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Tre giorni nel cuore del Parco delle Madonie: un po' di frescura tra i magnifici boschi

Da Piano Battaglia a Pizzo Carbonara e per finire il laghetto di Piano Cervi. Un'escursione di tre giorni al Parco delle Madonie tra prati e agrifogli giganti

  • 25 luglio 2023

Uno scorcio di paesaggio sulle Madonie

Escursione di tre giorni al Parco delle Madonie. Tanta biodiversità, una piacevole frescura e dei magnifici boschi. Farfalle con le ali variopinte come eleganti ventagli sivigliani.

Vi raccontiamo la nuova escursione compiuta venerdì 7 luglio con gruppo "Camminare i peloritani".

Partiti da Messina in autostrada, ci si immette nella SP 54 che passa da Castelbuono, con il centro abitato più in basso, mentre più in basso si ammirava il maestoso castello che sovrasta il paese con le sue innumerevoli finestre e così vasto da poterne ospitare gli abitanti.

Proseguendo per Isnello su un tracciato dove in passato si correva la mitica Targa Florio siamo alfine arrivati a Piano Battaglia, comune di Petralia Sottana dove era posto il nostro albergo situato in una vasta conca dominata sulla sinistra dal monte Mufari interamente ammantato da una foresta di lecci, tranne due corsie una rettilinea per l’impianto di risalita e l’altra con qualche leggera curva per la pista da sci.
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È questa infatti un’importante stazione sciistica.

Subito in marcia per raggiungere Pizzo Carbonara. Via via salendo abbiamo cominciato ad ammirare il paesaggio dall’alto scorgendo l’ampia vallata con delle verdi distese che sembravano prati all’inglese e con altri spazi biancheggianti per le tante pietruzze silicee e calcaree affioranti.

Abbiamo distinto meglio la chiostra dei monti, qualcuno con una copertura boschiva così fitta da coprirlo come un ammanto, qualcun altro a causa delle sue pareti quasi in verticale si presentava completamente spoglio e biancheggiante, perciò c’era un contrasto di colori fra il verde cupo da un lato e l’immenso candore dall’altro.

Via via camminando scorgevamo i lecci vicino a noi con gli esili e corti tronchi e sovrastati da ampie e fitte chiome, invece un po’ più in lontananza le fronde a mo’ di grandi cuscini sembravano semplicemente appoggiate sul vasto declivio a drappeggiarlo. Via via salendo cambiava la vegetazione e ci imbattevamo anche in faggeti ed aceri.

Bisogna infatti ricordare che il parco delle Madonie è quello con la maggiore biodiversità dell’isola a causa dell’altezza dei suoi monti quasi duemila metri, e pertanto oltre agli endemismi suoi propri sono presenti varietà comuni al resto della Sicilia.

Ad una certa quota, saranno stati mille ottocento metri, ci siamo trovati scoperti, il sentiero era diventato ormai interamente pietroso e duro da calpestare, vedevamo luccicare le rocce come se fossero cristalli di sale, in realtà ciò era dovuto alla presenza di minerali di quarzite.

Erano circa le 13.'' e il sole dardeggiava sulle nostre teste, tuttavia non abbiamo sofferto il caldo, perché c’era un venticello che piacevolmente ci rinfrescava e impediva alle nostre maglie di appiccicarci addosso il sudore.

Finalmente alle 13,30 siamo arrivati sulla vetta 1979 di altezza s.l.m, la seconda dell’Isola.

Da qui abbiamo goduto di un vasto panorama, abbiamo visto bene la sottostante conca con dei paesaggi dal morbido declivio e vieppiù ingentiliti dal verde ammanto.

Il nostro sguardo è andato ad esplorare la chiostra dei monti più lontani: abbiamo riconosciuto la Rocca di Cefalù, il monte Pellegrino e Termini Imerese sull’estrema sinistra molto in lontananza. Avessimo avuto la vista dei falchi pellegrini che vedevamo volteggiare più giù con le ali dispiegate e oblique ci saremmo spinti ancora più in là con lo sguardo.

Dopo scendendo abbiamo pure avvistato dei daini dapprima fermi poi correre con delle improvvise e agili folate. Il secondo giorno partendoci sempre da Piano Battaglia ci siamo inoltrati per il sentiero Portella Colla per un tratto scoperto e durante il tragitto abbiamo visto degli alti cardi ancora in bocciolo a forma di candelabri, più avanti invece ci siamo imbattuti in cardi mariani in piena fioritura con il loro caratteristico rotondo ciuffo rosso cremisi.

Dopo abbiamo trovato sulla nostra destra un poggiolo ci siamo saliti divagando dal nostro sentiero ed abbiamo potuto vedere il vasto declivio sottostante con i prati e i fitti boschi, un paesaggio davvero riposante, invece in alto sulla sinistra potevamo ammirare la nuda e selvaggia bellezza della bastionata rocciosa ad anfiteatro della Quacella che sembrava volere delimitare il tutto.

Ridiscesi con qualche difficoltà da qui in avanti ci attendeva un paesaggio immerso nel verde con le zone ombrose prevalenti rispetto a quelle in cui filtrava qualche raggio di sole, luogo ideale per fare delle soste e magari buttarsi a dormire adagiati sulla tenera erbetta e confortati dalla piacevole frescura, ma se volevamo vedere dovevamo proseguire.

Parafrasando Pompeo Magno: "Navigare necesse est". Così abbiamo attraversato foreste di faggi, di aceri e di roverelle, c’erano pure degli abeti e cedri del Libano.

Ma soprattutto facevano bella mostra di sé alcuni esemplari monumentali di agrifogli con il fogliame straordinariamente lucido. Lungo il percorso abbiamo pure ammirato dei giovani pini le cui piccole pigne assumevano l’aspetto di delicati verdi boccioli.

Il bosco si presentava pulito senza la presenza di rovi e di erbacce infestanti, c’era un alternarsi di prati e di alberi con prevalenza di latifoglie con la chioma a formare degli ampi verdi ombrelli.

Abbiamo proseguito ancora per un paio di chilometri in discesa, in alcuni tratti abbiamo camminato vicini ad alcune distese di piante di sambuco in fioritura e dal profumo pungente, siamo alfine giunti al laghetto di Piano Cervi da cui si libravano tantissime farfalle variopinte le cui ali mi ricordavano alcuni eleganti ventagli che ho visto a Siviglia.

Ci siamo fermati e rifocillati all’ombra di un grande faggio e con un percorso ad anello questa volta in salita siamo ritornati alla base.

Esso si è svolto prevalentemente entro degli spazi ombreggiati e in ogni caso l’altimetria smorzava la calura di questo periodo, per cui i 14 Km percorsi non ci hanno affaticato più di tanto. Il terzo giorno spostandoci un tratto in automobile l’abbiamo poi lasciata per proseguire a piedi verso la Quacella l’anfiteatro naturale in pietra visto da lontano il giorno prima.

Ci siamo inoltrati per una foresta naturale vale a dire senza l’intervento dell’uomo. Abbiamo camminato sul morbido perché dove mettevamo i piedi c’era un soffice accumulo di foglie.

Non c’era il sottobosco o erbacce infestanti perché l’acidità del suolo ne ha impedito la crescita. L’unico intralcio era costituito dai tanti rami secchi disseminati un po’ dappertutto. Comunque il bosco era meraviglioso per i suoi magici silenzi, per la sua cupa ombra e per i magnifici esemplari arborei che abbiamo trovato lungo il nostro cammino.

Abbiamo ammirato aceri trisecolari veri patriarchi del luogo non altissimi ma dai tronchi straordinariamente robusti, taluni sembravano affastellati saldati fra di loro a costituirne uno solo di dimensioni mastodontiche a formare un unico conglomerato ligneo.

Dopo essere stati avvolti dalla cupa ombra e assunti noi stessi un colore verdagnolo per il riflesso del fogliame e dei rami muscosi, giunti alla sommità della Quacella ci siamo trovati allo scoperto ed abbiamo dovuto riabituarci alla piena luce; abbiamo percorso solo un tratto del sentiero sommitale perché c’era stata un’interruzione per frana.

Ciò è stato tuttavia sufficiente per potere ammirare l’imponente bastionata nella sua selvaggia bellezza con le sue guglie, pinnacoli a formare un’argentea balaustra rocciosa splendente sotto i riverberi dei raggi solari ormai a perpendicolo.

Dopo siamo ridiscesi lungo un sentiero scavato nella roccia, non abbiamo più camminato sul morbido ma sul duro di un tracciato pietroso e sdrucciolevole in arduo equilibrio.

Non ci sono state cadute vere e proprie ma più di una volta ci siamo ritrovati seduti per terra senza che lo avessimo desiderato. Dopo una diecina di chilometri percorsi siamo comunque arrivati incolumi alle nostre macchine.
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