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Referendum, si apre il confronto a Palermo: vi spieghiamo le ragioni del Sì e del No

Faccia a faccia tra i sostenitori del Sì e quelli del No a Palermo, in un incontro promosso dalla Fondazione “Lauro Chiazzese”, a Villa Igiea. Le interviste a giornalisti e politici

Federica Dolce
Avvocato e scrittrice
  • 26 febbraio 2026

Un momento dell'incontro sul Referendum Giustizia del 22 e 23 marzo, a Villa Igiea

A Palermo si accende il confronto su uno dei temi più delicati e divisivi del dibattito pubblico italiano: il referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. L’occasione è l’incontro promosso dalla Fondazione “Lauro Chiazzese”, tenutosi ieri, 25 febbraio, nella Sala Belmonte di Villa Igiea, che ha messo a confronto sostenitori del SÌ e del NO in vista del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, in programma il prossimo 22 e 23 marzo.

La questione tocca un nodo centrale dell’assetto istituzionale: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, le garanzie del giusto processo e, più in generale, il rapporto tra cittadini e sistema giudiziario. Comprendere cosa è in gioco significa andare oltre le contrapposizioni politiche e interrogarsi su quale modello di giustizia possa meglio rispondere alle esigenze di efficienza, imparzialità e tutela dei diritti dei cittadini.

Attualmente, in Italia, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine della magistratura e condividono il medesimo percorso di carriera, pur svolgendo funzioni differenti: il pubblico ministero esercita l’azione penale e sostiene l’accusa, mentre il giudice è chiamato a decidere in posizione di terzietà. La riforma propone di separare in modo netto le carriere, prevedendo percorsi distinti e organi di governo autonomi.

Se dovesse prevalere il , si aprirebbe la strada a una modifica costituzionale che distinguerebbe in modo strutturale le due funzioni. I sostenitori ritengono che ciò rafforzerebbe la percezione di imparzialità del giudice, evitando ogni possibile contiguità culturale o professionale con l’accusa, e renderebbe il processo più coerente con un modello pienamente accusatorio. Cambierebbero gli equilibri interni alla magistratura e l’organizzazione del Consiglio Superiore, con l’obiettivo dichiarato di rendere più chiara la distinzione dei ruoli.

Se invece dovesse prevalere il NO, resterebbe l’attuale assetto unitario. In questo scenario, il tema dell’efficienza e della qualità del servizio giustizia non verrebbe meno. Si porrebbe con forza la necessità di intervenire su altri aspetti: riduzione dei tempi dei processi, potenziamento degli organici, digitalizzazione, semplificazione delle procedure, responsabilità organizzativa. Molti osservatori concordano sul fatto che, indipendentemente dall’esito referendario, la domanda di una giustizia più rapida e accessibile rappresenti una priorità condivisa dai cittadini.

Il confronto promosso dalla Fondazione “Lauro Chiazzese” si è inserito in questo quadro, offrendo uno spazio di dialogo tra esponenti del mondo politico, giudiziario e dell’informazione.

Tra le voci a sostegno del SÌ alla separazione delle carriere, quella di Maurizio Lupi, deputato e presidente del partito Noi Moderati ha insistito soprattutto su un punto: terzietà del giudice come cardine del processo penale. Nel suo intervento ha richiamato il senso originario della riforma del processo accusatorio, sostenendo che l’attuale proposta rappresenti un completamento di quel percorso. A suo giudizio, la separazione delle carriere «rafforza l’imparzialità del giudice rispetto al pubblico ministero, soprattutto nel processo penale».

Il cuore della sua posizione ruota proprio attorno a tale principio di terzietà «La separazione delle carriere porta la terzietà finalmente all’interno della possibilità che chi indaga faccia il suo mestiere, chi deve giudicare non deve essere amico fraterno e magari prima bevono un caffè insieme e poi decidono se ritenere giusta l’indagine del PM». Un’immagine efficace, la sua, per spiegare come la distinzione netta dei ruoli, secondo i sostenitori del SÌ, contribuisca a rafforzare la percezione di distanza tra accusa e giudice.

Altro passaggio centrale riguarda il sistema di selezione e governo interno della magistratura. «Ancor di più è importante l’estrazione a sorte perché permette finalmente di premiare il merito e non il peso delle correnti». In questa prospettiva, la riforma verrebbe letta come uno strumento per ridurre le dinamiche associative interne e valorizzare criteri ritenuti più oggettivi.

Lupi ha poi affrontato il tema dell’Alta Corte disciplinare, soffermandosi sul principio di responsabilità. «Il livello poi dell’alta corte oggi più che mai: come tutti, se sbagli devi pagare e se sbagli e devi pagare devi essere giudicato da un organismo terzo». E ha aggiunto: «L’alta corte tra l’altro con i tre membri eletti e segnalati dalla Presidenza della Repubblica diventa finalmente un organo che, se un giudice ha commesso degli illeciti - può succedere come succede in politica, come succede, abbiamo purtroppo visto, anche nelle forze dell’ordine - sia giudicato non dai suoi amici o dai suoi colleghi, ma sia giudicato da una corte esterna». Secondo Lupi, si tratterebbe così di «completare in questo modo quel disegno che lo stesso Vassalli aveva previsto con la sua riforma della giustizia».

Tra i sostenitori del SÌ alla separazione delle carriere c’è anche il giornalista Alessandro Sallusti, direttore di Politico Quotidiano, intervenuto nel confronto palermitano con una posizione netta. Nel suo ragionamento, la riforma costituzionale rappresenta un passaggio strutturale per “mettere in sicurezza” il sistema, prima ancora di intervenire sugli aspetti organizzativi.

Alla domanda sui toni accesi della campagna elettorale e sul rischio che possano trasformarsi in un boomerang: «Capisco il concetto, però quello di pretendere che una campagna elettorale così importante, non solo nel merito della giustizia ma anche per tante altre vicende che sappiamo, sia una sorta di balletto classico è pretendere l’impossibile. La campagna elettorale è fatta anche di propaganda. Parliamo di una campagna elettorale, la campagna elettorale è una guerra, non è una serata di gala in un balletto classico.»

Dunque sul piano concreto, cosa cambierebbe per i cittadini in caso di vittoria del sì o del no? «Ritengo che se vince il sì per i cittadini avranno una democrazia più sana, perché quello che ha raccontato Palamara dimostra che la democrazia è stata inquinata da quel sistema. Dopodiché una riforma costituzionale non può prevedere l’aumento di organici, l’aumento degli stipendi: quelle sono tutte leggi ordinarie. La riforma costituzionale è come un intervento di manutenzione straordinaria su uno stabile. La giustizia è uno stabile che ha il tetto che fa acqua, le fondamenta che traballano: mettiamo a posto le fondamenta e il tetto. Dopodiché pensiamo all’ascensore che non funziona e alle luci che si accendono e si spengono. Ma se non metti a posto le fondamenta e il tetto, hai voglia a pensare all’ascensore e alle luci: cioè mettere assieme i due piani è infondato, a proposito di fondamento.»

Nel fronte del NO alla separazione delle carriere è intervenuta anche la giornalista Sandra Amurri, che ha espresso una posizione fortemente critica rispetto all’impianto della riforma. Nel suo intervento ha messo al centro il tema dell’equilibrio tra poteri dello Stato, il ruolo del Csm e il rischio, a suo avviso, di un indebolimento dello Stato di diritto.

«L’obiettivo di questa riforma è indebolire la Magistratura e sottoporla al potere politico e come ben sappiamo il diavolo si nasconde nei dettagli, quindi tutto ciò che di sostanziale va in questa direzione non è scritto, però cercando bene si trova. Si trova nel sorteggio, si trova nella divisione del CSM che viene annichilito e poi nella finta motivazione abbastanza ridicola, perché i numeri parlano chiaro, la seprazione delle carriere che riguarda l’1% dei magistrati. Tra l’altro dopo la riforma Cartabia hanno dovuto scegliere anche la regione, cambiare regione, quindi parliamo del nulla. Ed ha aggiunto – Sì sono due discorsi diversi la separazione di carriere e la separazione delle funzioni, io ritengo che queste siano false motivazioni, ma a monte c’è una cosa: questa nostra Costituzione, nostra di tutti, è stata scritta in maniera unitaria e va cambiata in maniera unitaria. Calamandrei diceva che il Governo non sarebbe dovuto entrare neppure in aula, per discutere la modifica della Costituzione. E invece così non è stato».

Alla domanda su cosa accadrebbe in caso di vittoria del sì o del no e su come migliorare il rapporto tra cittadini e giustizia, la giornalista ha risposto: «Comunque se vincerà il sì secondo me questo Paese si indebolirà perché le macerie, lasciate da questo scontro furibondo, da questi attacchi pazzeschi ai magistrati, lasceranno dei segni indelebili. Secondo me questo indebolirà inevitabilmente lo Stato di diritto che, come ci ha ricordato il nostro Presidente Mattarella. Non a caso siamo a Palermo, quindi il suo nome va pronunciato a voce alta, non solo per ciò che fa, ma anche per ciò che rappresenta, perché rappresenta, evoca un cognome che ha pagato sul campo il prezzo di una politica a testa alta e a spalle dritte che non si piega a niente e nessuno.»

Un intervento che, nel quadro del confronto, ha portato l’attenzione sui possibili effetti sistemici della riforma, richiamando memoria storica, equilibrio costituzionale e ruolo dell’informazione nel dibattito pubblico.

A chiudere il fronte del NO è stato l’intervento del deputato del Partito Democratico Giuseppe Provenzano, che ha collocato il referendum in un quadro più ampio di equilibrio costituzionale e di rapporti tra poteri dello Stato, rispetto al solo tema dell’organizzazione della magistratura. Il suo intervento, pronunciato in una Palermo che da sempre rappresenta un presidio simbolico e concreto della lotta alla mafia, ha insistito sugli equilibri costituzionali e sulle tensioni istituzionali emerse negli ultimi giorni.

Provenzano ha invitato a leggere il voto non come un semplice passaggio tecnico sulla separazione delle carriere, ma come una scelta che riguarda l’assetto dei poteri dello Stato e il clima che accompagna questo confronto. Le sue risposte si sono concentrate in particolare sul contesto politico-istituzionale e sui rischi che, a suo avviso, accompagnano questa fase del confronto.

«Diciamo che non siamo qui per un referendum sulla separazione delle carriere, che già c’è, né per un referendum sulla riforma della giustizia, perché questa è tutto meno che una riforma della giustizia. Siamo qui per un referendum costituzionale che altera gli equilibri tra i poteri dello Stato e che si sta accompagnando con una logica, una volontà punitiva nei confronti della magistratura da parte del governo, che cerca impunità per chi ha il potere e che produce dei rischi molto gravi».

Il deputato ha poi richiamato le recenti tensioni istituzionali, soffermandosi sulle parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio e sulle reazioni che ne sono seguite, sottolineando il valore simbolico del luogo in cui si svolgeva il confronto.

«Nei giorni scorsi abbiamo visto tutti una crisi istituzionale aperta dalle parole di Nordio che il Presidente della Repubblica ha provato a chiudere ma che ha riaperto la Presidente del Consiglio con un attacco senza precedenti nei confronti della magistratura. Io credo che non siano ancora arrivate delle scuse per parole molto gravi che sono state utilizzate, perché parlare di un sistema paramafioso con riferimento a un potere dello Stato che è il più esposto nella lotta alla mafia è molto grave, e lo è ancora di più in una città come Palermo. Quindi questa potrebbe essere la volta buona e l’occasione giusta per il ministro Nordio per scusarsi pubblicamente per le parole che ha detto.»

Un intervento che ha rafforzato la posizione del NO, riportando il dibattito sul terreno della tutela degli equilibri costituzionali e del rispetto tra istituzioni, in una città simbolo della lotta alla criminalità organizzata.

Dopo gli interventi dedicati alle ragioni del SÌ e del NO, il dibattito si è concentrato sulla più ampia riforma costituzionale, con l’obiettivo di chiarire implicazioni, scenari e ricadute concrete, grazie anche ad un confronto diretto tra Carlo Nordio, ministro della Giustizia, e Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle.

Proprio all’interno di questo confronto costruttivo e dai toni pacati, particolare attenzione è stata riservata anche ai giovani, che sono intervenuti rivolgendo ad entrambi delle domande. Coinvolgere gli studenti universitari significa riconoscere che il tema non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma incide sul modo in cui ogni cittadino vive il rapporto con tribunali e istituzioni.

La separazione delle carriere non è una questione tecnica riservata agli specialisti: tocca la fiducia nel sistema giudiziario e la qualità della democrazia. Informarsi, ascoltare argomentazioni diverse, comprendere le conseguenze delle scelte è un passaggio essenziale per esercitare un voto consapevole. Alla luce delle interviste e delle posizioni che sono emerse dal confronto, il punto fermo resta uno: qualunque sia l’esito, l’obiettivo comune dovrà essere una giustizia più efficace, trasparente e vicina ai cittadini.
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