Cetra cinese e maschere: "Pakkyōne" a Palazzo Mirto, un’opera storta di Valerio Mirone
Valerio Mirone in "Pakkyōne"
Giovedì 18 agosto, è il momento di Pakkyōne, un’opera storta di Valerio Mirone, musicista e studioso di throat singing, di canto armonico ed esperto di lingua giapponese.
Pakkyōne è un pupazzo dagli indumenti sdruciti, confezionato con spille da balia e stracci rinvenuti in una piccola masseria abbandonata. Non parla ma si esprime in una sorta di moto-linguaggio che articola grafemi sonori e scatti di testa.
Le sue corde vocali, cucite insieme da un filo di spago e foglie di menta intrise nella resina, raschiano il vento e carezzano l’aria calda e fibrosa. Da un albero cavo ha ricavato una cetra, anch’essa bucata, e assemblato aggeggi vibranti battendo pietra, rame e piombo fuso.
Costruito senza volto e privo di occhi, talvolta prende a prestito mascheroni di varie fogge per osservare il mondo ed evitare d’inciampare.
Valerio Mirone, Gu Zheng, contrabasso e voce
Sergio Schifano, Elettronica
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