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Ricorda il Regime e molti lo criticano: la Casa del Mutilato di Palermo è un monumento

La progetta nel 1935 l'architetto Giuseppe Spatrisano: un piccolo tesoro a metà tra i metafisici giochi formali di De Chirico e il razionalismo romano di Terragni

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 17 aprile 2018

Il prospetto della Casa del Mutilato a Palermo

I nostri giardini sono adorni di statue e le nostre gallerie di quadri. Che cosa immaginate che questi capolavori, che suscitano pubblica ammirazione, rappresentino? Gli uomini che hanno difeso il loro Paese o quelli ancora più grandi che l'hanno arricchito col loro genio?

Questo pensiero elastico di Rousseau, mi ha subito fatto pensare a uno di quei capolavori da cui molti cittadini distratti si trovano spesso a passare facendosi la strana domanda "ma cos'è di preciso?" È la casa del mutilato e la progetta nel 1935 l'architetto Giuseppe Spatrisano.

È il frutto del risultato di un concorso bandito (si, in pieno regime fascista le opere pubbliche si realizzavano mediante concorsi aperti ai migliori talenti) in pieno vigore socioculturale Littorio quando nominare Benito Mussolini equivale ancora a nominare l'artefice delle fortune dell'impero italiano che con la conquista del regno di Etiopia e la stabilizzazione di Libia e Cirenaica, sancisce l'apice del consenso fascista prima della disastrosa avventura bellica.

Il committente è infatti l'associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, l'impresa di Francesco Ponte né realizzerà il progetto prima dell'entrata in vigore delle odiose leggi raziali, i calcoli di cemento armato saranno eseguiti da quel G.B. Santangelo anch'esso come lo stesso Spatrisano, formatosi alla corte modernista di Ernesto Basile.

Ma cosa ha di così originale e immediato, questo edificio eminentemente littorio? Superato il teatro Massimo in direzione della via Maqueda, insiste in un lotto perfettamente rettangolare e totalmente occupato dallo stesso lungo la via Scarlatti al numero 14.

L'ingresso fortemente caratterizzato dalla cromia tipica del marmo travertino reca all'apice sommitale la scritta "TEMPIO MUNITO FORTEZZA MISTICA" tutto sorretto dal punto di vista compositivo e strutturale da tre esili pilastri perfettamente centrati anch'essi rivestiti di marmo, mentre si risolve l'attacco a terra con undici gradini importanti.

Importanti perché al termine dei quali esplode tutta la spiritualità dello spazio simmetrico della intima corte a base quadrata sulla cui copertura si apre uno scorcio di cielo a forma circolare: memore forse dell'oculum del Pantheon romano?

Incredible è la sensazione la prima volta che ci si trovi all'interno, persi a traguardare il piccolo sacrario cuore simbolico dell'intera costruzione alla stregua dell'anima geometrica costruita dalla perfezione del cerchio da cui la luce descive come fosse orologio solare, lo scorrere del tempo nel tempio.

Se l'edificio fosse stato abbattuto dai bombardieri alleati e nè fossero rimaste in piedi solo le quinte fin qui descritte, questi resti potrebbero degnamente descrivere il retaggio di questa architettura-scultura che seppe raccontare agli occupanti americani che risalirono la penisola 75 anni fa, della grandezza progettuale raggiunta dai progettisti italiani tra le due guerre mondiali.

Orgogliosi di questo monumento nel monumento, una scultura architettonica di primo Novecento, dovremmo chiedere ed ottenere che vengano rimosse le grate esterne per vivere questo prezioso spazio come la piazza che è in tutte le ore del giorno e della sera. Basta una telecamera per risolvere ogni problematica vandalica.

La perfezione di questo spazio progettato con cura e grandezza si coglie già percorrendo la strada a quota marciapiede. Ma la scoperta di questo illuminante spazio ipetrale, la si può davvero pienamente cogliere soltanto superati gli undici gradini di marmo.

Dobbiamo molto di più alla nostra più recente memoria artistica e monumentale e ciò potrà avvenire soltanto attraverso una maggiore consapevolezza nei riguardi di una bellezza costruita e avulsa da inutili spot privi di sostanza come quelli odierni incapaci di costruire spazi la cui bellezza sia pianificata e costruita dal merito dei migliori progettisti.

Dobbiamo andare avanti e per farlo, appare sempre più necessario guardare agli esempi virtuosi del nostro strepitoso passato.

Di questo piccolo scrigno a metà tra i metafisici giochi formali di Giorgio De Chirico ed il razionalismo romano di matrice linguistica littoria di Giuseppe Terragni, né parla per prima Maria Accascina, ancora Gianni Pirrone a principio degli anni Settanta e in tempi più recenti saranno Vincenza Balistreri e Anna Maria Ruta coi rispettivi contributi della Fondazione Lauro Chiazzese e Salvare Palermo a delineare la grandezza delle opere dell'architetto palermitano, specializzatosi a Roma sotto la guida di Enrico Calandra di cui diviene assistente presso la Regia scuola di Architettura diretta da Gustavo Giovannoni.

Una parabola professionale ed artistica incisiva e lunghissima la sua, prezioso tassello del corpo docente della facoltà di architettura e studioso dei monumenti palermitani tra cui lo Steri e la chiesa di santa Maria di Piedigrotta, progettista della Ducrot già alla fine degli anni Venti, co-progetta l'istituto Nautico e la torre Garboli davanti il porto, diversi e pregevoli quartieri di edilizia economica e popolare, piani urbanistici, scuole, musei, abitazioni.

Questo edificio a metà tra un monumento al sacrificio e la costruzione funzionale al ricordo stesso resta una pietra miliare nella sua eclettica produzione architettonica fortemente intrisa dalle contaminazioni wrightiane solo dell'immediato dopoguerra.

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