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Un "Abisso" nel quale immergersi: c'è in giro uno spettacolo che torna a commuovere

Lo spettacolo sugli sbarchi “L'abisso” nasce dagli “Appunti per un naufragio” (romanzo edito da Sellerio) del drammaturgo, attore e scrittore palermitano Davide Enia

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 15 novembre 2019

Davide Enia sulla scena de "L'Abisso"

Non ricordo di essermi commosso così tanto in tempi recenti ad uno spettacolo teatrale. Mi è successo per "L’Abisso" di Davide Enia. In replica al Biondo di Palermo la scorsa settimana. Lo spunto è una narrazione su Lampedusa. Sui migranti salvati in mare. Sui migranti morti in mare.

In realtà si parla soprattutto di vita e di morte. Ed i migranti sono un elemento della riflessione, che però per quanto centrale esso sia, viene affrontato in modo non retorico né scontato. Il suo racconto fotografa soprattutto il momento in cui avviene l’incontro tra i migranti e la vita (il salvataggio) o la morte in mare.

Racconta l’incontro con i salvatori, lo slancio di alcuni, la paura di altri. Questa narrazione scorre accanto alla narrazione della malattia dello zio. Parallelo che mi è piaciuto nella misura in cui aiuta tutti noi, che guardiamo in televisione sbarchi, salvataggi, morti in mare, a dare concretezza materiale a queste tragedie.

Io personalmente, nell’emozionarmi per il racconto, ho vissuto in pieno l’impotenza in quanto essere umano verso le milioni di tragedie individuali che insieme danno forma a questo olocausto dei nostri tempi.

La lettura non politica della riflessione di Davide gli fa onore. È di destra l’omone sommozzatore che salva vite e piange. E che ha forte in se il credo che le vite in mare si salvano sempre. Perché salvare vite non può e non deve essere il tema di una parte politica. E quando lo diventa rappresenta, a mio avviso, il fallimento stesso della politica.

Davide fotografa attraverso le parole del sommozzatore l’abisso, che per me non è il luogo nel quale queste vite precipitano, ma quello nel quale sta precipitando la nostra civiltà.

Il racconto come detto si occupa del momento di massima umanità e fragilità del fenomeno migratorio. La via e la morte in mare. Ma lascia intendere il tanto c’è prima che queste vite arrivino al mare, ed il tanto che ci sarà poi, dopo che sono arrivate in terra sicura. Il momento di cui parla Davide unisce tutti. Il nome delle vite da salvare. A qualunque costo. Anche a costo della propria.

Il racconto pone al centro l’importanza delle parole, parole dette, parole non dette. E la necessità, come l’autore stesso recita nel corso dello spettacolo, di restituire importanza alle parole stesse.

Io credo che Davide questa importanza alle parole l’abbia data. Pronunciandole, ma anche sottintendendole. Nel descrivere il rapporto con il padre, definito muto. Nel parlare di una marmellata infinita che diventa la rappresentazione del suo e nostro disaggio di fronte l’ingiustizia, la morte, l’assenza di soluzioni. Nel raccontare la logorrea con la quale alcuni provano a sconfiggere tutto questo dolore.

Il racconto tiene realmente con il fiato sospeso. Sai quello che accadrà, sai che la morte l’avrà vinta. Eppure speri che qualcosa vada diversamente.

Forse per questo, tra i tanti, il racconto del padre che ritrova il figlio perduto diventa un momento estremamente denso della narrazione, perché consente di lasciare credere che quella speranza che abbiamo cercato in fondo al cuore per tutto lo spettacolo forse ha realmente ragione di esistere.

Resta comunque una fotografia desolante dei nostri tempi con la quale prima o poi dovremo fare i conti, oltre che individualmente, io credo anche collettivamente.

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