Catania così, in cui la musica aggrega persone diverse, e la città non è un far west di privatizzazione e di ombrellini colorati».
A pochi giorni dallo sgombero della palestra L.u.p.o ultimo centro sociale catanese, Alice ci riporta con il suo romanzo indietro nel tempo, dentro il perduto C.p.o Experia, al lungomare oggi sgretolato dai disastri climatici, in via Penninello storico ritrovo per i giovani catanesi, al Festivalbar al duomo, all’mp3 e ai MySpace, alle Nike Shox, ai Nokia 3310, alle feste liceali trasformate in piccole Woodstock urbane nei licei catanesi come il suo amato Boggio Lera.
Il romanzo di recente presentato al Catania Book Festival, all’interno della rassegna “Abitare, infinito presente ‘26”, promossa da Officine Culturali e curata dalla sociologa Claudia Cantale e dalla geografa Teresa Graziano, si configura come un vero e proprio manifesto dell’"Abitare fuori posto". La protagonista, impegnata a esplorare non solo lo spazio geografico, ma anche quello esistenziale, ci restituisce una geografia delle età, delle identità e delle molteplici Catania, ma anche un dialogo di contrasti tra le due città di Catania e Milano, che l’autrice dice di aver scelto per la loro lontananza geografica e valoriale, una sensibilità nell’osservazione dell’urbanistica, anche questa – confessa l’autrice – ereditata dalla madre architetto.
Tra finzione e autobiografia, dunque qui si intrecciano le voci dell’autrice e della protagonista quando entrambe fanno ingresso nel gelido mondo adulto del business, del lavoro precario anche se dentro una redazione famosa e invidiata. "Milano è la città in cui succedono le cose" è la retorica con cui emigra il padre turnista della protagonista e con cui si cerca un futuro migliore, "a Milano sei sempre un cliente" sostiene invece Oliveri, ma in questo valzer di contrasti la Milano dalla stanza a 650 euro e gelaterie per animali di cui si racconta, non sembra così diversa dalla più recente Catania dai monolocali a 700 euro e dai centri che pullulano di pub e b&b, in cui i giovani professionisti sono sempre più ai margini della città, sempre meno protagonisti, segnati dal precariato lavorativo e abitativo, dal sentirsi "fuori posto" come condizione esistenziale.
Del resto, Catania è lontana dai grandi centri del business e circondata dal mare, un’isola nell’isola, vittima e complice delle proprie contraddizioni, “La Milano del Sud” in cui i prezzi salgono, ma le opportunità di crescita si sprecano. Così partire non è una scelta, ma un destino di isolani “Ulissidi”, sempre in viaggio, mai del tutto approdati.
«Siamo un po’ schiacciati dalla storia e dai luoghi comuni - dice Oliveri -. Scrivo per il quotidiano Domani, a Roma, ma mi piacerebbe poter scrivere a Catania. La digitalizzazione potrebbe essere un’opportunità. Bisogna investire nel lavoro creativo e smettere di pensare che la ricchezza arrivi solo da fuori. Sul piano artistico e musicale, invece, sicuramente è cambiata la domanda e l’offerta, ma a Catania ci sono talenti e giovani imprenditori che provano a cambiare narrazione, e restano con ostinazione».
Oliveri vuole fare "esplodere" un sistema, unire la frustrazione giovanile con ironia e speranza e denunciare chi ha sottratto il futuro per logiche miopi e capitalistiche…anche a costo di fare "una cosa stupida". Chi è catanese, allora sembra il sottinteso, avrà sempre e dovunque una scintilla viva, come scrive «La rabbia che ti si aggrappa addosso in questa città umida, [...] ha un effetto moltiplicatore su chi vuole dire qualcosa e trova il modo di farlo».
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




