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Di valigie, abbracci e treni: la nostalgia del terrone che chiude la valigia per tornare sù

Le stazioni deserte e gli uffici impolverati si ripopolano di valigie strapiene, di cerniere che stanno per cedere, di lacrime e di abbracci in quei giorni post-Natale

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 28 dicembre 2018

Una illustrazione di Yao Yao Ma

Le stazioni deserte e dagli uffici impolverati sono ancora più aride nei giorni delle festività.

Le stazioni deserte e gli uffici impolverati si ripopolano di valigie strapiene, dalle cerniere che stanno per cedere, di lacrime e di abbracci in quei giorni che seguono il periodo di pausa post-Natale.

"A che ora decolli? A che ora atterri? In quale aeroporto? Domani a che ora inizi a lavorare? Farai otto ore? Nevica lì?".

Domande che diventano le frasi di un moderno rito di addio con cui genitori o amici cercano di colmare quei minuti di attesa.

L'attesa di un treno che ci porterà, per l'ennesima volta, a lasciarci Punta Raisi alle spalle. Domande già pronte, che rimbalzano da bocca in bocca in ogni gruppetto che si forma intorno a quella valigia strapiena che dentro porta panettoni o anelletti a forno.

Chi è più coraggioso infila anche qualche cannolo. Sono quelli gli ingredienti per rendere – forse – meno amaro il ritorno al nord.

Ma è un ritorno? Quando si può dire di tornare a casa? Quando di esserne andati via? La stazione deserta e arida non ti lascia pensare. La campanella suona. La voce meccanica annuncia l'arrivo del treno.

Abbracci, gli ultimi. Le domande del moderno rito di addio si interrompono. Chi è più forte trattiene le lacrime. Chi è più sentimentale le lascia scorrere.

Con il tempo – si dice – non ne verserai più. Forse non se ne avremo più. O l'abitudine farà diventare arido anche quell'abbraccio tra madre e figlia. Un callo sui petti che si incontrano nella stretta dell'abbraccio.

E la pelle che diventa insensibile. Dura come corazza. Il treno. Quel maledetto treno che ci porta via. O che ci da una via di scampo.

Un'alternativa. Quel treno che per un adolescente di un paesino del profondo e arido sud siciliano è il rito di passaggio che decretava l'entrata nella vita da semi – adulti. Entri in quella nuova vita quando, appena finite le scuole medie, inizi viaggiare tutti i giorni – per 90 minuti al giorno – per studiare in una scuola superiore della città più vicina.

Si inizia a 14 anni. E per cinque anni si viaggia per nome mesi. Niente sconti. I volti assonnati, infreddoliti, di noi amiche che attendevamo il treno nella sala d'attesa me li ricordo ancora.

Volti stanchi, alle volte tesi in vista di una interrogazione o di un compito in classe. Poi la campanella iniziava a suonare. Ci avvisava. Il treno stava per arrivare.

Uscivamo dalla sala d'attesa e lì, sulla banchina, incontravamo tanti altri gruppi di studenti. Incontravamo gli stessi volti che incontravamo ogni giorno tra le strade del paese.

Gli stessi volti che avremmo incontrato nel viaggio di ritorno. Una piccola grande famiglia in fila, accanto alle rotaie. Ad attendere un treno per un piccolo capoluogo di provincia siciliano.

Intorno a noi e a quel binario solo campagna, olivi e vigneti. Lunghe distese di terra disabitate. Distese di terra che vedevamo cambiare nei colori con il passare dei giorni, delle stagioni.

Il treno arrivava e, appena si aprivano le porte, iniziavano le zuffe, gli spintoni: i posti a sedere erano sempre troppo pochi per contenerci tutti.

Si finiva sempre in braccio a un'amica, a dividere con lei il sedile per 45 minuti. Oppure si restava in piedi, tra i corridoi e gli intermezzi.

E poi c'era il sabato. Il sabato era un viaggio spensierato, felice. Si decideva cosa fare in quel fine settimana, cosa indossare, quali scarpe mettere per scendere al pub del paese, alla sera.

Gli zaini erano più leggeri. Il futuro era qualcosa di molto lontano, a cui avremmo pensato dopo il diploma. Dopo cinque anni di viaggi.

Viaggi che – ne avevamo la certezza – avrebbero tutti avuto un ritorno. Ma non sapevamo che sarebbero stati ritorni fugaci.

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