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Di cotte, coinquilini, albe, amici e aperitivi: nessun posto è come la Taverna Azzurra

Ci scattavamo selfie mossi, un po' confusi, ma con volti che ridevano e che ora - mentre viviamo dall'altra parte del'Italia - guardiamo con nostalgia. Eravamo felici

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 19 marzo 2018

Illustrazione di Yaoyao Mva

Scendeva la sera e si alzava il volume della musica. A poco a poco quella stradina in discesa iniziava a riempirsi di gente. La musica e il brusio iniziavano a diventare un tutt'uno. Più passava il tempo, più si stava stretti. Appiccicati gli uni agli altri per poter stare tutti davanti l'ingresso del locale, con un bicchiere in mano e gli amici intorno, in un semicerchio che a poco a poco sarebbe stato sempre più compresso.

Per entrare e per uscire dal locale c'era sempre la fila. E non mancava qualche spintone. Ma a noi andava bene così. Sapevamo che funzionava così, che la serata sarebbe sicuramente andata così. E che, diversamente, non sarebbe stato il nostro luogo di ritrovo preferito.

Quel luogo in cui incontravo, senza la necessità di dare appuntamenti, la maggior parte della gente che conoscevamo. Eravamo studenti. Poi siamo diventati giovani lavoratori precari, professionisti di diversi settori: architetti e avvocati, giornalisti e grafici, web designer e insegnanti.

Tutti lì, in estate e in inverno, con la pioggia o con i 35 gradi. A ripararci sotto un ombrello o sotto un vicino balcone se le gocce d'acqua si facevano più intense. Tutti stretti, sotto l'ombrello o il balcone, per non andare altrove. Per non andare via.

Perché era lì che volevamo stare. Fino a tardi, alle volte anche aspettando l'alba.

Perché? Non lo so perché. Era quasi naturale. Non facevamo niente di ché, se non parlare. E ridere. E salutare gente che si incontrava per caso. Presentarsi agli amici degli amici che dopo pochi minuti erano anche amici tuoi, con cui andare dentro a prendere un altro bicchiere di birra. E le migliori amicizie, ammetto, sono nate lì.

Si scattavano selfie mossi, un po' confusi, con volti che ridevano e che ora - mentre viviamo dall'altra parte del'Italia - guardiamo con un po' di nostalgia.

Si parlava di qualsiasi cosa: fatti quotidiani, massimi sistemi, del coinquilino che non puliva casa, della tesi che stavi per consegnare, del nuovo cd del tuo gruppo preferito, del libro acquistato qualche giorno prima e che non ti era piaciuto o dell'ennesimo amico appena emigrato.

Sorridevamo quando vedevamo spiccare tra le varie teste, in mezzo alla folla, una ghirlanda. Perché spesso incontravamo anche neolaureati, ancora con le foglie di alloro sul capo. In gonna a tubino e decollette se donna. In giacca, cravatta e mocassino scamosciato se uomo.

E stavano lì, con una bottiglia di spumante appena stappata, in mezzo a un folto gruppo di amici che battevano le mani, che gridavano “Auguri”, che alzavano i calici in alto.

Io stavo bene in quel mio piccolo rifugio, un luogo in cui potevo scappare dopo una giornata di studio o di lavoro. Stavo bene in quel piccolo rifugio dove potevo incontrare la gente con cui, in quella città non mia, ero cresciuta. E spesso era gente che, come me, quella città aveva adottato e cresciuto.

Era il luogo in cui passavo ore e ore, in piedi, in un angolo della stradina in discesa, stretta tra tanti altri corpi, a parlare, parlare, parlare. In alcuni momenti musica e brusio erano più alti della mia voce.

E allora non si capiva niente. Alzavo la voce, mi avvicinavo all'orecchio dell'amico con cui conversavo. A un certo punto ci arrendevamo. Smettevamo di parlare ma restavamo lì, in attesa di un momento migliore.

Non andavamo via perché eravamo tutti lì. E non c'era altro luogo in cui potessimo stare. Perché era lì che volevamo stare. Davanti alla Taverna Azzurra, alla Vucciria.

E quando d'estate un po' si svuotava, ammetto che un po' ci rimanevo male. Ma sapevo che quella fuga dalla città, tipica di agosto, sarebbe presto finita.

E ci si sarebbe trovati di nuovo tutti lì. Era anche il mio piccolo rifugio quando prendevo una cotta. Sapevo che, sicuramente, avrei visto passare da lì il mio lui di turno. E quindi l'avrei salutato, ci saremmo parlati. E non vedevo l'ora, presa dalla felicità dell'innamoramento, o dalla speranza di un innamoramento.

Speranze che nascevano e – alle volte – appassivano proprio tra le luci della Taverna Azzurra. Perché dopo gli incontri casuali – e un po' sperati, attesi – si passava agli appuntamenti. E appena si usciva in due, io e lui, si finiva poi sempre lì. Da soli, ma non soli. Perché intorno a noi ci sarebbe stato sempre, come sempre, il popolo della Taverna Azzurra.

Una piccola grande famiglia che, ad ogni uscita, quasi non rigore, non potevo non passare a trovare. Quando sono andata via da Palermo, poco più di un anno fa, ho provato a cercare in qualche angolo di Milano un posto che – anche lontanamente – avrebbe potuto ricordarmi quel luogo, quelle serate.

Ma la Taverna Azzurra, con la sua gente, non è un posto che si può bissare. Copiare. Riprodurre altrove.

Eravamo felici lì, fin quando – a poco a poco – non siamo andati tutti via dalla città. Dispersi in giro per l'Italia, alla ricerca di un cartellino da timbrare, di un locale in cui passare la serata e che poi scopri essere un locale uguale a tanti altri. Un locale dove poter bere un bicchiere e parlare con un nuovo amico trovato nella nuova città.

Ma presto comprendi che intorno a te vedi solo visi anonimi, voci anonime. E mai, in sottofondo, un pezzo decente. Non tutti i posti, infatti, sanno essere Taverna Azzurra.

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