LE STORIE DI IERI

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Cavernicoli e tosse canina alle Falde di Monte Pellegrino

  • 7 novembre 2005

Alle falde di Monte Pellegrino, a metà esatta del secolo scorso, l’aria densa di resina nella pineta sull’acciottolato che porta ancora al Santuario era considerata rimedio impareggiabile per far passare la tosse canina ai ragazzini palermitani. S’intende, a quelli della piccola e media borghesia le cui famiglie non possedevano l’auto ma avevano di che pagare i biglietti di un ormai mitico filobus. Il numero 13 che dalla Stazione Centrale portava, secondo qualcuno dei più piccoli, ad una non meglio precisata Piazza "Gencascino", come essi leggevano sulle targhe del bus l’appellativo d’un eroico generale di Piazza Armerina. Il Cascino che dei suoi battaglioni fece grigioverdi valanghe che risalivano i monti. Ma per tornare ai piccoli che tossivano fin quasi a soffocare, poteva pure capitare che spesso la corrente elettrica s’interrompesse tra via dei Cantieri, Piazza Leoni e quelle prime propaggini del Monte. Ciò che imponeva lunghe passeggiate verso l’ex campo di Marte sul quale s’impiantò poi la fiera campionaria. Camminate la cui pena poteva anche venire accompagnata da esperienze indimenticabili. Quali erano gli incontri con i locali coetanei per così dire "abbronzati", oltre che dal sole, anche dal velo di opaco che sui volti gli stendeva lo sporco mai rimosso da un bagno. Né caldo né tanto meno freddo, perché quei bambini con i quali anche chi scrive ebbe modo di parlare più volte, uscivano da abitazioni impossibili con la speranza di ottenere un boccone di pane e mortadella dai malatini in gita terapeutica. Uscivano infatti da autentiche caverne più o meno grandi – erano tante quelle scavate nel tufo delle cave circostanti ricche ugualmente d’agrumeti e sterpi - dove vivevano o sopravvivevano nuclei familiari anche numerosi. E ai quali nessuno era riuscito a destinare un basso o un catoio, magari a Fondo Mendola o in via Monfenera, da quando tra i Cantieri massacrati dalle bombe e le Falde le case s’erano sbriciolate sotto le dirompenti dei "Liberators". E fino all’ottobre del 1951 – quando "L’Ora" pubblicò in merito un’intera pagina - il resto della città non seppe o finse di non sapere niente dei cavernicoli del Cortile Randazzo, uno spiazzo sterrato cui si scendeva lungo un ripido sentiero e sul quale, a nord dei Cantieri, s’aprivano più di quattro varchi irregolari. Il cui contorno poteva anche mutare quando i temporali ne disgregavano il tufo che dalle volte delle grotte si sfarinava pure su giacigli assurdi.

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"I letti di gente che viveva peggio delle bestie", osservò l’anonimo cronista che ricordò pure come in una di quelle grotte fosse morta di polmonite perfino la mucca che vi allevava un bovaro ambulante che per poche lire vendeva il latte a chi nelle spelonche aspettava la casa popolare promessa fin dalle prime elezioni del dopoguerra. Ed era al modo di quel mandriano dall’unica vacca che nei quartieri più depressi si davano allora da fare i nostri "industriali" cari a Danilo Dolci. Gli ultimi della terra che, appunto, "s’industriavano" a inventarsi un lavoro qualunque. Come succedeva nel famigerato cortile di Corso Alberto Amedeo – curiosamente intitolato a chissà quale altro Cascino - a pochi passi dalla Cattedrale. Dove anche i valdesi di via Spezio e della Noce con Valdo Panascìa aiutavano le famiglie dei palermitani che facevano i "muzzunari" per vendere al Capo e a Ballarò il tabacco delle cicche. Che raccoglievano e "abbanniavano" d’erbe selvatiche ch’erano appena commestibili. Che negli ultimi stagni di Partanna-Mondello pescavano le rane. I poveri "pisci cantanti" da vendere opportunamente spellati, e senza testa per non impressionare chi se ne accontentava, dei quali nel ‘56 scrisse lo stesso sociologo triestino. Al tempo in cui all’Acquasanta, in altro agglomerato suburbano di casupole ormai fortunatamente scomparso, ci fu perfino un "industriale" avido che con l’unico allacciamento ottenuto dall’acquedotto comunale impiantò una rete idrica per centinaia di baraccati. Cui rivendette a lungo il prezioso liquido. Finché gli "utenti" non si accorsero che con uguale spesa ma con più soddisfazione potevano lavarsi con la birra. Ma questa è altra storia di un vicino ieri che in seguito proveremo forse a raccontare ai tre volenterosi che vorranno ascoltarci ancora una volta "on line".

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