Alle elezioni è (solo) Ismaele: La Vardera presenta la sua squadra "Controcorrente"
"Chiamatemi Ismaele" è il simbolo dell'ex Iena candidato alla Presidenza della Regione. Ai potenziali alleati: "Meloni ha scelto Musumeci, diamoci una svegliata"
«La Sicilia mai più com’era». L’annuncio è netto, il tono è quello delle svolte, e prova a collocarsi in un momento che - almeno nelle intenzioni - dovrebbe segnare un prima e un dopo. È da qui che parte il progetto politico lanciato da Ismaele La Vardera, candidato alla presidenza della Regione, che parla apertamente di «inizio di una nuova era» e si presenta come alternativa all’attuale governo regionale guidato da Renato Schifani.
Un passaggio che arriva mentre, sullo sfondo, si accumulano tensioni e polemiche che stanno attraversando la politica siciliana.
Il primo segnale è il simbolo. Niente cognome, solo il nome: “Ismaele”. Una scelta che punta a costruire un rapporto diretto, quasi personale, con chi voterà. «Chiamatemi Ismaele. Quando sono in giro mi chiamano così» spiega, rivendicando una vicinanza che vuole diventare cifra politica.
È qui che inserisce anche un’altra parola, di quelle che di solito vengono usate come accusa: populismo. «Noi lo rivendichiamo. Siamo populisti nel senso più nobile del termine», dice. Non come scorciatoia o slogan, ma come capacità di parlare al popolo e, allo stesso tempo, provare a risolvere i problemi concreti. Una definizione che prova a spostare il significato del termine, legandolo più alla prossimità che alla semplificazione.
Ma il punto non è il logo. La Vardera lo dice esplicitamente: «Il cambiamento non passa da un nome solo, ma da una squadra» costruita su competenze messe a lavorare subito sul programma e non dentro equilibri politici.
È in questa direzione che si inserisce il comitato tecnico scientifico presentato come base del progetto. Docenti universitari, medici, dirigenti regionali, professionisti con esperienze anche internazionali: figure chiamate a scrivere, in tempi brevi, le proposte di governo e che dovrebbero riportare al centro quello che la politica tende a evitare. «Le teste pensano e la politica non vuole teste pensanti, le teme», dice apertamente il leader di Controcorrente.
Tra i nomi ci sono il professore di Economia Andrea Cirà, la dirigente regionale Maria Cristina Stimolo, il ricercatore della University of California Berkeley Michele Segretario, lo storico Francesco Paolo Tocco, l’artista e docente Giuseppe Lo Presti. E ancora il chirurgo toracico Francesco Caronia e il cardiologo Giovanni Di Vita, insieme alla campionessa mondiale di kickboxing e imprenditrice Elena Pantaleo e all’architetto Giuseppe Alessi, nipote del primo presidente della Regione. Un gruppo eterogeneo che prova a tenere insieme sanità, economia, cultura, sport e amministrazione pubblica.
Il messaggio è chiaro: prima il programma, poi tutto il resto. «Io non sto lanciando una squadra di assessori - aggiunge - sto lanciando un comitato tecnico scientifico». La linea è quella di mettere sul tavolo «nomi di eccellenza» e chiedere agli alleati di fare lo stesso, per arrivare a una sintesi, «ma senza manuale Cencelli».
Un ragionamento che si allarga anche alla leadership. «Non possiamo ancora litigare su chi deve fare il candidato presidente - dice - Io mi sono messo a disposizione, ma ho chiesto agli alleati di indicare un altro nome altrettanto credibile che possa portare le persone a votare e a riavvicinarsi alla politica. In quel caso, faccio un passo indietro». Un modo per spostare il baricentro dalla figura al progetto.
Ma è sulle alleanze che il tono si fa più tagliente. La Vardera guarda al cosiddetto campo largo e lo mette davanti a una scelta. «Dobbiamo darci una svegliata», dice senza mezzi termini. Poi la frase che sintetizza tutto: «Il passo da campo largo a campo santo è breve». Più che una battuta, un avvertimento. Perché un’alleanza che resta ferma, che non decide, che rimanda, rischia di svuotarsi prima ancora di prendere forma.
Ma non è solo una questione di tempi, è anche una questione di perimetro. «Non possiamo dire a tutti sì», chiarisce. L’idea è quella di costruire un’alleanza che parta da chi è stato all’opposizione, senza aperture a pezzi di centrodestra. Il riferimento è esplicito: «Non possiamo metterci dentro figure come Lombardo».
Intanto, però, secondo La Vardera, i tempi si accorciano. «Sarà una campagna elettorale flash», dice, ipotizzando un voto già entro novembre. E dentro questo scenario inserisce anche una lettura politica: «Meloni ha già scelto come candidato del centrodestra Musumeci». Una dinamica che - sottolinea - non riguarda però la sua candidatura: «Non nasce per bruciare gli altri candidati».
La stoccata è quindi al governo nazionale e a quello regionale, il cui «disastro - dice - è sotto gli occhi di tutti», con un richiamo esplicito a quanto accaduto con la premier Giorgia Meloni nei giorni scorsi. «Con quel messaggio - aggiunge - ha dimostrato di non essere più lucida. Mentre il mondo è in crisi, c’è una guerra in corso e Sigonella nel mirino lei pensa a criticare il mio operato politico. Non ho parole. La Giorgia che ho conosciuto io, tra l’altro, avrebbe usato lo stesso metro di misura in Sicilia come quello usato a Roma, mettendo alla porta i suoi compagni di partito inquisiti. E le chiedo pubblicamente di tornare in sé, di occuparsi della questione siciliana e di mandare a casa il governo Schifani».
E quando si passa dalle parole alle priorità, la prima arriva senza esitazioni: la sanità. «Le Asp sono diventate uffici di sottogoverno, luoghi in cui si collocano i primi dei non eletti», dice con tono duro. «Dobbiamo smetterla di usarle come spazi politici - aggiunge - e rivoluzionare il sistema, mettendo nei posti strategici persone che di quel tema ne capiscono davvero». Il punto, per lui, è chiaro: intervenire sulla sanità significa intervenire sull’intero sistema. «Riformandola possiamo davvero riformare questa terra».
È qui che prende forma anche l’idea di “prima” e “dopo”. «C’è un prima - dice - ed è quello degli ultimi quindici anni, da Crocetta a Musumeci fino all’attuale governo Schifani». Governi «fatiscenti», nelle sue parole, che non hanno risolto i problemi dei siciliani.
Il “dopo”, però, non viene raccontato come una promessa salvifica. «Non sono il Messia», chiarisce. «Il cambiamento non passa da una figura sola, ma da un metodo: non assessori scelti per quota politica, ma persone che su quei temi hanno costruito competenze reali. La politica deve tornare ai tecnici».
Accanto a questo, c’è un altro nodo che prova a portare dentro il progetto: lo spopolamento. La chiama “restanza” e l’’idea è quella di immaginare anche un assessorato dedicato, capace di affrontare in modo strutturale la fuga di giovani e lo svuotamento dei territori.
Da qui, la promessa di un percorso che non si chiude con l’annuncio. Entro due mesi, l’obiettivo è mettere insieme una prima serie di proposte concrete, costruite proprio a partire dal lavoro del comitato.
Resta da capire se questo metodo riuscirà a reggere quando la partita entrerà nel vivo. Perché tra la costruzione di un progetto e la sua traduzione in consenso politico, in Sicilia, la distanza è spesso tutta da colmare. È lì che questa “nuova era” dovrà dimostrare di essere qualcosa di più di una dichiarazione d’intenti.
Un passaggio che arriva mentre, sullo sfondo, si accumulano tensioni e polemiche che stanno attraversando la politica siciliana.
Il primo segnale è il simbolo. Niente cognome, solo il nome: “Ismaele”. Una scelta che punta a costruire un rapporto diretto, quasi personale, con chi voterà. «Chiamatemi Ismaele. Quando sono in giro mi chiamano così» spiega, rivendicando una vicinanza che vuole diventare cifra politica.
È qui che inserisce anche un’altra parola, di quelle che di solito vengono usate come accusa: populismo. «Noi lo rivendichiamo. Siamo populisti nel senso più nobile del termine», dice. Non come scorciatoia o slogan, ma come capacità di parlare al popolo e, allo stesso tempo, provare a risolvere i problemi concreti. Una definizione che prova a spostare il significato del termine, legandolo più alla prossimità che alla semplificazione.
Ma il punto non è il logo. La Vardera lo dice esplicitamente: «Il cambiamento non passa da un nome solo, ma da una squadra» costruita su competenze messe a lavorare subito sul programma e non dentro equilibri politici.
È in questa direzione che si inserisce il comitato tecnico scientifico presentato come base del progetto. Docenti universitari, medici, dirigenti regionali, professionisti con esperienze anche internazionali: figure chiamate a scrivere, in tempi brevi, le proposte di governo e che dovrebbero riportare al centro quello che la politica tende a evitare. «Le teste pensano e la politica non vuole teste pensanti, le teme», dice apertamente il leader di Controcorrente.
Tra i nomi ci sono il professore di Economia Andrea Cirà, la dirigente regionale Maria Cristina Stimolo, il ricercatore della University of California Berkeley Michele Segretario, lo storico Francesco Paolo Tocco, l’artista e docente Giuseppe Lo Presti. E ancora il chirurgo toracico Francesco Caronia e il cardiologo Giovanni Di Vita, insieme alla campionessa mondiale di kickboxing e imprenditrice Elena Pantaleo e all’architetto Giuseppe Alessi, nipote del primo presidente della Regione. Un gruppo eterogeneo che prova a tenere insieme sanità, economia, cultura, sport e amministrazione pubblica.
Il messaggio è chiaro: prima il programma, poi tutto il resto. «Io non sto lanciando una squadra di assessori - aggiunge - sto lanciando un comitato tecnico scientifico». La linea è quella di mettere sul tavolo «nomi di eccellenza» e chiedere agli alleati di fare lo stesso, per arrivare a una sintesi, «ma senza manuale Cencelli».
Un ragionamento che si allarga anche alla leadership. «Non possiamo ancora litigare su chi deve fare il candidato presidente - dice - Io mi sono messo a disposizione, ma ho chiesto agli alleati di indicare un altro nome altrettanto credibile che possa portare le persone a votare e a riavvicinarsi alla politica. In quel caso, faccio un passo indietro». Un modo per spostare il baricentro dalla figura al progetto.
Ma è sulle alleanze che il tono si fa più tagliente. La Vardera guarda al cosiddetto campo largo e lo mette davanti a una scelta. «Dobbiamo darci una svegliata», dice senza mezzi termini. Poi la frase che sintetizza tutto: «Il passo da campo largo a campo santo è breve». Più che una battuta, un avvertimento. Perché un’alleanza che resta ferma, che non decide, che rimanda, rischia di svuotarsi prima ancora di prendere forma.
Ma non è solo una questione di tempi, è anche una questione di perimetro. «Non possiamo dire a tutti sì», chiarisce. L’idea è quella di costruire un’alleanza che parta da chi è stato all’opposizione, senza aperture a pezzi di centrodestra. Il riferimento è esplicito: «Non possiamo metterci dentro figure come Lombardo».
Intanto, però, secondo La Vardera, i tempi si accorciano. «Sarà una campagna elettorale flash», dice, ipotizzando un voto già entro novembre. E dentro questo scenario inserisce anche una lettura politica: «Meloni ha già scelto come candidato del centrodestra Musumeci». Una dinamica che - sottolinea - non riguarda però la sua candidatura: «Non nasce per bruciare gli altri candidati».
La stoccata è quindi al governo nazionale e a quello regionale, il cui «disastro - dice - è sotto gli occhi di tutti», con un richiamo esplicito a quanto accaduto con la premier Giorgia Meloni nei giorni scorsi. «Con quel messaggio - aggiunge - ha dimostrato di non essere più lucida. Mentre il mondo è in crisi, c’è una guerra in corso e Sigonella nel mirino lei pensa a criticare il mio operato politico. Non ho parole. La Giorgia che ho conosciuto io, tra l’altro, avrebbe usato lo stesso metro di misura in Sicilia come quello usato a Roma, mettendo alla porta i suoi compagni di partito inquisiti. E le chiedo pubblicamente di tornare in sé, di occuparsi della questione siciliana e di mandare a casa il governo Schifani».
E quando si passa dalle parole alle priorità, la prima arriva senza esitazioni: la sanità. «Le Asp sono diventate uffici di sottogoverno, luoghi in cui si collocano i primi dei non eletti», dice con tono duro. «Dobbiamo smetterla di usarle come spazi politici - aggiunge - e rivoluzionare il sistema, mettendo nei posti strategici persone che di quel tema ne capiscono davvero». Il punto, per lui, è chiaro: intervenire sulla sanità significa intervenire sull’intero sistema. «Riformandola possiamo davvero riformare questa terra».
È qui che prende forma anche l’idea di “prima” e “dopo”. «C’è un prima - dice - ed è quello degli ultimi quindici anni, da Crocetta a Musumeci fino all’attuale governo Schifani». Governi «fatiscenti», nelle sue parole, che non hanno risolto i problemi dei siciliani.
Il “dopo”, però, non viene raccontato come una promessa salvifica. «Non sono il Messia», chiarisce. «Il cambiamento non passa da una figura sola, ma da un metodo: non assessori scelti per quota politica, ma persone che su quei temi hanno costruito competenze reali. La politica deve tornare ai tecnici».
Accanto a questo, c’è un altro nodo che prova a portare dentro il progetto: lo spopolamento. La chiama “restanza” e l’’idea è quella di immaginare anche un assessorato dedicato, capace di affrontare in modo strutturale la fuga di giovani e lo svuotamento dei territori.
Da qui, la promessa di un percorso che non si chiude con l’annuncio. Entro due mesi, l’obiettivo è mettere insieme una prima serie di proposte concrete, costruite proprio a partire dal lavoro del comitato.
Resta da capire se questo metodo riuscirà a reggere quando la partita entrerà nel vivo. Perché tra la costruzione di un progetto e la sua traduzione in consenso politico, in Sicilia, la distanza è spesso tutta da colmare. È lì che questa “nuova era” dovrà dimostrare di essere qualcosa di più di una dichiarazione d’intenti.
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