STORIE

HomeAttualitàStorie

Bimba tolta ai genitori affidatari e data a un'altra famiglia: il triste caso a Palermo

Un decreto impone che Alessandra Teresi, medico del 118, e il marito, riconsegnino la bimba ai servizi sociali di Messina. "Per lei un altro trauma. Perché questa crudeltà?"

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 9 marzo 2026

Alessandra Teresi con la piccola "Anna" (foto di Alessandra Teresi)

Ha la voce che trema quando prova a raccontarlo. «Per noi è come una figlia», dice Alessandra. Poi si ferma un attimo, come se dovesse riprendere fiato prima di continuare.

Anna - nome di fantasia - ha due anni e mezzo e da più di un anno vive con lei, con suo marito Liborio e con il figlio adolescente. Una cameretta piena di giochi, il nido la mattina, le sere passate insieme sul divano: insomma, la quotidianità di una bambina che ha trovato un nuovo equilibrio.

Alessandra Teresi è una rianimatrice del 118 che lavora a Lampedusa, abituata a muoversi tra emergenze e vite sospese. Qualche anno fa il suo nome era finito sui giornali per una vicenda che aveva colpito tutta Italia: il temporaneo affido di Ismaele, un neonato sopravvissuto a un naufragio di migranti e rimasto senza la madre durante la traversata su un barcone partito dalla Libia.

Oggi, però, la vicenda che la riguarda è un’altra. Una storia che negli ultimi giorni è diventata di dominio pubblico e che ha un finale che per lei è difficile persino pronunciare. Domani Anna dovrà lasciare quella che è diventata la sua nuova vita.

Un decreto, infatti, ha stabilito che la bambina venga trasferita in un’altra famiglia: «Dobbiamo portarla a Messina, dove è nata, in uno spazio neutro del tribunale. E temo che dopo non la rivedremo mai più» racconta Alessandra con un peso al cuore che la accompagna per tutta la telefonata.

Mentre parla, in sottofondo si sente la voce della bimba che la chiama. Alessandra si interrompe un attimo e le risponde con dolcezza: «Amore, dimmi». Le dà il giocattolo che cercava e poi torna al telefono riprendendo il racconto.

Tutto comincia il 4 novembre 2024, una data che è ormai indimenticabile. Alessandra è al lavoro quando riceve una chiamata da una casa famiglia di Palermo dove svolge volontariato. Le chiedono la disponibilità di ospitare una bimba molto piccola come famiglia d’appoggio, una forma di accoglienza temporanea che prevede l'affiancamento delle famiglie in difficoltà.

«Aveva compiuto un anno da due giorni - racconta - Si trovava in comunità insieme alla madre e alla sorella maggiore, ma improvvisamente la madre si è allontanata lasciandole lì. Del padre, invece, non si sa nulla».

All’inizio si tratta solo di un pomeriggio. Poi di un altro. Poi arriva la richiesta di tenerla anche la notte, e nei giorni successivi per periodi sempre più lunghi. Nel giro di poche settimane quella presenza diventa stabile fino a quando, a gennaio, arriva la proposta dei servizi sociali: un affido solidaristico, ossia una forma di affido continuativo con il supporto della casa famiglia in caso di necessità. «Ma in realtà non ce n’è stato bisogno: è rimasta sempre con noi, giorno e notte», continua Alessandra.

Quando arriva da loro, Anna porta con sé il segno di un trauma, la traccia tangibile di un distacco improvviso dalla mamma. «Era ancora allattata quando la madre è andata via», spiega la rianimatrice. «Di colpo ha dovuto svezzarsi e la notte non riusciva a dormire».

Le prime settimane sono difficili, Alessandra e suo marito passano le notti a cullarla in braccio per farla addormentare. Lentamente, però, con l’amore e le attenzioni dei due nuovi genitori, le cose cambiano: Anna viene iscritta al nido, comincia a parlare, si abitua alla nuova quotidianità. In casa trova una stanza tutta per sé, giochi, abitudini.

Con il tempo si integra con i compagni, partecipa alle feste di compleanno e costruisce una routine. «Ha fatto progressi incredibili», racconta con una voce che, per la prima volta, si illumina. «Adesso chiacchiera, ride, gioca. È una bambina serena». Anche il rapporto con il figlio adolescente diventa molto forte. «Per lui è come una sorella», dice.

Non solo. Nel suo nuovo equilibrio, Anna non ha mai smesso di vedere la sorella maggiore, che oggi ha dieci anni e vive in un’altra abitazione a Palermo. Le due si incontrano spesso, lo hanno fatto anche durante le feste: «Abbiamo passato il Natale tutti insieme».

Nel frattempo, mentre la loro vita insieme prende forma, Alessandra cerca di capire quale sarà il loro futuro. Telefona, scrive email, chiede chiarimenti alla tutrice legale sul loro ruolo e sui passaggi successivi. «Continuavo a chiedere cosa rappresentassimo per lei e quale sarebbe stato il suo percorso, ma non ho mai ricevuto risposta», racconta.

Secondo la sua ricostruzione, in oltre un anno nessuno sarebbe andato a casa loro per verificare le condizioni in cui viveva la piccola. «Nessuno è mai venuto a vedere dove e come stesse», dice.

Con il passare dei mesi si fa strada l’ipotesi che la bambina sia dichiarata adottabile. Alessandra e suo marito chiedono allora che possa restare con loro in affido preadottivo. C’è però un ostacolo legato alla differenza di età prevista dalla legge: la coppia è sì idonea all’adozione, ma non per una bambina così piccola. Per l’adozione di una bimba che non ha ancora festeggiato i tre anni, infatti, i genitori adottivi dovrebbero avere al massimo 51 anni e invece Alessandra e il marito ne hanno due in più.

Le loro legali presentano quindi una richiesta di adozione in casi particolari, una procedura prevista quando tra il minore e chi lo accoglie esiste già un legame affettivo, al di là dell’età. «La bambina è già qui, ha una sua vita con noi, niente di più naturale lasciarla in quello che ormai è il suo habitat», spiega Alessandra.

La richiesta però viene respinta. Durante le festività natalizie la coppia viene sottoposta a una consulenza tecnica d’ufficio (CTU), una valutazione psicologica disposta dal Tribunale per i minorenni per verificare l’idoneità della famiglia. Tre incontri con altrettanti test psicologici. «Ci hanno visto tre volte, soltanto mezz’ora per volta».

La donna racconta che nella relazione dei consulenti si parla di «fragilità caratteriali» e le vengono attribuiti «disfunzione del pensiero, ideazione persecutoria e comportamento interpersonale dominante», mentre al marito, neuropsicomotricista dell’età evolutiva, verrebbe contestata una «scadente assertività».

«Ma sono solo dei test, che non sono mai stati approfonditi da un colloquio e in più nessuno ha mai incontrato Anna in tutto questo tempo. Forse, se qualche assistente sociale si fosse interessato, le cose sarebbero diverse oggi. Perché adesso questa crudeltà?», si chiede.

Nel frattempo il Tribunale individua un’altra famiglia. La decisione è quella di trasferire la bambina e la data è fissata: domani, martedì 10 marzo, la coppia dovrà accompagnarla a Messina, dove avverrà il passaggio ai nuovi affidatari.

Ma Alessandra e Liborio non si arrendono. Come racconta Felice Cavallaro sul Corriere della Sera, le tre avvocate della coppia - Aglaia Di Gregorio, Nicoletta Lauricella e Maria Emanuela Salamone, esperte in diritto minorile e codice rosso - stanno preparando l’opposizione alla sentenza emessa il 18 febbraio e annunciano il ricorso alla Corte d’Appello.

I tempi della giustizia, però, non coincidono con quelli della vita reale. Per cui intanto la separazione, spiega Alessandra, avverrà comunque e sarà immediata

«Abbiamo chiesto almeno un inserimento graduale, per non traumatizzarla - racconta - Ma ci hanno detto di no. Dobbiamo portarla e basta: come se fosse un pacco Amazon da consegnare in 48 ore».

La bambina non sa ancora cosa succederà. «Come faccio a spiegarglielo? È troppo piccola per capirlo», dice. In casa, però, l’atmosfera è cambiata. «Mio figlio non va a scuola da una settimana, non riesce nemmeno a uscire. E io e mio marito non riusciamo ad andare al lavoro».

Il pensiero che la tormenta di più riguarda la notte, il momento in cui la bambina si sveglia e cerca colei che ormai chiama “mamma”: «Quando apre gli occhi vuole me - dice - E io continuo a pensare a cosa succederà quando si sveglierà e non ci saremo».

«Qui ha la sua stanza, i suoi giochi, i volti che ormai riconosce come punti di riferimento», aggiunge. «Noi oggi siamo la sua famiglia, lei per noi una figlia». Poi si ferma un attimo e riprende a fatica. «La cosa che mi fa più male è pensarla improvvisamente in un nuovo posto, con persone che non conosce, immaginare la solitudine che potrebbe provare».

La voce si incrina, sul punto di rompersi. «Siamo a lutto. Non so come dirle che non tornerà più a casa».
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

GLI ARTICOLI PIÚ LETTI