Gli architetti di Palermo tra etica e legalità: “Rigenerare gli spazi è responsabilità civile”
Nel giorno in cui la città ricorda la strage di Capaci, diventa il luogo di un’altra riflessione, un momento in cui la progettazione urbana si intreccia con la memoria
Un momento del convegno "Etica e legalità nella professione di architetto”. Da sinistra Lorenzo Brusnengo, Alessandro Panci, Cristiano Guarnieri, Emanuele Nicosia, Giuseppina Leone
Ad aprire il confronto è stata Giuseppina Leone, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Palermo che ha riportato il tema dell’etica al centro della professione. Per lei oggi parlare di etica significa interrogarsi sul senso profondo del ruolo sociale dell’architettura: «L’architettura non è soltanto costruzione materiale: è responsabilità verso il paesaggio, verso la memoria dei luoghi e soprattutto verso le persone che quei luoghi li vivono ogni giorno». La presidente Leone ha sottolineato come, in un tempo segnato da trasformazioni urbane rapide e spesso disordinate, l’etica debba diventare una bussola capace di guidare ogni scelta progettuale: «Ogni progetto deve generare valore collettivo e non soltanto utilità immediata. Significa progettare con rispetto, trasparenza e consapevolezza ambientale e sociale. Significa difendere la qualità dello spazio urbano come bene comune».
Nel suo intervento emerge con forza anche il legame tra legalità e qualità urbana, soprattutto in una città complessa come Palermo. «Ogni spazio rigenerato, ogni luogo restituito alla collettività, ogni progetto realizzato nel rispetto delle regole è un atto concreto di responsabilità pubblica», ha spiegato, evidenziando come gli architetti possano contribuire a contrastare degrado e abusivismo proprio attraverso la cultura del progetto. Per Giuseppina Leone, il dialogo tra professionisti, magistratura, istituzioni e società civile rappresenta oggi una necessità imprescindibile: «Nessuna competenza, da sola, è sufficiente a immaginare il futuro delle nostre città. È dal confronto tra saperi diversi che nasce una progettualità capace di rispondere ai bisogni reali delle comunità».
E nel giorno di Capaci parlare di città significa inevitabilmente parlare anche di legalità, diritto alla bellezza e dignità dei luoghi. A portare il punto di vista del Consiglio nazionale è stata anche Veronica Leone, Vice Presidente del Consiglio Nazionale Architetti PPC che ha affrontato il tema del ruolo sociale delle donne nell’architettura contemporanea. I numeri raccontano una trasformazione profonda: «Oggi oltre il 55% degli iscritti alle facoltà di architettura è donna. Se pensiamo che tra gli over 60 le donne rappresentano appena il 12%, capiamo chiaramente che questa professione si sta evolvendo al femminile».
Secondo Veronica Leone esiste uno sguardo femminile sulla città e sulla progettazione urbana, ed è una ricchezza da valorizzare: «La pluralità degli sguardi è fondamentale. Le donne, occupandosi spesso anche del lavoro di cura della famiglia, sviluppano una sensibilità diversa su alcuni temi urbani, dalla mobilità dolce alla città dei quindici minuti, cioè una città in cui i servizi essenziali siano facilmente raggiungibili». Arrivare a Palermo nel giorno della commemorazione della strage di Capaci ha avuto per lei un forte impatto emotivo: «Ho visto lungo l’autostrada le forze dell’ordine e tutte le autorità riunite per ricordare questa giornata che ci tocca profondamente».
E da siciliana ha ricordato il valore culturale e identitario dell’isola: «La Sicilia è arte, patrimonio UNESCO, paesaggio, natura. Noi professionisti abbiamo la responsabilità di dare valore alla qualità architettonica perché la qualità genera valore sociale ed economico e rimane nel tempo». Sul rapporto tra legalità, trasparenza e progettazione si è concentrato invece l’intervento di Rino La Mendola, Vice Presidente del Consiglio Nazionale Architetti PPC. Per La Mendola il progetto non può essere considerato soltanto un insieme di elaborati tecnici: «Il progetto è prima di tutto un riferimento etico per la professione».
Entrando nel tema dei lavori pubblici, ha disapprovato i sistemi di affidamento, basati sull’eccessiva discrezionalità: «Procedure fondate sull’affidamento diretto o sull’offerta economicamente più vantaggiosa non garantiscono pienamente la trasparenza». La soluzione, secondo lui, è puntare con forza sul concorso di progettazione: «Nel concorso si sceglie direttamente il buon progetto senza sapere chi lo ha redatto. Questo garantisce anonimato, libera concorrenza e qualità delle prestazioni». Guardando al futuro della professione e alle nuove generazioni, Rino La Mendola ha rilanciato la figura dell’architetto come protagonista centrale nella trasformazione del territorio: «Un architetto non può pianificare una città se non ha mai progettato una scuola, un ospedale o una semplice abitazione. Dobbiamo tornare a una figura completa, capace di unire competenza tecnica, visione urbana e responsabilità civile».
A chiudere il confronto è stato Alessandro Panci, Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC che ha definito gli ordini professionali come veri “presìdi di legalità”. «Gli ordini nascono per garantire il cittadino, assicurando che i professionisti abbiano le competenze necessarie per incidere sulla qualità della vita delle persone». Panci ha ricordato come spesso gli ordini vengano percepiti soltanto come corporazioni, mentre il loro ruolo è quello di enti pubblici al servizio della collettività: «Siamo legati prima di tutto al cittadino e dobbiamo mettere i professionisti nelle condizioni di operare correttamente, proprio perché svolgono una funzione di pubblica utilità». L’architettura, ha spiegato, resta innanzitutto un servizio alle persone: «Quando inseriamo una figura umana dentro un render non lo facciamo per adornare un’immagine, ma perché quella persona vivrà davvero quello spazio».
E scegliere Palermo nel giorno del 23 maggio assume inevitabilmente anche per il Presidente Panci un significato potente: «La strage di Capaci ha risvegliato le coscienze. Fare questo incontro qui oggi significa vivere un momento simbolico ancora più forte». Nel silenzio carico di memoria che attraversa Palermo ogni 23 maggio, il convegno “Etica e legalità nella professione di architetto”, organizzato dall’Ordine degli Architetti, al Cinema De Seta presso i Cantieri culturali alla Zisa, ha lanciato un messaggio preciso: l’architettura non riguarda soltanto edifici e urbanistica, ma il modo in cui una società decide di vivere insieme. Per questo, nel 2026, etica e legalità non possono più essere semplici parole da convegno. Devono diventare materia viva del progetto, fondamenta invisibili per costruire le città future.
Il valore di questo confronto oggi acquista un valore più grande e potente proprio perché parte da Palermo, dove oggi parlare di etica, legalità e responsabilità professionale non è solo una coincidenza da calendario ma vuole essere una scelta che scuote, che obbliga a pensare e a guardarsi dentro. Infatti, in una terra che ha conosciuto la violenza, il silenzio e l’abusivismo morale prima ancora che urbano, parlare oggi di architettura significa parlare di responsabilità verso le persone, verso i quartieri, verso la dignità dei luoghi.
Significa scegliere da che parte stare. Dunque, è proprio da Palermo che può partire ancora una volta un messaggio necessario per tutto il Paese: costruire città più belle non basta, se non si costruiscono anche comunità più giuste. Perché l’etica non è un dettaglio della professione, ma il fondamento invisibile di ogni progetto destinato a durare nel tempo. Così nella memoria di chi ha sacrificato la propria vita per la legalità, questa giornata ha ricordato a tutti che ogni spazio restituito alla collettività, ogni regola rispettata, ogni scelta trasparente è già un modo concreto per continuare quella battaglia. E che il futuro, prima di essere disegnato sulle mappe, deve essere “costruito” dentro le coscienze.
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