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Scoprire le malattie di cui soffrivano i nostri avi: una ricerca scientifica coinvolge la Sicilia

Un progetto che non ha precedenti, nato dalla collaborazione di un gruppo di ricercatori delle università di Vilnius, Oxford e Cranfield e dell’IBAM-CNR di Catania

Annalisa La Barbera
Ospite
  • 19 settembre 2019

Il professore Dario Piombino Mascali al lavoro

In salute e in malattia”, finché archeologo non li separi: sembrava remota la possibilità di studiare le malattie di cui soffrivano i nostri avi mediante lo studio dei loro reperti umani, eppure un gruppo di giovani ricercatori ha avviato un programma di ricostruzione della loro storia nosologica.

Uno studio ambizioso che vede già a lavoro una squadra di giovani antropologi e archeologi delle Università di Vilnius, Oxford e Cranfield e dell’IBAM-CNR di Catania: è il progetto "in salute e malattia”. «Ho voluto con il cuore questo progetto perché è un modo per coinvolgere giovani archeologi e antropologi siciliani e non – afferma Dario Piombino Mascali, docente di antropologia forense dell’Università degli studi di Messina e Vilnius, coordinatore siciliano dello studio paleopatologico - al fine di farli avvicinare allo studio di queste discipline e proseguire su questo percorso di studi».

Il fine della ricerca è quello di dare una nuova chiave di lettura data dalla mappatura delle patologie e della loro evoluzione in Sicilia.

«Il titolo è una provocazione- spiega il professore Dario Piombino Mascali - perché non sempre le malattie lasciano un segno nelle ossa umane quindi è necessario un lavoro sinergico tra archeologi e antropologi. Di fondamentale importanza è l’utilizzo della tecnica biogeochimica sui campioni ossei- spiega- ma a questa si aggiunge uno studio d’insieme che si traduce in un approccio più filosofico che scientifico ai casi esaminati».

Non solo scienza ma anche filosofia, non solo analisi di isotopi stabili ossei ma osservazione dei possibili contesti ambientali in cuirisiedevano e da lì ricavare il tipo di alimentazione assunta che rivela tra gli altri anche l’origine autoctona o meno della comunità. In termini tecnici: i rapporti di carbonio e azoto provenienti dagli individui in esame saranno utilizzati per ricostruire la loro dieta -alimentazione a base di prodotti animali o vegetali, consumo di carne o pesce- ma anche per identificare periodi di stress fisiologico nelle loro ossa, corroborando i risultati delle analisi paleopatologiche.

I valori di ossigeno e stronzio saranno invece utili per determinare la provenienza geografica di alcuni di questi gruppi umani, che consentirà di identificare eventuali migrazioni sul territorio isolano. È possibile riassumere questo lavoro con una sola parola: sinergia.

«Si è rivelata indispensabile la collaborazione tra archeologi e antropologi - continua il professore Dario Piombino Mascali - proprio perché lo studio delle patologie necessita di una visione ad ampio spettro del contesto socio ambientale in cui vivevano queste popolazioni».

«La lista dei siti archeologici da studiare e autorizzati dalla soprintendenza è ancora lunga e abbraccia ad ampio spettro quasi tutta la Sicilia» afferma il professore Piombino Mascali, a tal proposito si è rivelata di fondamentale importanza la Soprintendenza di Catania, nella persona dell’archeologa Rosalba Panvini, che ha promosso lo studio paleopatologico dei resti umani pertinenti alla necropoli della chiesa medievale di Santa Maria della Valle di Josafath, nota anche come chiesa della Gangia a Paternò.

La seconda necropoli oggetto di scavi è invece quella del complesso di domus romane di Taormina. Scoprire se gli antenati soffrivano delle stesse patologie degli uomini della nostra epoca:

«Si tratta di un progetto senza precedenti – osserva Massimo Cultraro, archeologo e prima ricercatore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali di Catania – che ci permetterà di acquisire una banca dati e delle statistiche attraverso lo studio del materiale scheletrico proveniente da diversi contesti siciliani, dalla preistoria alle soglie dell’Età Moderna, senza limiti territoriali né culturali. Attraverso una mappatura di imponenti dimensioni, che a oggi costituisce un unicum, con analisi legate agli ambiti dell’antropologia biologica e della paleopatologia, sarà possibile rilevare l’insorgenza di alcune malattie, circoscriverle per aree geografiche e interpretarle attraverso il contesto ambientale».

Lo studio dei reperti ossei ha visto luce con una prima fase costituita da un’attenta opera di pulitura, identificazione e documentazione, si è proceduto poi al rilievo delle condizioni patologiche. I reperti anche se mescolati tra loro e pertinenti a tutti i sessi e a diverse età, hanno rivelato interessanti caratteristiche, tra cui la presenza di osteoartrosi, a volte particolarmente grave, la frequenza di malattie metaboliche rappresentate da porosità delle ossa, e un numero di traumi, tanto guariti che inferti in prossimità del decesso, rappresentando, per uno dei soggetti, la probabile causa di morte.

Infine, si sono riscontrati vari casi di patologie dentarie, come la parodontosi, la carie, il tartaro, ascessi e ipoplasia dello smalto legata a un episodio di stress biologico occorso durante l’infanzia.

La fase di studio successiva, programmata per il mese di gennaio 2020 prevede l’analisi degli isotopi stabili da campioni ossei o dentari per ricostruire la dieta e la provenienza di questo interessante gruppo umano, presumibilmente di origine normanna.

«Contiamo di concludere parte dello studio nell’arco di cinque anni - spiega il professore Dario Piombino Mascali - ma il progetto è ambizioso quindi durerà nel tempo». I primi risultati di questo importante progetto multidisciplinare verranno presentati la prossima estate proprio a Vilnius, durante il Congresso europeo di paleopatologia.

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