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Ancora spari nella zona rossa di via La Lumia: "Non è malamovida, qui si rischia la vita"

Dopo l'ultima sparatoria in cui è rimasta ferita una 22enne, parlano i residenti: "Non è più una singola rissa, ormai questa strada è un luogo da evitare"

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 25 maggio 2026

Via La Lumia dopo la sparatoria nella notte tra il 24 e il 25 maggio (foto di Marcello Longo)

Alle tre del mattino, in via Isidoro La Lumia, Palermo si è ritrovata ancora una volta davanti alla stessa scena: urla, una rissa, poi gli spari. Una ragazza di 22 anni ferita alla testa, la corsa a Villa Sofia, i carabinieri a cercare immagini utili nelle telecamere. Ma il punto, questa volta, non è soltanto la cronaca di una notte violenta. È che quella strada era già da tempo dentro l’allarme: segnalata dai residenti, discussa in Circoscrizione, portata all’attenzione della Prefettura, inserita nell’area a vigilanza rafforzata, la cosiddetta zona rossa, dopo altri episodi gravissimi. Eppure si è sparato ancora.

Ecco che la mattina dopo, la strada ha l’aspetto che hanno certi luoghi quando la notte lascia tracce troppo pesanti per essere cancellate in fretta: nastri dei carabinieri, l’incrocio interdetto, i rilievi dentro il Berlin Cafè, le auto costrette a deviare, chi passa e rallenta per capire. A raccontarlo è Marcello Longo, presidente dell’Ottava Circoscrizione, che quella zona la attraversa quasi ogni giorno per andare al lavoro. «Stamattina l’ho trovata sbarrata», spiega.

Poi è arrivata la notizia, e con la notizia la sensazione di un copione che Palermo conosce già: «Si ripropone, a distanza di qualche mese, ciò che ormai è troppo frequente». Perché via La Lumia non è una strada qualunque della notte palermitana. È uno dei punti in cui da tempo si concentra quella parola, “movida”, che spesso sembra troppo leggera per contenere quello che succede davvero: risse, tensioni, gruppi fuori controllo, paura dei residenti.

«L’emergenza movida è nata con gli spari proprio lì», ricorda Longo. Quella volta non ci furono feriti, ma i colpi furono esplosi nello stesso quadrivio. E da allora, dice, quell’area è rimasta «notoriamente calda», un punto in cui troppo spesso, durante la notte, le risse diventano incontrollabili e rischiano di trasformarsi in qualcosa di irreparabile.

È anche per questo che il ferimento della ragazza pesa più di altri fatti di cronaca. Non arriva in una strada mai nominata, non esplode in un angolo improvvisamente scoperto dalla città. Arriva in una parte di Palermo già segnalata. In una zona rossa. In un pezzo di centro dove residenti ed esercenti avevano già indicato la fascia più fragile: dalla mezzanotte alle quattro del mattino. L’orario in cui la città cambia volto, i controlli si diradano, la folla si scompone e basta poco perché una lite diventi altro.

«Come Ottava circoscrizione lo abbiamo sempre indicato alla Prefettura», dice Longo. Il problema, per lui, non è soltanto la presenza formale di un presidio o l’inserimento in una mappa di aree sensibili. Il problema è quello che si percepisce davvero, in strada, quando la notte si fa più lunga. «C’è una sensazione di zona franca», dice. Una frase dura che il presidente dell’Ottava circoscrizione usa non per negare il lavoro delle forze dell’ordine, ma per raccontare un vuoto percepito: l’idea che in certe ore chi frequenta quell’area non senta abbastanza il peso e la presenza dello Stato.

Allora la domanda diventa inevitabile: che cosa significa, concretamente, essere zona rossa, se poi in una zona rossa si arriva comunque a tirare fuori una pistola? «Bisognerebbe capire in cosa consista davvero», osserva. «Io le forze dell’ordine non le vedo in pianta stabile, ed è anche normale che sia così. Però non le vedo neanche in maniera sufficiente, le vedo a tratti e mi chiedo se questo basti a prevenire episodi di questo tipo».

Non basta arrivare dopo. Non basta il nastro bianco e rosso, non bastano i rilievi, non basta la conta dei bossoli, non basta cercare le immagini delle telecamere quando il colpo è già partito. Per Longo il punto è prima: fare in modo che chi arriva in quei locali per passare la notte sappia di non essere in un territorio sospeso, in cui tutto può accadere e solo dopo qualcuno interverrà. «Chi frequenta queste zone deve avere ben presente che le forze dell’ordine ci sono», dice. Perché deve passare un messaggio semplice: non si va a trascorrere la domenica notte con un coltello addosso, «o ancora peggio con una pistola addosso».

L’Ottava Circoscrizione adesso prepara un nuovo sollecito. Il presidente lo dice con cautela, perché la sua posizione dovrà essere condivisa con il Consiglio, ma la direzione è chiara: rendere più evidente la presenza dello Stato, non solo quando succede qualcosa ma prima che succeda.

Anche perché, racconta, il clima non si misura soltanto con gli spari. Si misura con i segnali che precedono la violenza, con i comportamenti che passano come se fossero normali. Per questo cita un episodio recente nello stesso quadrivio: un raduno di ultras, fuochi d’artificio esplosi in strada, caroselli di moto, persone senza casco e traffico bloccato. Tutto in un luogo dove, evidentemente, certe cose non dovrebbero accadere. «Eppure è successo sotto gli occhi di tutti», dice. E quando passa quel principio, che tutto è possibile, il passo successivo è ancora più pericoloso: pensare che ci si possa portare dietro anche un’arma, perché tanto il controllo non c’è o non si vede abbastanza.

È qui che la cronaca di via La Lumia smette di essere soltanto un fatto di “mala movida”, espressione comoda ma ormai insufficiente. Perché non si tratta più solo del rumore, dei locali, dei residenti esasperati, della convivenza difficile tra chi vive la notte e chi la subisce: qui ci sono armi che spuntano tra i giovani, risse che degenerano, pezzi di città che dopo una certa ora diventano luoghi da evitare.

Longo lo dice parlando anche da padre: «I miei figli lì non ci mettono piede, perché sanno che è una via a rischio». È una frase che pesa, perché racconta una sconfitta più silenziosa degli spari.

Una città perde sicurezza anche così: quando alcuni ragazzi cominciano a cancellare alcune strade dalla propria mappa, quando chi conosce davvero la notte sa dove non andare, quando un pezzo di centro viene lasciato a chi non ha paura di portare un’arma. «I giovani più accorti sanno che a quell’ora lì non devono andare», racconta Longo. E allora via La Lumia non è più solo un problema di ordine pubblico. È un pezzo di città che rischia di essere sottratto alla città stessa.

Sul fondo resta anche un’altra domanda: chi sono questi gruppi che si muovono armati nella notte palermitana? È soltanto una rissa degenerata? O attorno a certe zone si muove anche altro? Longo non dà risposte definitive, ma segnala una percezione diffusa: «La sensazione è che lì possano esserci anche concentrazioni di altri reati, come lo spaccio di sostanze stupefacenti». Non sa se la pistola di stanotte venga da quel mondo o da altro. Ma una cosa, dice, è certa: «Le pistole sono venute fuori. E vengono fuori sempre più spesso».

È questo il punto che più spaventa. Non solo che si sia sparato. Ma che si spari con una facilità che sembra crescere. Che un’arma possa comparire dentro una lite notturna, in mezzo alla strada, davanti ai locali, contro un’auto, con il rischio di colpire chiunque si trovi nel posto sbagliato. Che la notte palermitana sembri attraversata da una normalizzazione della violenza, come se il confine tra una rissa e un colpo di pistola si fosse fatto improvvisamente più sottile.

A dirlo, con parole nette, è anche Mari Albanese, responsabile Welfare e diseguaglianze sociali della segreteria regionale del Partito Democratico, per cui il fatto non può essere chiuso dentro il recinto dell’episodio isolato. «Riaffiora con tutta la sua veemenza un dato che atterrisce: nella nostra città si è tornato a sparare. Contro le attività commerciali, per le strade, tra i giovani». Non basta indignarsi, dice. Non basta il giorno dopo degli allarmi, delle dichiarazioni e delle promesse di controlli. Perché il rischio è l’assuefazione: abituarsi agli spari come ci si è abituati alle risse, alle sirene, alle transenne del mattino, alle strade da evitare. «Servono soluzioni prima di assuefarci alla violenza. Prima che diventi normale», dice Albanese. E la sicurezza, aggiunge, non può essere affrontata soltanto «delimitando zone e confini», ma guardandola nella sua complessità.

A spostare il discorso sul terreno educativo e sociale è Concetta Amella, consigliera comunale e capogruppo del M5S. Per Amella, quanto accaduto è «solo l’ultimo di una lunga serie di episodi di violenza» nelle zone della movida palermitana e conferma due fragilità: la facilità con cui troppi giovani riescono a entrare in possesso di armi da fuoco e l’insufficienza della risposta istituzionale. Ma, dice, accanto al fallimento della sicurezza ce n’è uno «ancora più profondo e preoccupante: quello culturale, educativo e sociale». Non servono, secondo Amella, «slogan, passerelle o misure emergenziali annunciate dopo ogni tragedia», ma un investimento stabile in scuola, servizi sociali, sostegno psicologico, politiche giovanili e luoghi sani di aggregazione. «Altro che esercito nelle strade, altro che zone rosse - conclude - Palermo ha bisogno di un esercito di maestre elementari, educatori, allenatori, assistenti sociali e psicologi».

Alle voci della politica si aggiunge quella dei residenti, che da anni vivono la zona non come una mappa di ordinanze, ma come un luogo quotidiano fatto di notti interrotte, paura, esposti, denunce e richieste rimaste spesso senza risposta. La loro è una stanchezza che non ha più nemmeno il tono della sorpresa. «Siamo veramente esausti», scrive Antonella Ferraro. «Ieri sera l’ennesimo episodio: pistole, una ragazza ferita. Solito cliché».

Parole amare, che arrivano dopo anni di battaglie e riportano il discorso esattamente dove Longo lo aveva lasciato: alla distanza tra le misure annunciate e quello che accade davvero in strada. «La nostra è definita zona rossa», continua. «Mi fa sorridere». Per i residenti, il problema non è più soltanto la singola rissa, né l’ultimo episodio di cronaca. È la sensazione che, nonostante tutto sia noto da tempo, nulla cambi davvero. «L’evidente scelta di non intervenire laddove è necessario farlo mi fa pensare in un unico senso: c’è chi ha deciso che nulla deve cambiare».

La questione, allora, non è soltanto chiedersi che cosa sia accaduto stanotte. È chiedersi perché, in una strada già segnalata da anni, si continui ad arrivare dopo: dopo la rissa, dopo gli spari, dopo le transenne del mattino. Perché se in via La Lumia si continua a sparare, il problema non è solo la notte di Palermo: è la sua capacità di restare città anche quando la notte comincia.
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