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Alzi la mano chi ha capito cosa si vota: una guida (semplice) al referendum giustizia

Dai due Consigli al sorteggio: una spiegazione dei principali punti della riforma che si andrà a votare il 22 e 23 marzo. L'intervista a una docente di Diritto processuale penale

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 18 marzo 2026

Alzi la mano chi ha capito davvero cosa si voterà il 22 e il 23 marzo. Nelle ultime settimane si è parlato molto del referendum sulla giustizia, ma spesso con parole tecniche e formule giuridiche che rischiano di lasciare molti elettori più confusi di prima. Si parla di separazione delle carriere, di Consiglio superiore della magistratura, di nuove regole disciplinari per i magistrati. Temi importanti, ma non sempre immediati da decifrare per chi non è addetto ai lavori.

Proviamo allora a fare un passo indietro e a comprendere, con parole semplici, che tipo di referendum è, cosa chiede e cosa cambierebbe davvero se vincesse il Sì o il No.

A guidarci è la professoressa Paola Maggio, docente ordinaria di diritto processuale penale al Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali di Palermo, che ci aiuta a tradurre i passaggi più tecnici.

Che tipo di referendum è
Iniziamo col dire che quello del 22 e 23 marzo è un referendum costituzionale confermativo. In pratica, il Parlamento ha già approvato una riforma che modifica alcune parti della Costituzione riguardanti la magistratura. Non avendo, però, raggiunto la maggioranza minima di due terzi prevista dall’articolo 138 della Costituzione, la decisione finale spetta ai cittadini.

«È diverso dai referendum abrogativi a cui siamo più abituati - precisa la docente - In questo caso non si vota per cancellare una legge, ma per decidere se una riforma deve entrare in vigore oppure no». In altre parole, se si vota la riforma viene confermata, se si vota No la riforma viene respinta.

E c’è un dettaglio importante: «Non è previsto il raggiungimento di un quorum». Tradotto? il risultato sarà valido qualunque sia il numero dei votanti. «Anche un solo voto può fare la differenza, ecco perché è importante partecipare» aggiunge.

La separazione delle carriere
Il punto più discusso riguarda la separazione delle carriere. Ma prima di addentrarci nei dettagli ricordiamo che i magistrati si dividono in due categorie: i giudici, che sono coloro che emettono la sentenza, e i pubblici ministeri, che sono coloro che fanno le indagini e rappresentano l’accusa.

Oggi entrambi fanno parte dello stesso ordine della magistratura. Il che significa che entrano con lo stesso concorso e condividono la carriera, anche se con funzioni diverse. Con la riforma, invece, si passerebbe a due percorsi distinti. «Le carriere verrebbero divise», spiega Maggio, «anche se già adesso la separazione delle funzioni è sempre più marcata».
Va ricordato, infatti, che oggi i magistrati possono cambiare funzione una sola volta e solo entro un limite temporale preciso, che la normativa fissa in circa nove anni.

Due Consigli superiori della magistratura
Un’altra novità riguarda il Consiglio superiore della magistratura (CSM), cioè l’organo che si occupa della carriera dei magistrati (nomine, trasferimenti, incarichi) e che oggi è composto da 33 membri ed è presieduto dal Presidente della Repubblica.
Oggi è uno solo: giudici e pubblici ministeri siedono allo stesso tavolo. Con la riforma, «il CSM verrebbe sdoppiato - chiarisce la docente - uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri».

Una scelta che, nelle intenzioni, punta a rendere più netta la distinzione tra le due funzioni. Secondo Maggio, però, «lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere anche mantenendo un CSM unico, articolato in sezioni», un modello già presente in altri ordinamenti.
Un altro aspetto riguarda la fase di passaggio dal sistema attuale a quello nuovo. La fine del CSM unitario, «svuotato delle competenze disciplinari», osserva, potrebbe comportare «problemi nella gestione dei procedimenti in corso», con la necessità di individuare soluzioni temporanee per garantire la continuità delle decisioni.

Infine, «nel CSM dedicato ai pubblici ministeri la componente requirente avrebbe una maggioranza significativa», osserva Maggio. «Senza il bilanciamento legato alla presenza dei giudici, si potrebbe determinare un assetto più autoreferenziale», con effetti sull’equilibrio complessivo.

Il sorteggio dei componenti
Oggi i membri del CSM sono eletti: 20 sono magistrati e sono eletti dai magistrati stessi (sono i cosiddetti “membri togati”), 10 invece sono eletti dal Parlamento tra professori ordinari in materie giuridiche e avvocati (i cosiddetti “membri laici”). A questi si aggiungono il Presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte di Cassazione e il procuratore generale presso la Cassazione.

La riforma introduce il sorteggio per una parte dei componenti, con l’obiettivo «di ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura». «Il sistema però è diverso per magistrati e membri laici» osserva Maggio, perché mentre i primi verrebbero sorteggiati direttamente, i secondi verrebbero estratti da elenchi selezionati dal Parlamento.

Un meccanismo che, secondo la docente, presenta alcune particolarità. «Per i laici il sorteggio è temperato da liste ristrette», spiega, mentre per i magistrati «la scelta sarebbe rimessa integralmente al sorteggio, cioè al caso». Il che potrebbe produrre effetti non immediatamente prevedibili: «Il rischio è che non elimini le correnti, ma ne renda l’esito più casuale», con la possibilità che «anche gruppi minoritari risultino sovrarappresentati, incentivando mercanteggiamenti occulti».

Inoltre, aggiunge, per quanto riguarda i membri laici «la formazione delle liste potrebbe risentire della maggioranza politica del momento», con la possibilità che l’organo risulti «meno pluralista, meno indipendente e più politicizzato».

L’Alta Corte disciplinare
Oggi è il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) a occuparsi dei procedimenti disciplinari, cioè delle eventuali sanzioni nei confronti dei magistrati che commettono errori. Con la riforma questa funzione passerebbe a un nuovo organismo: l’Alta Corte disciplinare.

«È un organo nuovo, con una composizione mista - spiega la docente - che si occuperà delle decisioni disciplinari per i “magistrati ordinari”; nulla viene innovato per le altre magistrature: amministrativa, contabile e militare».

Secondo Maggio, molti aspetti restano poco definiti. «Non è del tutto chiaro come saranno organizzati i collegi fra i componenti né come funzionerà il sistema delle impugnazioni» osserva, sottolineando che il testo lascia spazio a diverse interpretazioni.

Un altro elemento riguarda il rapporto con gli altri organi: «L’Alta Corte non sarebbe presieduta dal Capo dello Stato, a differenza del Csm», aggiunge, evidenziando come questo possa introdurre «una discontinuità nel sistema». Infine, la docente richiama l’attenzione su un possibile intreccio di competenze: tra le funzioni dell’Alta Corte e quelle residue del Csm «potrebbero emergere sovrapposizioni e incertezze applicative».

Il tema della fiducia
Al di là degli aspetti tecnici, secondo Paola Maggio il dibattito tocca anche un piano più profondo, quello delle relazioni fra la politica e la magistratura, dei rapporti tra cittadini e giustizia: «Il presidente Mattarella ha in più occasioni sottolineato la centralità democratica del ruolo della magistratura, evidenziando il ruolo di rilievo costituzionale del Csm ed esortando al rispetto vicendevole fra tutte le istituzioni in qualsiasi circostanza, nell'interesse della Repubblica».

«L’effetto della divisione pubblica e culturale cui stiamo assistendo - osserva Maggio - è lo smarrimento della fiducia nella giustizia, del rispetto reciproco degli attori processuali, e della solidarietà del rito».

Per spiegare cosa intende, richiama un’immagine letteraria tratta da V13 di Emmanuel Carrère, dedicato al racconto dell’accertamento della strage del Bataclan: «Il pubblico ministero è descritto come tessitore del senso, il giudice come architetto della pazienza, la difesa come custode dei diritti. Tre voci diverse - conclude - capaci di riflettere insieme il senso di un sistema processuale penale proteso verso la difficile ricerca della verità».

Sì o no?
Insomma, se siete arrivati a leggere fin qui, vuol dire che avete deciso di capirci qualcosa in più: d’altronde, se la risposta al quesito è semplice (sì o no), orientarsi lo è un po’ meno. E dietro parole che sembrano lontane - Csm, sorteggio, Alta Corte - ci sono passaggi che incidono sul funzionamento della giustizia ogni giorno. Non serve essere addetti ai lavori per farsene un’idea, ma serve fermarsi un attimo, andare oltre gli slogan e provare a comprendere davvero.

Il 22 e 23 marzo il voto sarà nelle mani degli elettori. E in un referendum come questo, senza quorum, ogni voto pesa: arrivare in cabina elettorale con maggiore consapevolezza, in fondo, è il modo migliore per dare a quella croce un significato reale.
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