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Auto nell'area pedonale, piazza chiusa ed erbacce: l'estate (in declino) di Mondello

Un reportage nella borgata marinara, considerata la perla estiva di Palermo, che sembra vivere un lento declino fra panchine divelta, aree pedonali violate e rifiuti

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 24 luglio 2026

Nel pomeriggio il sole batte ancora sull’asfalto di viale Regina Elena. Il mare è a pochi metri, le persone camminano in costume e qualcuno torna dalla spiaggia trascinando borse, giochi e materassini. Sulla strada, però, quasi nulla interrompe il sole.

L’ombra si riduce a quella proiettata dalle sagome sottili dei pali e da qualche albero sparuto, sopravvissuto ai tagli che negli ultimi tempi hanno impoverito il verde della Favorita e di altre parti della città. Ripari isolati e insufficienti, che le persone cercano comunque: si fermano per qualche istante dentro quelle poche strisce scure e riprendono a camminare, con il passo lento e il respiro affaticato.

Poi passa uno scooter. Entra nell’area pedonale, rallenta appena e continua lungo il viale. Poco dopo arriva un’automobile. Una famiglia si sposta di lato, un bambino viene richiamato, chi procede in bicicletta si volta per capire cosa stia arrivando alle sue spalle. «Qui è pedonale solo finché non si sente il rumore di un motore», commenta un residente. «Le auto entrano, gli scooter pure. E alla fine siamo sempre noi pedoni a doverci scansare».

La pedonalizzazione di Mondello non è più una novità. Da diverse estati il lungomare viene chiuso alle automobili con l’idea di restituirlo alle persone. Ma, tolti i mezzi, è rimasto quasi tutto come prima. L’asfalto è ancora quello sul quale per il resto dell’anno transitano le auto: assorbe calore dalla mattina e continua a restituirlo fino a sera. Non ci sono alberature continue, coperture, fontanelle o zone fresche nelle quali fermarsi.

Le panchine, quando ci sono, restano esposte al sole. Poco più avanti, lungo l’altro tratto pedonale della borgata, alcune non possono essere utilizzate neppure quando la temperatura comincia a scendere. Una è spezzata, un’altra giace capovolta a terra. Sono lì, immobili tra l’asfalto e il bordo della strada, come se nessuno avesse più pensato che qualcuno potesse averne bisogno.

Il lungomare è stato formalmente liberato dalle automobili, ma non è diventato un luogo da abitare. Nelle ore più calde si attraversa, si cammina velocemente verso il mare, verso un locale o verso l’ombra offerta da una struttura privata. Lo spazio pubblico rimane così un luogo di passaggio, perché la possibilità di sottrarsi al caldo comincia quasi sempre dove bisogna pagare.

Avvicinandosi alla piazza, i tavoli diventano sempre più numerosi. Bar, ristoranti, gelaterie, chioschi e friggitorie occupano quasi tutto ciò che resta libero attorno al cantiere. La borgata sembra sempre più un villaggio gastronomico affacciato sul mare. Si arriva per mangiare un panino, prendere un gelato, sedersi a cena o bere qualcosa. È difficile trovare una ragione per restare che non passi attraverso il consumo: mancano luoghi culturali, servizi, attività quotidiane e spazi nei quali incontrarsi senza diventare clienti. «Ormai qui aprono soltanto posti dove mangiare», dice Gabriella, che villeggia a Mondello nei mesi estivi. «Per chi viene una sera può sembrare tutto pieno di vita, ma chi vive qui tutto l’anno ha bisogno anche di altro».

È una trasformazione che ricorda quella di alcune zone del centro storico di Palermo. I tavolini aumentano, le attività si assomigliano e le funzioni necessarie alla vita ordinaria si ritirano lentamente.

Al centro di questo paesaggio di ristoranti e bar, la piazza non c’è più. Da quasi un anno è chiusa dentro le recinzioni del cantiere. Si passa ai lati, lungo corridoi ricavati tra le transenne e gli ingressi dei locali. Dietro le reti comincia già a intravedersi come cambierà il cuore della borgata. Per il momento emerge soprattutto una grande superficie di pietra chiara, pensata per richiamare i colori e la storia marinara di Mondello. Sotto il sole di luglio, però, appare più come una distesa abbagliante. Il progetto prevede alberi e nuovi arredi, ma, almeno in questa fase, a dominare è soprattutto la pavimentazione.

La piazza non è terminata e potrà essere valutata davvero soltanto allora. Ma mentre Palermo affronta giornate in cui i quaranta gradi si fanno sentire fino a sera, le domande arrivano prima dell’inaugurazione: quanta ombra produrrà realmente questo spazio? Quanti metri potranno essere attraversati e vissuti senza restare sotto il sole? Quanto tempo impiegheranno gli alberi a crescere? Le sedute saranno protette o, ancora una volta, per trovare riparo bisognerà spostarsi sotto la tenda di un ristorante?

Una piazza non può essere soltanto una superficie nuova: è un luogo nel quale bisogna potersi fermare. E qui fermarsi continua a sembrare difficile.

Davanti al cantiere, il mare occupa tutto l’orizzonte. Anche la spiaggia, però, racconta una Mondello sospesa. La vicenda della concessione dell’Italo Belga continua a interrogare il futuro del litorale e il rapporto tra spiaggia libera, stabilimenti e interesse pubblico. Ma non solo. Poco più avanti, il Palace Hotel resta chiuso e avvolto da un cantiere fermo.

La grande struttura incompiuta interrompe il paesaggio e ricorda che anche i progetti turistici più ambiziosi possono trasformarsi in presenze immobili: scheletri capaci di restare per anni davanti agli occhi di tutti senza restituire nulla alla borgata.

Il mare riesce quasi a coprire queste contraddizioni. Basta voltarsi verso l’acqua perché tutto sembri arretrare. Ma è sufficiente lasciare il lungomare perché Mondello cambi rapidamente. Nelle strade interne lo spazio si restringe. I marciapiedi sono rotti, sollevati o interrotti.

In alcuni tratti le erbe infestanti hanno occupato anche ciò che rimaneva. La vegetazione cresce ovunque e costringe chi cammina a scendere sulla strada. Con un passeggino, una carrozzina o due borse della spesa, alcuni punti diventano quasi impraticabili.
Una donna cammina sul bordo dell’asfalto per evitare un tratto invaso dalle piante. «Io riesco ancora a scendere dal marciapiede», dice Emilia, «ma una persona anziana o qualcuno in sedia a rotelle da dove dovrebbe passare? Ogni anno aspettiamo che puliscano e ogni anno arriviamo all’estate in queste condizioni».

Tra le erbe, le pavimentazioni rotte e i cancelli compaiono i sacchetti della raccolta differenziata. In tarda mattinata dovrebbero essere già stati ritirati, invece alcuni sono ancora appoggiati davanti alle abitazioni. Non formano necessariamente grandi cumuli: sono presenze isolate, sparse lungo i marciapiedi, che raccontano meglio di una discarica un servizio sul quale gli abitanti non riescono a fare affidamento.

Davanti a un cancello, un uomo sta riportando dentro un sacchetto dell’organico: lo aveva esposto la sera precedente, ma il giorno dopo lo ha ritrovato nello stesso punto. «Non sono passati», dice mentre apre il cancello. «Adesso che faccio? Se lo lascio fuori con questo caldo, tra poche ore non si può più respirare. Se lo riporto dentro, devo tenermi l’organico in casa fino al prossimo ritiro. E non è la prima volta». Il sacchetto torna così nel cortile dal quale era uscito. Il percorso del porta a porta si capovolge: la spazzatura esce la sera e rientra la mattina, ancora piena. «A volte raccolgono regolarmente, altre volte saltano», continua. «Il problema è che non lo sai prima. Ogni mattina devi andare a controllare».

Non è soltanto una questione di cattivo odore. È l’incertezza che si ripete: esporre il sacchetto, aspettare, verificare, decidere se lasciarlo ancora fuori o riportarlo in casa. Con queste temperature bastano poche ore perché l’organico inizi a fermentare e diventi un problema.
Ed è proprio attraversando queste strade, tra marciapiedi invasi dalle erbacce e sacchetti ancora davanti ai cancelli, che si raggiunge uno dei pochissimi spazi dedicati ai bambini.

Quello che viene chiamato parco giochi è uno spiazzo ricavato tra le strade e le abitazioni. Ci sono tre giochi, due panchine nuove di zecca e una superficie divisa tra piastrelle di gomma scura e pietrine. Non c’è una copertura, non c’è acqua e non esiste un punto nel quale adulti e bambini possano ripararsi.

Non serve misurare la temperatura dello scivolo per capire perché il parco sia vuoto. Basta guardarlo. Non sembra un luogo progettato per i bambini: sembra uno spazio rimasto libero tra una strada e l’altra, sul quale sono state appoggiate alcune attrezzature senza chiedersi quando e come avrebbero potuto essere usate.

Qualche minuto dopo il vuoto si interrompe. Arrivano tre ragazzini e si siedono tutti sulla stessa panchina. Parlano, ridono, si scambiano qualche pacca sulla spalla. «Compà, amunì», dice uno mentre prende il cellulare. Lo tiene davanti agli altri, che si chinano verso lo schermo, e insieme fanno scorrere un video dopo l’altro. Restano lì, sotto lo stesso sole, perché intorno non sembra esserci altro posto per loro.

La panchina immaginata per chi accompagna i bambini diventa così anche il loro punto d’incontro. Non perché sia uno spazio adatto agli adolescenti, ma perché intorno non sembra esistere un luogo progettato per la loro età.

A quel punto le scene incontrate lungo il percorso smettono di apparire separate. Dalla strada pedonale al parco giochi, passando per la piazza, i marciapiedi e i cancelli delle case, emerge la stessa Mondello: una cartolina malconcia pensata soprattutto per chi arriva, raggiunge la spiaggia, mangia, beve e riparte. Molto meno per chi vuole camminare, portare un bambino fuori a giocare, sedersi senza consumare o vivere qui anche quando l’estate è finita.

Il mare continua a riempire lo sguardo, nonostante tutto. E forse è proprio l’abitudine alla sua bellezza a rendere meno visibile tutto il resto. Ma il mare non può fare ombra su un’altalena, non può rimettere in piedi una panchina, liberare un marciapiede dalle erbacce o ritirare un sacchetto rimasto davanti a un cancello. Può rendere Mondello bellissima. Non può però, da solo, renderla abitabile.
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