Che notte... Quella notte
È l’ultimo dell’anno del 1936, nella sperduta (ed immaginaria) stazioncina siciliana di Montefranoso. Il capostazione Saverio, ormai ben oltre i limiti dell’età pensionabile, trascina le lunghe e solitarie notti del turno restaurando vecchi Pupi siciliani. Insieme a lui, il nipote Liborio: giovane ferroviere desideroso di compiacere il “regime” nella speranza di fare carriera. Regime rappresentato, nell’immaginario della commedia, da Fofò: specie di vitellone, più impegnato a cercare “femmine” che nella causa del fascismo.
Fofò millanta da due mesi una fantastica avventura erotica con una “soubrette” romana: Saverio e Liborio non ci credono granchè. Ma proprio la notte di capodanno (“quella” notte)... La ragazza, incredibilmente, arriva a Montefranoso. Si chiama Caterina, fa la ballerina in modeste produzioni di Varietà e sopravvive, come può, alla disillusione della vita e del mestiere. Fofò, che bovinamente pensa sia venuta a cercarlo solo perché “follemente innamorata”, non vede l’ora di rimetterla sul primo treno in partenza e liberarsi, definitivamente, di lei.
Solo che il “primo treno” è un “postale”, con fermata a richiesta che transita poco dopo mezzanotte. Saverio e Caterina iniziano così un’attesa carica di solidarietà e delicatezza. Un lungo flusso di confessione e svelamento, che li porta ben oltre la soglia della conoscenza casuale. Il seme di una specie di amicizia; un accenno bizzarro di innamoramento.
E così il treno - appena dopo l’inizio del nuovo anno - passa senza fermarsi, e Caterina non riparte. Fofò, che nel frattempo è andato in paese alla “festa” dei notabili, scoperta la mancata partenza, torna alla stazione: è l’epilogo dell’incomprensione. Persino della minaccia. Il pingue casanova di provincia si svela per ciò che è in realtà: un brutale ed ottuso fascistello, avido di privilegi e terrorizzato dall’idea dello scandalo. È l’epifania della violenza; Caterina svela finalmente il motivo vero di quella apparizione...














