CRONACA

HomeAttualitàCronaca

Nicola Gratteri in ricordo di Falcone: "La memoria da sola non basta, serve lo Stato"

L'intervista a Nicola Gratteri, il procuratore della Repubblica di Napoli che vive sotto protezione e che ha legato il suo nome al contrasto alla ’ndrangheta

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 23 maggio 2026

Nicola Gratteri

Per chi è cresciuto a Palermo negli anni delle stragi la memoria non comincia da un discorso pubblico. Comincia da un rumore. Anzi, da due. Due esplosioni nel giro di poco tempo, a pochi metri da casa, gli elicotteri sopra la città, le sirene, la polizia, i vetri che tremano, il silenzio improvviso davanti alla televisione, gli adulti con uno sguardo terrorizzato che un bambino capisce anche quando non sa ancora dare un nome alle cose.

Una paura che non era un episodio isolato, ma uno stato d’animo quotidiano: qualcosa che restava nell’aria, che entrava nelle case, che cambiava il modo in cui i più piccoli guardavano i grandi e i grandi guardavano la città.

Solo dopo sarebbero arrivati i nomi, le immagini e la consapevolezza: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, gli uomini e le donne delle scorte con i loro progetti spezzati, Capaci, via D’Amelio. Solo dopo quella paura privata avrebbe trovato un posto dentro una memoria collettiva: i lenzuoli bianchi ai balconi, le piazze, la rabbia, il bisogno di dire pubblicamente da che parte stare.

A più di trent’anni dalle stragi del 1992, però, la domanda non è soltanto come ricordare. È che cosa siamo ancora capaci di fare con quella memoria: se serve a leggere il presente o se rischia di diventare una cerimonia necessaria ma meno inquieta, meno capace di riconoscere le forme nuove della presenza mafiosa, del consenso e dell’assuefazione.

È da questa domanda che nasce il confronto con Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli: un magistrato che da decenni vive sotto protezione e che ha legato il suo nome soprattutto al contrasto alla ’ndrangheta, facendo del contrasto alla criminalità organizzata una battaglia culturale, oltre che un lavoro giudiziario.

Dottor Gratteri, cosa significa oggi fare memoria di Falcone, Borsellino e delle stragi del ’92 senza ridurre questa data a un rito commemorativo?

«Fare memoria di Falcone, Borsellino e delle stragi del ’92 significa trasformare il ricordo in responsabilità. Il 23 maggio non può essere una liturgia civile, ma una domanda rivolta al presente: che cosa stiamo facendo, oggi, per non lasciare sole le Istituzioni, le scuole, gli imprenditori, i cittadini che resistono? Significa interrogarsi sulle riforme necessarie per velocizzare i processi, per rendere ancora più efficace la legislazione antimafia, ma soprattutto comprendere che da sole le manette e le sentenze non bastano. C’è bisogno di investire nei giovani, nella scuola, liberando nel contempo i territori dalla paura e dai bisogni».

C’è il rischio che, trasformando certe date in mera liturgia, la memoria antimafia diventi rassicurante, quasi celebrativa, mentre la mafia continua a cambiare linguaggio, forme di consenso e strumenti di controllo?

«Sì, il rischio esiste. Una memoria solo celebrativa consola, ma non disturba. La mafia, invece, continua a cambiare: parla il linguaggio dell’economia, dei social, del consenso, dei servizi offerti, della paura silenziosa. Ricordare davvero significa riconoscere queste metamorfosi e avere la forza di combatterle senza esitazioni».

Fortunatamente c’è chi ha ancora questa forza e usa la memoria per combattere. Se dovesse indicare una lezione di Falcone che oggi resta indispensabile per chi, come lei, lotta contro le mafie, quale sarebbe?

«La lezione più attuale di Falcone è il metodo. Studiare le mafie senza semplificarle, seguirne i soldi, le relazioni, le protezioni, le complicità. Falcone ci ha insegnato che il coraggio senza conoscenza non basta, e che nessuno combatte le mafie da solo. Ovviamente, bisogna saper andare oltre, colpendo i nuovi meccanismi di riciclaggio».

Negli ultimi giorni, nel palermitano, si è parlato di una nuova sequenza di intimidazioni: da Sferracavallo a Tommaso Natale, fino a Isola delle Femmine. Al di là delle singole indagini, che cosa raccontano episodi di questo tipo sul modo in cui oggi le organizzazioni criminali cercano di esercitare pressione sui territori?

«Le intimidazioni nel Palermitano raccontano una mafia che prova ancora a misurare il territorio. Bottiglie incendiarie e pressioni contro attività commerciali sono segnali di controllo, richiesta di obbedienza e verifica della capacità di reazione collettiva. Bisogna capire se dietro questi attentati vi sia direttamente la mafia oppure l’azione di gruppi emergenti che, magari con il consenso o la tolleranza dei clan, cercano di spostare l’attenzione degli investigatori. In questi territori, la posta in gioco non è mai soltanto criminale: riguarda il controllo della droga, delle piazze di spaccio e, soprattutto, delle relazioni di potere che permettono alla mafia di esercitare pressione, costruire consenso e riaffermare la propria presenza».

E davanti a episodi di intimidazione che colpiscono una comunità, quali sono i segnali che una città non dovrebbe mai sottovalutare?

«Una città non deve sottovalutare la ripetizione dei segnali. Un episodio isolato può essere cronaca; una sequenza diventa linguaggio. Bisogna osservare paura, silenzi, chiusure improvvise, mancata denuncia, assuefazione: lì si misura la fragilità di una comunità».

Una fragilità che si mostra anche nella risposta. Dopo le stragi del ’92 ci fu un moto collettivo di indignazione: i lenzuoli bianchi ai balconi, le piazze, una presa di posizione pubblica molto forte. Oggi sembra più difficile vedere una reazione collettiva altrettanto visibile. Che cosa è cambiato, secondo lei, nel rapporto tra cittadini, paura, assuefazione e capacità di indignarsi?

«Dopo il ’92 l’indignazione era visibile perché la ferita era enorme e collettiva. Oggi la paura è più dispersa, l’assuefazione più sottile, la rabbia più intermittente. Viviamo in una società che reagisce molto sui social, ma fatica a trasformare l’emozione in partecipazione stabile».

Il 23 maggio chiama in causa anche la politica e i governi di qualsiasi colore politico. Secondo lei, oggi la memoria antimafia rischia di essere molto presente nelle parole pubbliche, ma meno nelle scelte concrete sui territori?

«La politica deve evitare la retorica della memoria. Il 23 maggio non può ridursi a una corona, a un discorso ufficiale, a una fotografia da consegnare ai social o agli archivi delle Istituzioni. Ricordare Falcone, Borsellino e le vittime delle stragi significa assumersi una responsabilità concreta, non celebrare un rito rassicurante. Perché la memoria antimafia si misura nelle scelte quotidiane: scuole aperte nei quartieri difficili, lavoro vero, servizi sociali efficienti, protezione reale per chi denuncia, sostegno agli imprenditori che resistono al racket, risorse adeguate per magistratura e forze dell’ordine, investigatori messi nelle condizioni di leggere le nuove forme del potere mafioso. Lo Stato non deve arrivare solo nei giorni delle commemorazioni. Deve esserci ogni giorno, prima che la mafia occupi i vuoti, trasformi il bisogno in dipendenza e la paura in consenso. La memoria è viva solo quando diventa presenza, giustizia sociale, tutela dei diritti e capacità di impedire alle mafie di continuare a governare pezzi di territorio».

Ecco, parliamo di giustizia sociale. Lei spesso insiste su un punto: “Delinquenti non si nasce, ma si diventa”. Cosa significa?

«"Delinquenti non si nasce, ma si diventa” significa che la prevenzione è decisiva. Bisogna intervenire prima che la mafia diventi identità, famiglia sostitutiva, protezione, scorciatoia. Il ragazzo va raggiunto prima che trovi nel clan ciò che non ha trovato altrove: ascolto, dignità, futuro».

E quindi, secondo lei, quanto contano scuola, educazione, lavoro e investimenti nei territori nella costruzione di veri anticorpi contro la cultura mafiosa? Perché la sola repressione non basta?

«Scuola, lavoro, educazione e investimenti sono anticorpi fondamentali. La repressione colpisce il reato; la prevenzione colpisce le condizioni che rendono la mafia credibile. Senza alternative sociali, culturali ed economiche, la legalità rischia di restare una parola astratta».

Che responsabilità hanno oggi le Istituzioni nel non lasciare sole le comunità più esposte e nel non accorgersi della mafia solo quando esplode un fatto eclatante?

«Le istituzioni hanno il dovere della continuità. Non devono arrivare solo dopo lo sparo, l’incendio, l’arresto o la strage. La mafia si combatte prima: leggendo i segnali, ascoltando i territori, sostenendo chi denuncia, impedendo che la solitudine diventi paura. Perché la mafia cresce proprio nei vuoti: dove lo Stato è intermittente, dove i servizi non funzionano, dove i cittadini si sentono abbandonati, dove un imprenditore minacciato pensa di non avere nessuno accanto. La presenza istituzionale non può essere episodica, emotiva ed emergenziale. Deve essere ordinaria, credibile e competente. Continuità significa presidiare le scuole, proteggere chi collabora, rafforzare le indagini patrimoniali, seguire i flussi di denaro e di dati, colpire le reti di complicità, impedire che il potere mafioso si travesta da favore, lavoro, protezione o mediazione sociale. Significa non lasciare soli sindaci, insegnanti, commercianti, giornalisti, associazioni e cittadini che ogni giorno provano a sottrarre spazio al dominio criminale».

Secondo lei oggi la mafia fa più paura quando minaccia apertamente o quando riesce a essere percepita come normale, utile, conveniente, quasi invisibile nella vita quotidiana dei territori?

«La mafia fa più paura quando diventa normale. La minaccia aperta scandalizza; la convenienza quotidiana corrompe lentamente. Quando il mafioso viene percepito come utile, risolutivo, quasi necessario, la democrazia è già ferita. La mafia è ancora più pericolosa quando non spara. Quando tace, investe, corrompe, compra consenso, distribuisce favori, entra nell’economia legale, condiziona appalti, orienta voti, stringe relazioni con professionisti, imprenditori e pezzi infedeli delle istituzioni. La violenza visibile fa paura, ma il potere silenzioso della mafia può essere più insidioso, perché si normalizza, diventa abitudine, si confonde con la vita quotidiana. È lì che bisogna saperla riconoscere: non solo nel rumore delle armi, ma nel silenzio delle complicità, nelle dipendenze costruite, nei diritti trasformati in favori».

Una battaglia difficile, che lei però continua a portare avanti da molti anni. Che cosa le dà ancora la forza di proseguire, anche quando il prezzo personale è molto alto?

«La forza nasce dalla consapevolezza che arrendersi significherebbe fare un favore alla mafia. Il prezzo personale può essere alto, ma ancora più alto sarebbe il costo del silenzio, della rinuncia, della vigliaccheria morale. Continuo perché ho visto ciò che produce l’indifferenza: territori lasciati soli, paure che diventano abitudine e diritti trasformati in favori. Ma ho visto anche ciò che può generare una coscienza che si mette in movimento: coraggio, responsabilità, partecipazione e libertà. Per questo continuerò a fare il mio dovere, senza lasciarmi condizionare dalle minacce o dalle situazioni di pericolo. Non ho mai agito secondo logiche di convenienza. Ho scelto, e continuo a scegliere, la parte della responsabilità, anche quando è la più difficile».

Lei è anche cittadino onorario di Capaci, il che significa avere un legame simbolico con uno dei luoghi più dolorosi e decisivi della storia italiana recente. Che cosa rappresenta per lei questo riconoscimento, e quale messaggio dovrebbe partire oggi da Capaci verso il resto del Paese?

«Essere cittadino onorario di Capaci è per me un onore e una responsabilità. Capaci non è solo il luogo del dolore: è il luogo in cui l’Italia deve ogni volta scegliere da che parte stare. Da Capaci, quindi, deve partire un messaggio semplice: la memoria non basta se non diventa impegno».
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

LEGGI ANCHE