"L'inno della mosca": la performance di Yousif Latif Jaralla al Teatro Garibaldi
Negli anni '60 la popolazione di Baghdad venne infettata dal tracoma, una grave affezione oculare trasmessa dalle mosche. "L'inno della mosca" racconta il tentativo disperato di una madre di salvare il proprio figlio, fino a scoprire un mondo di guaritori, storie e favole, dove realtà e immaginazione si intrecciano fino a connotare una dimensione intima e catartica.
Yousif, originario di Baghdad, usa la malattia come metafora di un periodo di instabilità politica, quella che dopo un primo colpo di stato avrebbe portato lentamente il regime dittatoriale di Saddam Hussein. Se il figlio malato è il corpo della coscienza, l’incontro con i guaritori da parte di Assia, la madre del bambino, è una determinazione di consapevolezza, una “resistenza” che può trovare forse un solo e unico esercizio con l’appello di forze metafisiche e interiori.
In una Baghdad sempre più rarefatta dove imperversano le mosche come simbolo e presenza di un male inarrestabile, capillare, invasivo, distruttore e indistruttibile, Assia fascia gli occhi di suo figlio con un unguento procuratole da una guaritore. Il medicamento come vettore di storie e racconti è l’appello a una tradizione sapienziale. La guarigione attraverso un’incubazione di sette giorni, è un rito iniziatico di passaggio dalla coscienza alla consapevolezza, un percorso che nella realtà politica irachena e dell’area del Medio Oriente trova una complessità che in molti casi è ancora lontana dalla sua risoluzione. Le mosche si aggirano fra mercati e rovine, città e deserti, ancora adesso, facendosi ora nugoli rumorosi e persistenti, ora singole entità silenziose e insidiose.
Yousif, originario di Baghdad, usa la malattia come metafora di un periodo di instabilità politica, quella che dopo un primo colpo di stato avrebbe portato lentamente il regime dittatoriale di Saddam Hussein. Se il figlio malato è il corpo della coscienza, l’incontro con i guaritori da parte di Assia, la madre del bambino, è una determinazione di consapevolezza, una “resistenza” che può trovare forse un solo e unico esercizio con l’appello di forze metafisiche e interiori.
In una Baghdad sempre più rarefatta dove imperversano le mosche come simbolo e presenza di un male inarrestabile, capillare, invasivo, distruttore e indistruttibile, Assia fascia gli occhi di suo figlio con un unguento procuratole da una guaritore. Il medicamento come vettore di storie e racconti è l’appello a una tradizione sapienziale. La guarigione attraverso un’incubazione di sette giorni, è un rito iniziatico di passaggio dalla coscienza alla consapevolezza, un percorso che nella realtà politica irachena e dell’area del Medio Oriente trova una complessità che in molti casi è ancora lontana dalla sua risoluzione. Le mosche si aggirano fra mercati e rovine, città e deserti, ancora adesso, facendosi ora nugoli rumorosi e persistenti, ora singole entità silenziose e insidiose.














