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Dai salotti ai campi di lavoro: le donne ebree di Palermo ai tempi delle leggi razziali

Perfino la Sicilia, che nella sua storia millenaria aveva conosciuto la mescolanza di tanti popoli, si scoprì razzista e antisemita: deportazioni, persecuzioni, vessazioni

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 27 gennaio 2019

Non potevano ascoltare la radio. Non potevano lavorare. Dovevano sottoporsi al censimento. Venivano spiate, seguite, controllate. Per le donne ebree vivere in Sicilia durante gli anni del regime fascista non fu facile.

Tre di loro furono deportate: Olga Renata Castelli, Egle Segre ed Emma Moscato. Non fecero mai più ritorno.

Finirono nelle polveri dei camini dei forni crematoi. Altre riuscirono a fuggire, a nascondersi. Molte altre persero i mariti, i figli, i fratelli. E c'è anche chi venne separata dalla madre, o chi – ricoverata in ospedale per un tumore – poteva ricevere visite dal marito solo una volta a settimana perché “perfino la Sicilia, che nella sua storia millenaria aveva conosciuto la mescolanza di tanti popoli, si scoprì razzista e antisemita”.

Così ci raccolta Lucia Valenti in “Le donne ebree in Sicilia ai tempi della Shoah” (Marlin Editore), una raccolta di storie e testimonianze di chi ha vissuto quel periodo fatto di persecuzioni e deportazioni.

Erano poco più di 200 gli ebrei dell'Isola, ma questo numero così basso (rispetto ad altre regioni italiane) non deve far pensare che l'antisemitismo fosse poco presente.

“In Sicilia, come nelle altre regioni, la legislazione anti-ebraica fu applicata nella sua totalità. La successiva liberazione dell'Isola (nel '43) e la mancata partenza dei convogli della morte da questa regione, non ci deve portare a conclusioni errate. Molto spesso, infatti, l'aspetto principale della deportazione ci distoglie dal considerare nella giusta misura altri fattori fondamentali della persecuzione, come le vessazioni subìte nella fase iniziale della legislazione anti-ebraica e fino al 1943”.

Ma chi erano le donne ebree siciliane? Erano donne colte, usuali frequentatrici dei salotti bene delle loro città.

Appartenevano alla classe medio-alta borghese e molte di loro avevano un impiego.

Medici, istruttrici di danza, scrittrici, maestre. Ma per loro, con l'avvento delle leggi razziali, arrivò lo stop all'ingresso ai posti di lavoro.

Nel libro di Vincenti vengono narrate diverse storie, ricostruite con lettere, testimonianze di figli o narrate dalle stesse protagoniste di quel periodo buio.

C'è la storia, per esempio, di una professoressa denunciata dal preside della sua scuola come “ebrea”.

Oppure ancora, la preziosa testimonianza di Ruth Jacobovitz: il marito cattolico perse il lavoro perché sposato con lei, una donna ebrea.

Irze Wolff, insegnante di ballo, scelse di abbandonare la Sicilia. Emigrò in Australia e lì poté continuare ad esercitare la professione fino alla fine della guerra. Dopodiché tornò a Palermo.

Anna Lipschutz, medico dell'ospedale Cervello, fu allontanata dal suo posto di lavoro per ben cinque anni e per questo soffrì molto.

Maria Iliescu era titolare di una fabbrica di gesso ma le fu imposto di cessare la sua attività. Queste sono solo alcune delle tante storie, che si intrecciano con quelle di altre donne che cercarono di distinguersi, mettendo a repentaglio la propria vita nel tentativo di salvarne altre.

Così fece, per esempio, donna Giulia Florio, figlia di don Ignazio e donna Franca Florio.

Lei e il marito Achille Afan De Rivera Costaguti salvarono ben quattro famiglie ebraiche, per un totale di sedici persone.

Secondo la testimonianza di Settimio e Clelia Pavoncello, la sua famiglia fu nascosta nel palazzo di Giulia e Achille.

“Un giorno tre tedeschi entrarono nel palazzo per arrestare gli ebrei nascosti. Giulia li corruppe con del denaro, salvò gli ebrei e li trasferì nell’abitazione di uno dei suoi dipendenti, per poi trovare un altro ricovero presso le suore del Buon Pastore in via della Lungara”.

Attraverso la ricostruzione di queste vite e di queste storie, il libro di Vincenti ci lascia con diverse domande: come è stato possibile tutto ciò?

Perché la gente rimase indifferente alle deportazioni? E perché fu anche disposta a denunciare il vicino di casa o un conoscente, colpevole di essere ebreo?

“I crimini contro un popolo non furono commessi solo da coloro che ordinarono ed eseguirono gli stermini, ma anche da coloro che stettero a guardare, indifferenti ai delitti. Anche dagli italiani che assistettero silenziosi a quanto accadeva”.

Il libro di Vincenti, quindi, è anche un monito a non rimanere più in silenzio. Ed è più che mai attuale.

Perché ancora oggi c'è chi affronta la morte alla ricerca di un approdo. Basterebbe solo tendere la mano per non lasciare affondare un popolo in una tomba fatta d'acqua.

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