Volontarie da 15 anni, raccontano vite (recluse): le storie dal carcere in Sicilia
Dal rapinatore che racconta come sfuggiva alle forze dell'ordine, all'incontro con la mamma di un giovane ucciso. Tra dolore, perdono, accoglienze anche comicità
A sinistra Ornella Fulco e a destra Fabrizia Sala
Per imparare che nessuno è solo il peggio che ha fatto, ma che c’è sempre un resto di luce, anche se è nascosto sotto strati di rabbia, paura e silenzi. Alla Casa Circondariale di Trapani Ornella Fulco, che nella vita è giornalista, e Fabrizia Sala, psicologa e psicoterapeuta, hanno ripreso da poco per l’ennesimo anno il loro progetto di lettura che svolgono in un laboratorio chiamato "La libertà è un libro".
«Tra quelle mura dove il tempo è sospeso, la lettura e la scrittura diventano strumenti potenti: aprono finestre su mondi possibili, permettono di raccontare e raccontarsi, di immaginare futuri diversi. Ogni parola scritta è un atto di libertà, ogni storia letta è un viaggio oltre le sbarre». Con queste parole Ornella sintetizza il senso del loro lavoro di pace portato avanti da circa 15 anni, nel corso dei quali le persone detenute le hanno insegnato qualcosa di prezioso: che la cultura non è un privilegio, ma un diritto; che dietro ogni errore c'è sempre una persona intera, complessa, capace di cambiamento; che la dignità non si perde mai davvero se qualcuno è disposto a riconoscerla e difenderla.
«’La libertà è un libro’ – aggiunge - non è solo il nome del nostro laboratorio. È una promessa, una piccola ma concreta possibilità di riscatto attraverso le parole. Perché se è vero che le sbarre limitano i corpi, nessun muro potrà mai imprigionare l'immaginazione e il pensiero». E un ringraziamento lo rivolgono al direttore incaricato, Renato Persico, e alla responsabile dell'Area educativa Lilli Castiglione, la cui collaborazione è fondamentale per il prosieguo del progetto.
Tante le esperienze vissute in questa struttura che contiene dolore e che spesso è l’emblema di quello inflitto ad innocenti che non si sono potuti difendere. Un ricordo particolare, per Ornella e Fabrizia, è legato a tal proposito alla visita dentro al carcere di Maria Gambina Via nel 2018, ossia la mamma di Nino Via - giovane trapanese ucciso nel 2007, all’età di 22 anni mentre difendeva un collega da alcuni rapinatori e il cui gesto gli è valso la medaglia d'oro al Valor Civile, e il ricordo annuale nella sua città – che accettò di incontrare un gruppo di detenuti nel corso di uno di questi momenti, rivelatosi particolarmente intenso, di commozione e comprensione reciproca.
I detenuti, che avevano ricevuto poco tempo prima delle bibbie dal Vescovo di Trapani, ne vollero consegnare una con dedica alla signora Maria, che da tanti anni porta nel cuore una pena insanabile. Lei raccontò loro la storia del figlio, e i detenuti l’hanno ascoltata toccando con mano la sofferenza di chi ha perso tutto, e mostrandosi "nudi" per la condizione di chi vive il carcere, pur "meritandolo".
Nel laboratorio di lettura di quest’anno i partecipanti sono dodici, la cui età varia dai 20 ai 60 anni, sia italiani che stranieri. Diversi di loro hanno fatto volontariato nella loro vita. «Uno di loro ha voluto motivare questa scelta – dice Ornella – raccontando che quando lui ha avuto bisogno non ha trovato nessuno, e pertanto, per non commettere lo stesso errore, si è messo a disposizione degli altri». «Noi non vogliamo solo raccontare quello che non va, e in carcere di problemi ce ne sono tanti a partire dagli spazi – dice Fabrizia Sala - ma dare voce a una visione diversa del mondo e della società alla quale crediamo, una visione sana della democrazia, per la salvaguardia dei diritti umani. In carcere un testo diventa un veicolo di riflessione terzo, e nel tempo che abbiamo a disposizione vogliamo che emerga il senso di umanità che deve sempre prevalere. Sono appuntamenti di due ore, dalle 15.00 alle 17.00, in cui proponiamo delle letture che vanno dai romanzi ai racconti, ai brani di saggistica, alla poesia e alla filosofia; materiale che portiamo dall’esterno e che scegliamo puntando molto sui sentimenti e sui valori. Chiunque voglia aderire è ben accolto».
La "selezione" ufficiale dei partecipanti è stata svolta dall’Area educativa tramite un avviso aperto agli interessati, anche in base alla predisposizione e alla preferenza delle materie letterarie e dei temi trattati. L’obiettivo è il passaggio delle emozioni, e di esempi in tal senso ce ne sono diversi. «Ricordo – dice Fabrizia Sala – quando in prossimità del Natale parlavamo di realizzare un presepe ma non avevamo mezzi per farlo, e allora un detenuto che doveva interpretare un ruolo ci disse, stupendoci, che lui voleva rappresentare il cielo stellato». Sia Ornella che Fabrizia hanno una missione comune: far conoscere la condizione dei detenuti all’esterno e in particolari ai giovani delle scuole, dove in passato hanno svolto degli incontri di sensibilizzazione per portare avanti un’attività congiunta che interessi il mondo della detenzione ma anche l’esterno.
«Tempo fa all’Istituto superiore ‘Rosina Salvo’ di Trapani – dicono - abbiamo portato anche un ragazzo del gruppo che era passato dal carcere alla comunità e che senza preavviso per gli studenti ha parlato dopo di noi portando la sua testimonianza. Fu un momento di verità così intenso che i ragazzi chiesero il permesso all’insegnante dell’ora successiva di poter continuare. Giovani che si sono appassionati e che hanno potuto conoscere argomenti che spesso i pregiudizi impediscono di apprendere; alcuni di loro hanno scelto di proseguire gli studi alla facoltà di Giurisprudenza».
Fabrizia Sala ha dato vita negli anni a un’associazione di volontariato che si chiama ‘Donne che amano scrivere’, che hanno tenuto delle regolari corrispondenze epistolari con i detenuti da cui sono scaturite altre esperienze significative. «Quello che ci portiamo dietro è ambivalente, e mentre la mia parte razionale si vorrebbe far carico delle loro difficoltà – dice Ornella Fulco – la parte emotiva arriva alla sostanza dell’umanità e si appropria di una libertà che nella mia vita professionale e privata non ho mai conosciuto, e che mi dà forza».
Un tema caro a Fabrizia è l’accoglienza delle famiglie, che pagano un costo alto, che riguarda anche i bambini, che restano penalizzate e che spesso non hanno la possibilità di attendere i colloqui in luoghi dignitosi, a volte anche esposte al freddo e al caldo intenso. «Ci interessa anche l’attenzione ai familiari, a come avvengono le relazioni e i rapporti tra di loro», dice Fabrizia, autrice, tra l’altro, di un libro dal titolo non casuale ‘Storie recluse’, presentato in giro per la provincia di Trapani e in cui si analizza la doppia reclusione che si sviluppa sulla scorta dei pregiudizi della società.
Il laboratorio si protrae da adesso fino a maggio o giugno, per essere sospeso in estate e riprendere più o meno con l’inizio dell’anno scolastico. Nel corso delle attività negli anni alcuni aneddoti hanno assunto anche il carattere dell’ilarità e della leggerezza, nonostante tutto. «Ricordo il racconto di un rapinatore seriale palermitano che ci illustrò il suo escamotage per scampare all’arresto al termine di una rapina all’ufficio postale fingendosi portatore di handicap di fronte a una volante sopraggiunta. Fu un momento di rara comicità».
Tra i progetti portati avanti da Fabrizia ce n’è anche uno di volontariato territoriale familiare. «Mi sento molto vicina a una donna straniera che non ha legami e che sta scontando una pena per omicidio. Era detenuta a Trapani ed è stata trasferita prima a Messina e poi al Pagliarelli di Palermo. Ci siamo scambiate lettere e ho provato a darle sostegno emotivo, e anche speranza. Collaboro con il suo avvocato e le visite al carcere sono state costanti. Mi sono attivata con l’associazione Nessuno Tocchi Caino e anche con il cappellano, e mi sto proponendo assieme a mio marito per offrirle ospitalità nel suo primo permesso dopo 12 anni». Il volontariato spesso è questo: una chiave invisibile, che non apre le celle, ma le persone.
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