Ceramiche artistiche siciliane nel lab´ Oratorio di San Lorenzo
Una mostra dedicata alle ceramiche d’arte siciliane organizzata dall’Opificio Siciliano, curata da Casa Merlo in collaborazione con l’associazione "Amici dei Musei Siciliani".
All’interno dell’Oratorio è stato ricavato uno spazio destinato a piccole mostre temporanee che riguarderanno produzioni artistiche d’eccellenza della nostra regione; la prima mostra riguarderà una selezione dei laboratori della ceramica di Burgio con Caravella e La Gioiosa, Caltagirone con Alessi, Grimaldi e Bonaccorso, Collesano con Iachetta, Sciacca con Patti e S.Stefano di Camastra con Val Demone ed è curata da Vincenzo Merlo, art director di Casa Merlo, storico negozio che da oltre un decennio ha selezionato la migliore produzione dell’artigianato siciliano.
Per la indiscussa del barocco siciliano, l’Oratorio di San Lorenzo sorge su un’antica chiesa dedicata a san Lorenzo trasformata in oratorio nel 1569 dalla Ven.le Compagnia di San Francesco d’Assisi. Nota sotto il titolo dei Bardigli e Cordigeri1, la compagnia era stata fondata nel 1564 da facoltosi mercanti genovesi, laici devoti a san Francesco, il cui impegno pietistico era volto a garantire, almeno in origine, degna sepoltura ai poveri del quartiere della Kalsa.
Nel 1608 il celebre pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio, approdato da fuggiasco in Sicilia, riceve un’importante commissione dalla compagnia di san Francesco, una pala d’altare raffigurante la Natività con i Ss. Lorenzo e Francesco. Restaurata a Roma nel 1951, la preziosa pala d’altare sarà ricollocata nel suo luogo di origine, sebbene l’oratorio, ormai orfano della compagnia titolare, fosse privo d’inferriate e sistemi d’allarme. Protetta da un provvidenziale oblio e dalla custodia di due anziane signore, le sorelle Gelfo, la Natività viene maldestramente trafugata la notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, lasciando un desolante vuoto.
Tagliata ai bordi, incautamente avvolta e portata via, la tela è oggi argomento di numerose leggende a sfondo mafioso, storie spesso controverse che da tempo alimentano la fantasia di studiosi e romanzieri. In linea con il rinnovamento culturale di fine secolo, nel 1699 la compagnia di san Francesco sostituisce le vecchie decorazioni cinquecentesche con un nuovo apparato plastico in stucco permeato di teatralità ed effimero. A plasmare il corpus di stucchi dell’oratorio sarà il celebre Giacomo Serpotta, artista dal poliedrico ingegno.
Con la collaborazione dell’architetto Giacomo Amato darà forma ad un ciclo scultoreo vibrante e vitale, ritmato dalle cromie del bianco e dell’oro. A lui è demandato il compito di realizzare una cornice alla Natività, proseguendo in quattro successive riprese; alla decorazione dell’intera sala. Retta da due possenti angeloni, la tela trova posto all’interno di una struttura architettonica animata da putti, cherubini e solenni virtù. Al centro del frontone curvilineo, sul quale siedono Fortezza e Verginità, un vasto globo reca lo stemma della Compagnia affiancato da due angioletti intenti a simulare una piccola Annunciazione, chiara allusione alla scena sottostante.
Lungo le pareti i teatrini illustrano la vita dei santi Francesco e Lorenzo. Quasi fossero originate dalla stessa Natività, le scene corrono dall’area presbiteriale fino alla controfacciata, convergendo nella maestosa scena del Martirio. Direttamente connesse agli episodi narrati, dodici virtù coperte da ampi drappeggi amplificano il valore etico e spirituale. Così Elemosina e Misericordia assistono San Lorenzo che distribuisce i beni della Chiesa ai poveri; la Verità, San Lorenzo al cospetto di Papa SistoII e la Gloria, infine, i momenti antecedenti al martirio (Spoliazione e Ultima preghiera).
Nella parete opposta, invece, Penitenza e Costanza affiancano la scena della Tentazione; l’Umiltà, San Francesco che dona le vesti a un povero; la Fede, San Francesco che predica di fronte il sultano e San Francesco che riceve le stimmate. Attorno ad esse uno straordinario tripudio di putti avvolge lo spazio generando una caleidoscopica varietà di scorci prospettici, una realtà in continuo movimento impreziosita da momenti di straripante e inaspettata ironia. Discoli come i bambini veri, i putti animano le pareti con il loro gioco sfrenato e la loro indiscussa spontaneità, aprendosi spesso a scene istintive e reali. Putti che fanno bolle di sapone, che si abbracciano, che si affacciano curiosi per osservare ciò che scorre all’interno dei teatrini, sono i protagonisti indiscussi di un mondo ultraterreno fatto di gioia e festosità.
Progettati insieme agli stucchi, gli scranni lignei in ebano e palissandro con intarsi di madreperla ed avorio, alternano una decorazione di volti corrucciati e gaudenti a una concitata lotta tra un’aquila e un serpente, riferimento all’eterno scontro tra il bene e il male. In basso, le mensole scolpite con legno di bosso, furono opera dello scultore trapanese Leonardo Buongiorno. Il pavimento a marmi policromi, messo in posa dai marmorari Francesco Camalino e Alojsio, fu realizzato nel 1716 su disegno di Antonino Grano.
Per la indiscussa del barocco siciliano, l’Oratorio di San Lorenzo sorge su un’antica chiesa dedicata a san Lorenzo trasformata in oratorio nel 1569 dalla Ven.le Compagnia di San Francesco d’Assisi. Nota sotto il titolo dei Bardigli e Cordigeri1, la compagnia era stata fondata nel 1564 da facoltosi mercanti genovesi, laici devoti a san Francesco, il cui impegno pietistico era volto a garantire, almeno in origine, degna sepoltura ai poveri del quartiere della Kalsa.
Nel 1608 il celebre pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio, approdato da fuggiasco in Sicilia, riceve un’importante commissione dalla compagnia di san Francesco, una pala d’altare raffigurante la Natività con i Ss. Lorenzo e Francesco. Restaurata a Roma nel 1951, la preziosa pala d’altare sarà ricollocata nel suo luogo di origine, sebbene l’oratorio, ormai orfano della compagnia titolare, fosse privo d’inferriate e sistemi d’allarme. Protetta da un provvidenziale oblio e dalla custodia di due anziane signore, le sorelle Gelfo, la Natività viene maldestramente trafugata la notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, lasciando un desolante vuoto.
Tagliata ai bordi, incautamente avvolta e portata via, la tela è oggi argomento di numerose leggende a sfondo mafioso, storie spesso controverse che da tempo alimentano la fantasia di studiosi e romanzieri. In linea con il rinnovamento culturale di fine secolo, nel 1699 la compagnia di san Francesco sostituisce le vecchie decorazioni cinquecentesche con un nuovo apparato plastico in stucco permeato di teatralità ed effimero. A plasmare il corpus di stucchi dell’oratorio sarà il celebre Giacomo Serpotta, artista dal poliedrico ingegno.
Con la collaborazione dell’architetto Giacomo Amato darà forma ad un ciclo scultoreo vibrante e vitale, ritmato dalle cromie del bianco e dell’oro. A lui è demandato il compito di realizzare una cornice alla Natività, proseguendo in quattro successive riprese; alla decorazione dell’intera sala. Retta da due possenti angeloni, la tela trova posto all’interno di una struttura architettonica animata da putti, cherubini e solenni virtù. Al centro del frontone curvilineo, sul quale siedono Fortezza e Verginità, un vasto globo reca lo stemma della Compagnia affiancato da due angioletti intenti a simulare una piccola Annunciazione, chiara allusione alla scena sottostante.
Lungo le pareti i teatrini illustrano la vita dei santi Francesco e Lorenzo. Quasi fossero originate dalla stessa Natività, le scene corrono dall’area presbiteriale fino alla controfacciata, convergendo nella maestosa scena del Martirio. Direttamente connesse agli episodi narrati, dodici virtù coperte da ampi drappeggi amplificano il valore etico e spirituale. Così Elemosina e Misericordia assistono San Lorenzo che distribuisce i beni della Chiesa ai poveri; la Verità, San Lorenzo al cospetto di Papa SistoII e la Gloria, infine, i momenti antecedenti al martirio (Spoliazione e Ultima preghiera).
Nella parete opposta, invece, Penitenza e Costanza affiancano la scena della Tentazione; l’Umiltà, San Francesco che dona le vesti a un povero; la Fede, San Francesco che predica di fronte il sultano e San Francesco che riceve le stimmate. Attorno ad esse uno straordinario tripudio di putti avvolge lo spazio generando una caleidoscopica varietà di scorci prospettici, una realtà in continuo movimento impreziosita da momenti di straripante e inaspettata ironia. Discoli come i bambini veri, i putti animano le pareti con il loro gioco sfrenato e la loro indiscussa spontaneità, aprendosi spesso a scene istintive e reali. Putti che fanno bolle di sapone, che si abbracciano, che si affacciano curiosi per osservare ciò che scorre all’interno dei teatrini, sono i protagonisti indiscussi di un mondo ultraterreno fatto di gioia e festosità.
Progettati insieme agli stucchi, gli scranni lignei in ebano e palissandro con intarsi di madreperla ed avorio, alternano una decorazione di volti corrucciati e gaudenti a una concitata lotta tra un’aquila e un serpente, riferimento all’eterno scontro tra il bene e il male. In basso, le mensole scolpite con legno di bosso, furono opera dello scultore trapanese Leonardo Buongiorno. Il pavimento a marmi policromi, messo in posa dai marmorari Francesco Camalino e Alojsio, fu realizzato nel 1716 su disegno di Antonino Grano.














